Una visita a Catania riserva interessanti scoperte in materia di archeologia. Premesso che è una città dalle molte anime, quella greco-romana è davvero suggestiva e mi ha fatto un certo effetto, poiché la stratificazione emerge letteralmente da sotto i piedi e dietro ai palazzi. Ho visitato con la mia famiglia, nel mese di luglio, il Teatro Greco, l’Odeon e l’Anfiteatro. Te ne parlo in questo post! Ti avverto, è un po’ lungo, ma ho cercato di dirti tutto.
La città attuale
Partiamo dall’oggi. L’impatto con Catania è forte, la città ha una veste seducente e dei modi a volte respingenti, o almeno a me sono arrivati così. Il centro storico, tra la piazza del Duomo e il mercato del pesce, è un gioiello settecentesco, bello e raro, ma l’iper turismo di cui è preda ammanta tutto con un velo disturbante. Ti senti in trappola, non sai come muoverti senza essere preso di mira, una sensazione sgradevole. Tuttavia, l’anima verace della città ti rapisce il cuore. Si potrebbe trascorrere ore a guardare le facciate dei palazzi con le loro partiture architettoniche finemente intagliate, scorgendo qua e là tracce di modernità innestate su uno scheletro ancora di gusto rinascimentale. Immaginate poi il tocco siculo, abbondante, lussureggiante.


L’assetto attuale della città è il risultato di una sistematica ricostruzione avvenuta dopo il terremoto del 1693. La devastazione fu tale che il piano per rimettere in sesto la città fu razione e capillare. Si tracciano, quindi, gli assi principali e le traverse, secondo uno schema molto simile a quello della città greco-romana di tradizione ippodamea.
Quando, infatti, una città moderna conserva un reticolo viario regolare e razionale, di solito i motivi sono due: c’è una memoria antica “sotto”, come a Torino o a Napoli, oppure c’è un segno razionale ottocentesco. Quest’ultimo, però, non esclude che la viabilità sia comunque ricalcata su una stratificazione ereditata dal passato, dando però maggior respiro e solennità agli spazi: in buona parte, è il caso di Roma.

Quel che di Catania ti sorprenderà è il fatto che puoi leggere la sua stratificazione urbana facilmente e sarà proprio lo stile dei palazzi a farti da guida. E noterai che, in punti corrispondenti ad antichi incroci, troverai i tre edifici antichi – Teatro, Odeon e Anfiteatro – di cui ti parlerò tra poco, proprio a confermare che anche l’ariosa e ordinata città moderna ha in qualche maniera ricalcato, volutamente, il reticolo antico, rispettandone le evidenze emergenti, solo impostandosi a una quota più alta.
E in tal caso, come accade a Roma, ad esempio in Campo Marzio, dove la quota romana è a circa 5-6 metri sotto il livello attuale, troverai gli edifici di età greco-romana che battono una quota di circa 5 metri inferiore a quella sulla quale cammini oggi. Già rendersi conto di questa sovrapposizione, ti farà apprezzare la città in modo diverso, ne sono certa.
Il Duomo
C’è una fase intermedia, tra la città attuale e quella antica, che merita una menzione poiché è rappresentata da un edificio imponente: il Duomo di Catania.
La struttura attuale della Cattedrale dedicata a Sant’Agata è in gran parte settecentesca, ma ci sono evidenti tracce delle fasi precedenti. Intanto, possiamo considerare la sua collocazione e il suo orientamento coincidenti con la fase medievale, o normanna, che a sua volta si sovrappone perfettamente, a una quota superiore, alla fase romana.
Entrando nel Duomo, presta attenzione ai percorsi: all’interno ti verrà chiesto, in modo ambiguo, se sei di Catania o meno, perché secondo i gestori dell’offerta culturale interna al Duomo, se non entri per pregare, dovresti pagare. L’informazione non è chiara e io ti consiglio di entrare facendo attenzione a questo potenziale ostacolo. L’accesso è libero e non è obbligatorio pagare per entrare al Duomo.


