Come ogni estate da qualche anno a questa parte, mi sto dedicando all’esplorazione della Magna Grecia, un territorio quanto mai ricco di testimonianze preziose e interessanti di un passato remoto e, in un certo senso, diverso da quello cui sono abituata a Roma e dintorni. In questo post vi racconto la storia di Sibari, dalla fondazione greca alla conquista romana.
*questo articolo lo dedico a Nausicaa, Maria Teresa ed Emanuele, perché dei dorati granelli di questa terra magnifica è cosparso il loro cuore.
Terra di conquista
Uno dei tratti distintivi delle storie che si intrecciano in Magna Grecia è l’esistenza di popolazioni indigene che, a un certo punto, entrano in contatto, e in conflitto, con i Greci colonizzatori. Per me che ho studiato Roma e che ho sempre ascoltato la storia dal punto di vista dei Romani, venire in Magna Grecia e, specialmente, in questa parte così remota come la Calabria, mi ha fatto riflettere su quanto sia polarizzante l’ottica romano-centrica. A Roma, certo, i greci ci sono venuti e hanno contribuito a fondare la città “romulea”, insieme agli etruschi e alle popolazioni sabine.
In Calabria, invece, sono soprattutto Greci a fondare città, muovendo battaglia e imponendosi alle popolazioni indigene, senza troppe gentilezze. Dal punto di vista archeologico, sono soprattutto le tombe a raccontarci questo incontro avvenuto a partire dall’VIII-VII secolo a.C., e ne sono prova i diversi elementi del vasellame domestico posto a corredo delle sepolture: qui vasi di foggia greca si mescolano a recipienti di impasto di tradizione locale, lasciando pochi dubbi sulla mescolanza culturale in atto.

La piana di Sibari
Percorrendo la celebre Strada Statale 106 Jonica, si possono raggiungere numerose località turistiche e archeologiche. Negli ultimi anni, ho visitato in particolare Kroton, Lokroi Epizephyrioi, Kaulon e Sybaris. Al tempo in cui ho visitato le prime tre, non avevo ancora un blog, per ciò comincerò a raccontarvele qui dall’ultima che ho visitato, Sibari.
Credo sia necessaria una mappa per orientarci e comprendere quali siano le posizioni reciproche delle città che ho citato, sapendo che, tra queste, Crotone era la più forte e dominava su tutte le altre. Nel caso di Sibari, è proprio la rivalità con Crotone a determinarne, come vedremo tra poco, la prima distruzione. Si tratta, quindi, di città in perenne lotta tra loro, per il dominio del territorio e del mare.

Oggi, la località chiamata Sibari si snoda su una piana che si estende fino al mare, circondata dal massiccio del Pollino, tutelato da un Parco Nazionale. Il paesaggio è quello tipico della provincia produttiva costiera (mi ricorda l’Abruzzo), nella quale si alternano vasti spazi coltivati a poli commerciali e industriali. La SS 106 la attraversa da nord a sud, mentre la viabilità minore conduce fino al mare, attraversando campi e pinete.
In questo contesto sorge il Parco archeologico di Sibari, dotato di autonomia con la riforma Franceschini, il quale comprende – come si apprende dal sito web ufficiale – il Museo della Sibaritide, il Museo di Amendolara e le aree archeologiche di Parco del Cavallo e Casa Bianca. Durante le mie peregrinazioni archeologiche ho potuto visitare il Museo della Sibaritide e l’area archeologica di Parco del Cavallo; sfortunatamente, l’area archeologica Casa Bianca è chiusa e vi riporto qui il testo descrittivo dal sito web:
L’area archeologica di Casa Bianca corrisponde alla parte più orientale della città greca (Thurii) e romana (Copia). Lungo una delle strade basolate che la attraversavano, si incontrano le strutture circolari di una delle torri della cinta muraria della colonia greca di Thurii, che convivono insieme ai resti del santuario meglio noto di Copia romana, dedicato alle divinità orientali, e di alcune tombe monumentali.
Sybaris, Thurii, Copia
L’aspetto a mio avviso più straordinario della storia di Sibari è la stratificazione urbana. Letteralmente, ci sono tre città che si sovrappongono. Tre, più una, cioè il primitivo abitato indigeno, spazzato via dall’arrivo dei coloni greci. Già, perché se è vero, come apprendiamo dalla bibliografia scientifica, che le forme della colonizzazione greca in Italia seguono un “modello” con le sue pur tante sfumature locali, nel caso di Sibari la modalità è decisamente violenta.
Ve lo spiego con le parole di uno dei massimi esperti di Magna Grecia, Emanuele Greco:
[…] archeologicamente parlando Sibari sembra fondata all’epoca delle coppe tipo Thapsos con pannello (circa 730-720 a.C.) che costituiscono la più antica ceramica greca rinvenuta negli scavi della città; non solo, se riconsideriamo i siti indigeni situati a corona sulle colline che circondano la pianura, abbiamo vasi prevalenti di abbandono, ed un caso abbastanza dirimente che è l’impianto del santuario arcaico di Atena sul Timpone della Motta a Francavilla, il quale occupò l’area in precedenza tenuta da uno dei più fiorenti e meglio conosciuti insediamenti indigeni precedenti. Insomma, la fenomenologia archeologica testimonierebbe una espropriazione violenta dello spazio (quindi l’assoggettamento dei locali).
Nella sua disamina, poi, Greco usa cautela nel dare credito solo ai risultati degli scavi, i quali sono per lui un elemento sì di valutazione, ma non oggettivo in senso assoluto e vanno misurati con altre fonti informative. Resta quindi dibattuta la reale “coabitazione” tra indigeni e greci, fermo restando il fatto che, nel caso di Sibari, sembra che tra la fase greca arcaica (Sybaris), la fase greca classica (Thurii) e la fase romana (Copiae) non ci sia stato un sostanziale “spostamento di sito”.
Riassumendo, quindi, abbiamo tre città sovrapposte e vari tentativi di rifondazione nel mezzo. La prima città è detta Sybaris, ed è la prima colonia di fondazione greca degli Achei del Peloponneso, avvenuta intorno al 730 a.C., in un momento successivo alla prima fondazione greca in Italia che di solito si identifica con Pithekoussai-Ischia, del 775 circa. Questa prima città di fondazione greca viene distrutta dalla potente Kroton nel 510 a.C. e nei testi scritti, dice Greco, si apprende di una prima occupazione (Sibari II)
“che ne gli anni intorno al 476 a.C. portò al tentativo di sganciamento da Crotone, tentativo fallito nonostante l’intervento dei Siracusani guidati da Polizelo;
Segue poi un altro tentativo nel 453-448 per iniziativa di un certo Tessalo e con l’appoggio di Poseidonia e di Laos (Sibari III) e infine nel 446 a.C. si verifica la fondazione comune da parte di Sibariti e Ateniesi (Sibari IV). Tutto ciò sarebbe avvenuto prima del 443 a.C., anno in cui si registra la scissione violenta e la nascita di Thurii. A leggere le pagine di Greco, però, la questione è molto complessa e sono più le domande che le risposte.

Cercando di riassumere i termini della questione, dagli scavi fatti, incrociando i dati con le fonti testuali e numismatiche, si può desumere che la prima Sibari di età arcaica fosse ben estesa e giungesse fino al mare. C’è una sovrapposizione fisica tra una parte della Sibari primigenia e la successiva Thurii, che però sembra essere spostata, anche se di poco, rispetto alla precedente. Il tutto è reso ancor più complicato dall’incidenza della colonia romana di Copia, fondata nel 193 a.C. La costruzione degli edifici pubblici dall’età tardo repubblicana in poi ha in gran parte modificato l’aspetto della città di Thurii. Si riesce però a percepire ancora un suo tratto fondamentale: l’impostazione urbanistica che si dice “ippodamea”, cioè impostata secondo i dettami di Ippodamo di Mileto, la quale prevede la creazione di assi stradali ortogonali secondo precise misure e distanze.
Ecco, visitando gli scavi di Parco del Cavallo, vi posso garantire che tale persistenza è a dir poco impressionante, specie se, come ho fatto io, la si esplora alla luce del tramonto. Tutto si ammanta di un colore arancio caldo, creando un gioco di riflessi che – mi piace pensare – anche gli antichi abitanti di Thurii e poi di Copia avranno visto duemila ani fa. E nell’area archeologica si coglie molto bene l’intersezione tra due assi ortoganali, uno principale e uno secondario. Una distesa di pietre a formare il manto basolato della strada, che se mi fermo anche solo un momento a pensare a quanti piedi l’avranno calpestata dal 443 a.C. a oggi – salvo rifacimenti – mi viene un capogiro.