Dalla navata centrale, troverai ai lati dei grandi “buchi” quadrati delimitati da una recinzione. Troverai il pilastro della navata, con accanto, a quota più bassa, una base di colonna piuttosto grande, e tra i due il residuo di un pavimento intermedio. Per farla breve: dovrebbero essere i resti della fase normanna, poi coperti da quella post terremoto.
Altre tracce della fase medievale si trovano verso l’altare: ci sono ampie superfici murarie in pietra lavica grigia lasciate a nudo, residui di affreschi chiaramente medievali e l’immancabile serie di elementi architettonici, come colonne e capitelli, di riuso, verosimilmente di epoca romana recuperati in epoca medievale.
Il Duomo medievale fu costruito come una chiesa-fortezza verso la fine dell’anno mille sui resti delle Terme Achilliane, datate al IV secolo. Per questo possiamo considerarlo un edificio ancora ben radicato nel tessuto urbano disegnato in epoca romana.

Il sarcofago riciclato
So che non suona elegante usare la parola “riciclato” in associazione a manufatti antichi, poiché siamo abituati ad ascoltarla in altri contesti, meno nobili. Tuttavia il concetto è lo stesso: capitava, nel Medioevo, di riutilizzare con la stessa funzione manufatti delle epoche precedenti e ad essere molto affascinante è proprio il meccanismo mentale che ha guidato l’azione.

In fondo alla navata laterale destra, nella cappella degli Aragonesi, si conserva un imponente sarcofago, del tipo “Sidamara”, dal nome della città dell’Asia Minore rinomata per questa produzione (il coperchio non è pertinente). Il tema della raffigurazione è tipico delle rappresentazioni “pagane” legate al trapasso e tale era l’universalità di certi messaggi della cultura funeraria romana, che i sovrani Aragonesi se ne servirono come sepoltura multipla per almeno cinque membri della famiglia: Federico III D’Aragona, che in realtà si fece chiamare Federico II, deceduto nel 1337; il figlio Giovanni D’Aragona, il nipote Ludovico D’Aragona, Maria D’Aragona, pronipote di Federico III e il figlio infante di quest’ultima, Federico di Sicilia.
L’operazione è tanto affascinante quanto ben riuscita, poiché il sarcofago, con la sua mole e la sua decorazione scolpita, sarà servito come un segno di memoria, radice e antichità della regalità familiare, secondo uno schema ben noto in tanti altri casi, anche a Roma. Riciclo, dunque, certo, ma della più alta specie.

La città romana sulla colonia greca
La stratificazione, normalmente, si sfoglia nel senso inverso alla sua deposizione, per cui se siamo partiti dalla città attuale, andando a ritroso troviamo la città romana e, sotto, infine, quella greca.
Della città greca conosciamo l’epoca di fondazione, posteriore al 729 a.C. come tramanda lo storico Tucidide. Ne conosciamo il nome, Katane, rimasto impresso nel nome moderno della città. Sappiamo anche che la fondarono i coloni calcidesi in posizione strategica tra il mare il fiume Amenano, ai piedi dell’Etna su un terreno particolarmente fertile, durante un’opera capillare di occupazione dell’isola che aveva visto la nascita di altri centri greci, come Naxos e Lentini.

La Sicilia era Grecia. Catania era Grecia, nel settimo secolo avanti Cristo. Si immagina che la colonia greca avesse tutte le caratteristiche di una città greca, dal reticolo viario, ai luoghi del potere, agli spazi pubblici. Ad oggi, archeologicamente, non se ne vede più granché. Ci sono però degli edifici ancora imponenti che ne tramandano la memoria, uno di questi è il Teatro Greco: una impressionante cavea perfettamente conservata, nascosta dietro i palazzi della città moderna. Una volta varcato il portone di ingresso, rimarrai a bocca aperta.
Insieme al Teatro Greco, c’è l’Odeon a rimarcare questa fondazione ellenica, sebbene in entrambi i casi, della fase greca a vista non si conserva quasi più nulla. Recenti indagini hanno individuato alcuni resti della fase greca, ma non sono visibili durante il percorso di visita. Quel che si capisce molto bene, invece, è la persistenza di talune funzioni ancora in età romana. La città romana, nata sui resti di quella di origine greca, ha, in pratica, sovrascritto, attraverso restauri e ricostruzioni, la disposizione degli edifici della colonia originaria.
Per questo, entrando nel Teatro Greco o girando attorno all’Odeon, saprai di essere su edifici profondamente radicati nel terreno e sul territorio, frutto di una lunghissima vita e di un uso senza soluzione fino alla fine dell’impero romano. Un fatto che, secondo me, te li farà apprezzare ancora di più.