Il rapporto tra Thurii greca e Copia romana
Vorrei usare ancora qualche parola per chiarire questo passaggio. Spero che adesso sia più chiaro il fatto che della prima città, quella greca arcaica che chiamiamo Sybaris, non sia rimasto granché e, nel caso, è sepolto sotto due altre città. Se possibile, secondo un’ipotesi in voga, si conservano ancora tracce delle primitive costruzioni arcaiche nel muro di fondo del più tardo “Emiciclo”, un edificio pubblico monumentale costruito in età augustea all’incrocio tra due strade superstiti della colonia greca di età classica, Thurii.
Si tratta di blocchi squadrati con varie tracce per il sollevamento e la posa in opera, posti a fare da base per la struttura curvilinea tirata su agli esordi del I secolo dal cantiere della colonia romana. Se così fosse, sarebbe questo il livello di conoscenza indiziaria della presenza di edifici di un certo rilievo architettonico – si parla di santuari – ancora visibile in situ nonostante l’avvicendarsi delle città nelle epoche successive. E ovviamente, io, creatrice di Muri per tutti, il muro dell’Emiciclo l’ho fotografato con dovizia e ammirato in tutta la sua meravigliosa stratificazione di fasi. Eccolo qui sotto:


L’aspetto davvero incredibile di questo sito archeologico è che si può perfettamente cogliere il senso della sovrapposizione tra la colonia greca di V secolo a.C., Thurii, e il municipio di fondazione romana di inizi II secolo a.C., Copia. Il nome romano, poi, è tutto un programma.
La colonia di Thurii fu fondata, ripetiamo, dagli ateniesi sopraggiunti sul sito della vecchia Sybaris, su indirizzo di Pericle, sì, l’inventore della democrazia. Gli ateniesi giunsero in soccorso dei Sibariti, salvo poi entrare in conflitto aperto con loro e prendere il sopravvento. Dell’impostazione urbanistica ippodamea ci sono ancora tutte le tracce, che gli archeologi hanno potuto ricostruire in una pianta topografica ricostruttiva. La comprensione del tracciato è stata possibile scavando in più punti della piana, ma ad oggi, delle due aree archeologiche facenti parte del sito, solo Parco del Cavallo è visitabile.

Naturalmente, è soprattutto della fase romana che restano tracce comprensibili e anche monumentali. Visitando l’area archeologica del Parco del Cavallo è possibile immergersi nell’abitato, camminare per le sue strade ed entrare, in particolare, in due grandi complessi architettonici ancora in piedi: l’Emiciclo, che citavo prima, e le terme. C’è anche una domus, proprio alle spalle dell’Emiciclo.
Grazie anche alla accuratissima sezione didascalica presente in Museo dedicata a Copia romana, si comprende bene lo sviluppo urbanistico e architettonico dell’ultima fase di trasformazione della colonia di origine greca. E qui mi viene da suggerire che sia meglio cominciare con una prima visita al museo, per comprendere lo sviluppo teorico e materiale dei vari abitati attraverso la lettura dei pannelli; poi vale la pensa spostarsi sul campo a visitare l’area archeologica e, se ci fosse ancora tempo, non sarebbe male tornare al museo per chiudere il cerchio.
L’Emiciclo e la domus
Voglio subito parlarvi dell’emiciclo, perché ha una storia costruttiva davvero interessante e ben leggibile. Dalle ricerche condotte sul campo dagli archeologi, si è potuto comprendere che, in età romana, e in particolare tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., a Copia c’è un momento di rinascita. Questo, in realtà, è un fatto ben noto e documentato in molte altre colonie di età sillana (Copia diventa municipio al tempo della guerra sociale), dove puntualmente si registra una fase di monumentalizzazione tra Cesare e Augusto: è il pugno di velluto del principato, che si impone sul territorio italico.
A Copia questa presenza si materializza con la costruzione di un grande emiciclo di natura pubblica, proprio all’incrocio fra due strade: potete vederlo bene nella piantina che trovate poco sopra. L’edificio si imposta su una precedente domus repubblicana, a carattere privato e – dicono gli archeologi – forse l’obiettivo è proprio connotare in maniera pubblica uno spazio in precedenza privato. Sta di fatto che il muro curvo dell’emiciclo “taglia” i muri perimetrali in opera reticolata non ancora perfetta della vecchia domus. E questo posso mostrarvelo con alcune mie fotografie.



Grazie ai pannelli dettagliati presenti sia in museo che in situ, si capisce molto bene quale fosse l’articolazione strutturale dell’emiciclo. In alto a destra nel disegno vedete un’area grigia delimitata da due muretti perpendicolari piuttosto sottili: sono i muri superstiti della domus repubblicana, interrotti per inserire il muro curvo. Il muretto diciamo parallelo alla strada lo vedete nelle due mie foto, è quelli un reticolato (molto restaurato). Davanti, si scorgono i blocchi degli edifici arcaici reimpiegati nella costruzione augustea.
Questo emiciclo aveva un ambulacro, cioè un corridoio colonnato, piuttosto ampio. Le colonne erano doriche in pietra e dovevano essere più alte di come le vediamo ora. A quanto sembra, l’edificio augusteo, che sul davanti aveva un movimentato profilo a tre nicchie, ha mostrato sin da subito segni di debolezza ed è stato quindi restaurato più volte in più punti.
In seguito, in età adrianea, entro la metà del II secolo, l’edificio viene trasformato in un teatro. Per costruire la cavea con la tipica gradinata, si riempie di terra il corridoio dell’emiciclo, si rasano le colonne tutte alla stessa altezza, alcune finiscono pure nel terrapieno, quindi il muro semicircolare viene rinforzato sia da muri in opera mista di reticolato e cinture di laterizi, sia da setti murari a contrafforte costruiti all’esterno: li vedete sulla piantina poco sopra, sono quei rettangoli neri corti e tozzi che puntellano la curva esternamente.



I muri, come sempre, raccontano spesso molto più di quello che si possa sintetizzare sui pannelli e devo dire che, nel caso delle fasi dell’emiciclo, se ne vedono molte più delle due principali dichiarate dalla narrazione sul posto. Per questo io penso e dico sempre che se si prendesse l’abitudine di fare le piante di fase, le composite, quelle che raccontano che cosa è in uso in un determinato momento, sarebbe forse meno difficile orientarsi nella selva di muri che puntualmente ci attende nei siti archeologici.
Le sfruttatissime terme
Chiudo il racconto sui resti archeologici di Sibari con un breve commento sulle terme, la categoria architettonica che più ho studiato e amato. Le terme ci insegnano sempre molto sulla durata della vita in un sito e, per quanto io abbia potuto apprendere dai casi di Ostia antica, il romano antico amava stare “ammollo” anche in un dito di acqua versata a mano con un secchio. Fino alla fine, fino alla “caduta” dell’impero e anche oltre.
Le terme di Copia hanno una vita lunga tanto quanto la città stessa, dal I al VII secolo dopo Cristo. Di tale durata si notano tracce evidenti, sia sui pavimenti, con le rinomate toppe ai mosaici, fatte con altro mosaico e poi con pezzi di lastre di reimpiego, sia sui muri, i quali sono ora fatti di materiale omogeneo, ora di frammenti di decorazione architettonica di riuso.
Le terme di Copia sono particolarmente grandi, sono di uso pubblico e quindi a disposizione dei cittadini e degli avventori, nella più tipica tradizione romana. Non dimenticate che i Romani sono la “civiltà dell’acqua”, sono coloro che portano acqua potabile e bagni caldi ad alta tecnologia in tutti i luoghi posto sotto il loro controllo. E dunque anche a Copia si ha prova di questa competenza che si fa identità, segno distintivo.
Il settore freddo è ampio e dotato di vasche capienti, con tracce di un rivestimento marmoreo poi perduto. Ma il dettaglio sul quale mi sono soffermata è il settore tiepido, quello accanto al frigidario, che presenta ancora il piano dell’ipocausto con le pilae (i pilastrini per sorreggere il pavimento rialzato) ancora in situ, alcune, regolari, fatte con mattoni semicircolari, altre, di restauro antico, fatte con gli elementi dei discendenti per la raccolta delle acque meteoriche in terracotta: una cosa pazzesca! Presumo che i diametri fossero compatibili e che essendo in materiale refrattario avrebbero retto bene il contatto con il fuoco.
E a proposito di fuoco, ho potuto notare il condotto del prefurnio con ancora il crollo della copertura in posto, pronto da scavare. Che cosa meravigliosa! Chissà quante informazioni sull’uso e sulla fine dell’edificio ci potrebbe ancora dare. Di tutto questo, lo confesso, non ho trovato traccia nei pannelli, per cui mi sono fatta guidare dal mio occhio e dalla mia esperienza in fatto di terme. Vi lascio qui sotto una galleria di foto!