Il Teatro Greco
Lo chiamano Teatro Greco, ma, come ho detto, della fase greca c’è ben poco. Quello che troverai varcando la soglia del portone al civico 266 di via Vittorio Emanuele II è un teatro romano. La passerella conduce nel cuore dell’isolato, tra i palazzi, uno dei quali – quello color carta da zucchero – è la casa natale del compositore Vincenzo Bellini, nato a Catania il 3 novembre 1801.
L’ingresso è poco invitante e un po’ “misterioso”. Non sai che cosa ti aspetta e difficilmente te lo puoi immaginare. Le fotografie sul web non rendono assolutamente l’idea dell’impatto che questa struttura sa ancora offrire al nostro sguardo. Anzi, se vuoi un consiglio, visitalo al tramonto: vedrai qualcosa di incredibilmente meraviglioso.

Il Teatro, molto restaurato, si conserva abbastanza bene. In basso, l’orchestra, ancora tappezzata di marmi e coperta da velo d’acqua dovuto alla presenza di una polla naturale proprio al di sotto. L’orchestra è delimitata dal muro della scena, ancora foderato di marmi e dotato di scalette di accesso anch’esse rivestite di marmo. Il profilo della parete è movimentato da nicchie. L’insieme racconta delle ultimissime fasi di vita del teatro nella tarda antichità: lo dicono le lastre molto frammentarie, i decori riccamente intagliati, la sovrabbondanza. Il palco è moderno, ancora utilizzato.
La cavea, scavata nella pendice meridionale del Montevergine, è in pietra lavica. Se ne legge l’intero sviluppo sia in pianta che in elevato. Ti suggerisco di sederti un attimo, magari nella zona mediana, e di guardarti intorno. Cerca di cogliere la luce, lo spazio, i dettagli, la città cresciuta sopra. L’insieme è semplicemente meraviglioso, struggente, indimenticabile.




I pannelli, fatti molto bene, spiegano che la cavea è stata fondata durante la fase di occupazione greca, per poi essere sostituita da quella in muratura di epoca romana e, in tale assetto, i corridoi di accesso all’orchestra sono gli stessi della fase greca, stessa posizione, solo in forma diversa. E ciò è significativo e affascinante. Sarà che io sono stata abituata a indagare e raccontare sempre architettura romana DOC. Qui – come in altre località della Magna Grecia – no, non è così, c’erano prima i Greci e sono loro ad aver introdotto nel mondo romano l’edificio teatrale. Trovarmi seduta su questi gradini bollenti – c’erano un’afa pazzesca e un caldo esagerato durante la visita – mi ha fatto tanto effetto, specie se mi soffermo a pensare che qui, in questo luogo, nella sua forma greca originaria, tenne un discorso lo storico Alcibiade.
Il percorso su passerelle ti condurrà dentro e fuori la struttura. Ti troverai all’esterno, a un certo punto, e visualizzerai la parte ricurva con tanto di strada e scala di accesso ancora conservate, strette tra muri moderni e palazzi ancora più recenti. E qui capirai bene la stratificazione di Catania, che per certi versi è molto simile a quella di Roma.