Il Museo della Sibaritide
L’ingresso al museo si apre sulla SS 106. L’edificio sorge come una cattedrale nel deserto, il che ha un certo fascino, specialmente pensando al potenziale valore educativo e culturale che un istituto museale possa esercitare sul territorio e sulla comunità locale. E non mi nasconderò dietro un dito: sappiamo bene quanto questa porzione dello stivale proponga sfide complesse alla gestione e promozione della cultura.
Al nostro arrivo c’è qualche turista in visita – si riconosce per l’abbigliamento – ma non c’è folla. Frequentando anche la spiaggia abbiamo potuto constatare come oltre a non essere ancora decollata l’alta stagione turistica, Sibari è soprattutto meta di un turismo per lo più locale, per quanto la rilevanza storica dell’area e dei siti archeologici presenti ne facciano un luogo davvero importante.
La visita al museo, a mio avviso, va fatta prima di visitare gli scavi, perché è utile avere a monte un orientamento sulla complessa storia del sito. La narrazione della collezione di reperti, infatti, segue un ordine quasi sempre cronologico, attraverso l’illustrazione dei vari contesti provenienti dalla piana di Sibari. E va detto che il valore nazionale dell’istituto sibarite impone una ulteriore riflessione sul rapporto oggetti/racconto/territorio. Ad una prima visita, almeno, non è che si colga pienamente questo essere “nazionale”.
“Past in Progress”
In ambito social, e in particolare su Instagram, il Museo della Sibaritide si chiama “Past in Progress”. Da quel che si capisce, è il nome del progetto di allestimento della collezione ideato dalla recente direzione, presumo in seguito alla riforma Franceschini che ha dotato quello museo di autonomia: una scelta che ha incontrato non poche perplessità, specie da parte di Emanuele Greco, l’archeologo della Magna Grecia che ho citato all’inizio. Per avere un quadro della situazione, consiglio qui la lettura del recente libro “Dieci anni dopo. Riflessioni sparse sulla “riforma” Franceschini” a cura di Pier Giovanni Guzzo, edizioni Scienze e Lettere 2023.
Tornando al Museo, il concetto di “in Progress” sarebbe legato all’allestimento delle tante e varie collezioni di reperti, diverse per provenienza dal territorio, stato di conservazione, cronologia, origine. Ci sono infatti alcune teche dedicate agli oggetti recuperati dal nucleo tutela dei Carabinieri, altre dedicate agli oggetti restituiti da grandi collezionisti, come il Getty Museum: ce ne sono, quindi, di spunti per articolare un racconto su più fronti di come si costruisce la narrazione storica di un territorio attraverso i reperti.
Il racconto comincia dalla protostoria, dall’età del ferro e dai ritrovamenti spettacolari e, per noi archeologi, piuttosto famosi, come lo scavo di Broglio condotto al tempo da Renato Peroni. Il senso di questi ritrovamenti è quello di documentare la situazione indigena prima dell’arrivo dei greci. E le comunità sparse sul territorio sono tante e radicate, con un loro corredo di tradizioni e costumi, a quanto sembra smantellati al contatto con i greci colonizzatori. Poter conoscere questa pagina attraverso i reperti è un’occasione preziosa, specie perché gli oggetti, a loro modo, sanno parlare più di tante parole.

Soluzioni geniali
Di musei ne ho visitati molti finora e ce ne sono alcuni che mi hanno catturato più di altri. Di solito cerco di capire quale sia il filo conduttore dell’esposizione, se ci sia uno stile omogeneo e se sia ricercata un’interazione con il pubblico, a vari livelli.
Nel caso del Museo della Sibaritide, confesso, non ho percepito quell’impatto ammaliante che ho invece avuto a Locri o a Reggio – restando in zona, come se in questo museo ci fosse una stratificazione di scelte e di esiti non ancora in accordo perfetto. Sono certa ci si arriverà e, anzi, leggendo le riflessioni di Emanuele Greco sull’assetto amministrativo del Museo dotato ora di autonomia, sembra essere banalmente di natura economica il grosso scoglio da dover superare, in una zona non proprio frequentatissima. Ma queste sono mie riflessioni personali scaturite dall’esperienza di visita in autonomia, da turista.
Ciò premesso, di questo museo ho amato due cose. La sua stessa esistenza lungo la SS 106 e in mezzo al nulla, immaginandomelo, in potenza, come faro nella notte, un luogo sicuro dove trovare riparo, un polo di attrazione per tutti, anche se al momento non sembra ancora essere arrivato il momento culminante. L’altro aspetto è l’allestimento precario. Volutamente precario. Didascalie scritte a uniposca sui vetri, con freccette e colori per invogliare la lettura. Pannelli stampati su carta e cartine fatte con i lucidi e i post it, decorate a mano. Ovunque, messaggi al pubblico: diteci la vostra, scrivete a questo indirizzo, fateci sapere, fatevi vivi.




Ecco, a me, che frequento assiduamente i musei per lavoro e per passione, questo sistema ha fatto breccia nel cuore. L’ho trovato semplicemente geniale.
GENIALE.
Punto primo, perché è economico. Non so con esattezza quanto costi nei capitolati di spesa di un museo “rifare la pannellistica”. Molto, presumo. Optare per un arredo semplice e artigianale come minimo lascerebbe molto più spazio ad altri investimenti. So di dire cose poco condivisibili e un po’ naïf, ma a pensarci bene, invece, è davvero geniale. E poi si può facilmente cancellare, correggere, aggiornare. Non c’è quella rigidità tale da non poter nemmeno correggere gli immancabili refusi, che si traduce poi in pecette correttive (vi ricordate gli orrori alla mostra Dacia alle Terme di Diocleziano?)
E lo è nell’ottica della temporaneità delle esposizioni. Da quel che ho intuito girando sui social, il materiale nei depositi è tantissimo e magnifico. Uno dei grossi problemi museografici, notoriamente, è proprio come gestire i depositi e renderli fruibili. Il concetto di “in Progress” sembra legarsi proprio a questo e, magari individuando soluzioni adeguate ad un museo nazionale, non sarebbe male sperimentare con coraggio allestimenti smaccatamente temporanei e precari, trasformando il museo in un punto di riferimento per la rotazione dei contesti, della serie: devi tornare da noi ogni sei mesi perché cambiamo tutto e devi venire a vedere cose nuove.
Lo so, penserete che esagero, ma credetemi, rispetto a tante altre scelte discutibili alle quali ho assistito in fatto di allestimenti museali (penso al Colosseo e ai reperti spostati nei sotterranei per i pochi fortunati che riescono ad aggiudicarsi un biglietto nell’arco di questa vita), mi vien da dire che tentare proprio a Sibari, nella lontana Sibari, qualcosa di nuovo e mai visto, sarebbe molto, molto sfidante. E ho fiducia che sentiremo presto parlare molto di questo Museo!
Fine!
Concludendo, spero che questo viaggio virtuale tra i muri e i reperti di Sibari vi abbia incuriosito al punto di fare le valigie e partire per un viaggio sulla SS 106. Perché questo è, per me, il potere dell’archeologia: riconnetterci al passato, alle persone che un tempo hanno popolato questi spazi prima di noi e che ancora, forse, ne animano i luoghi. Il passato a me fa riconciliare con il presente. Mi fa percepire il tempo come una corda alla quale siamo tutti legati e idealmente, procedendo all’indietro, ritroviamo i nostri antenati ad abitare in quegli edifici che oggi visitiamo da turisti. E questa percezione ci dovrebbe guidare nell’educare la nostra sensibilità all’accoglienza, allenare il nostro sguardo al riconoscimento della complessità, forgiare i nostri strumenti intellettuali a favore della promozione della conoscenza. Questo è quello che queste storie così potenti e così complicate mi fanno, ogni volta, venire in mente. E spero con queste riflessioni di darvi qualche utile spunto ad esplorare questi luoghi, se ancora non li conoscete.
Alla prossima, per proseguire insieme il racconto on the road della Magna Grecia calabra archeologica! Grazie, Valeria
Bibliografia e sitografia
In questo articolo ho preso spunto dalla mia esperienza sul campo, dal sito web del Parco di Sibari e Crotone e da alcuni saggi scientifici (in ordine di apparizione):
- Parco di Sibari
- Emanuele Greco, Archeologia della Magna Grecia, Bari Laterza, 1992, pp. 26-34;
- Pier Giovanni Guzzo (a cura di), Dieci anni dopo. Riflessioni sparse sulla “riforma” Franceschini”, Roma Edizioni Scienze e Lettere, 2023, pp. 15-17;
- Helga di Giuseppe, Marco di Branco, Pompei: la catastrofe, Roma Edizioni Scienze e Lettere 2022 [questo molto utile a capire lo spirito e gli esiti della Riforma Franceschini e la sua traduzione in una nuova macchina amministrativa incentrata sulla figura dei “super direttori”, con i pro e i contro dettati dal progresso di carriera]
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