Secondo le indicazioni trovate, il Teatro Greco ha un diametro di 80 metri circa, il che lo rende molto simile nelle dimensioni al teatro di Ostia antica. Capienza stimata: circa 7000 persone. La cavea si articola in 21 gradini, divisi in 9 cunei serviti da 8 scalette (Fonte: Guida Archeologica di D.Malfitana, vedi sotto Risorse Bibliografiche).
Dall’esterno, poi, ripassando dagli ambulacri interni, salirai alla quota della città moderna, muovendoti lungo la pendice del Montevergine, e qui troverai le indicazioni per l’Odeon.
L’Odeon
Secondo un modello attestato in altre città della Magna Grecia, ad esempio Pompei, a Catania è prevista la coppia Teatro-Odeon. Si usava costruire affiancati, come in uno stesso distretto culturale dedico alle arti coreutica, un Teatro, per la Tragedia, la commedia, la satira, e un Odeon, per letture pubbliche di classici, la danza, musica. Nel mondo romano, poi, spesso i due edifici diventano sinonimi e, sorprendentemente, Vitruvio non tratta della categoria “Odeon”, occupandosi solo del Teatro. Leggiamolo:
Vitruvio prescrive che nell’orchestra circolare sia iscritto un quadrato, il cui lato inferiore costituisca la fronte del proscenio, mentre le scalette devono trovarsi sulla linea dei raggi di questa circonferenza e quelle della summa cavea, al di sopra del diàzoma, devono essere negli spazi intermedi fra le prime; per ampliare la cavea vengono iscritti in questo cerchio altri due quadrati disposti obliquamente rispetto al precedente in modo che un angolo inferiore di ciascuno di essi tocchi la fronte della scena. Il t. dello schema vitruviano è quello ellenistico con otto scalette e sette cunei; e trova i confronti più stretti nei t. di Priene e di Delo, mentre alcuni particolari vitruviani si ritrovano qua e là nei t. di Pergamo, Delo, Mantinea, Segesta e Pompei. L’importanza dell’acustica per il t. è sottolineata da Vitruvio che ricorda gli ἠχεῖα, o vasi bronzei di risonanza, che aiutavano la diffusione della voce; sembra che nel t. ellenistico-romano di Aizanoi in Frigia alcune nicchie, che si trovano ad intervallo nella cavea, possano avere avuto funzione acustica. (Fonte: Enciclopedia dell’Arte Antica)
La differenza tra i due edifici sta anche nelle dimensioni. Il Teatro è più capiente, l’Odeon è più piccolo. Secondo i calcoli fatti, il Teatro poteva contenere circa 7000 spettatori, mentre l’Odeon massimo 1.500.
A Catania, l’Odeon è costruito a una quota più alta. Infatti, mentre la cavea del Teatro è situata molti gradini e rampe più in basso, L’Odeon è fondato all’altezza dell’ambulacro esterno posto in summa cavea. Perché? Come ho detto, entrambi gli edifici sono stati costruiti sul versante meridionale del Montevergine, dunque mentre il Teatro è stato scavato in parte nel banco, l’Odeon è stato collocato a una quota superiore del versante. Inoltre, la fondazione dell’Odeon è posteriore, si data infatti al II secolo d.C.

La tecnica costruttiva è sempre l’opera cementizia, con 17 ambienti ambienti radiali voltati che si dispongono attorno all’orchestra semicircolare e sostengono le gradinate degli spalti. Stessa struttura del teatro ma meno piani sovrapposti e meno impegno statico. Di fatto, è più piccolo. L’abbinamento pietra lavica nera, mattone fuori formato rosso intenso rendono queste architetture anche cromaticamente indimenticabili.


Meno accessibile del Teatro, in quanto maggiormente fagocitato dalla città moderna, l’Odeon conserva ancora uno dei due corridoi laterali di accesso all’orchestra, la quale è ancora rivestita dei suoi marmi, nonostante un palazzo molto recente appoggi i suoi pilastri su di essa. Questo edificio, come da tradizione, aveva una copertura di legno e non aveva la ricca scena, che caratterizzava invece il Teatro.
Sebbene trovandosi a pochi passi dall’orchestra – resa inaccessibile per questa ragione – si provi sulle prime un senso di rabbia e tristezza per l’impossibilità di accedere allo spazio scenico, d’altra parte la vista dei sedili alla luce dorata del tramonto lenisce e guarisce il senso di frustrazione.


L’Anfiteatro
Un’ultima nota di questo mio breve sunto dei luoghi archeologici di Catania che ho avuto modo di esplorare è dedicata a un edificio davvero pazzesco: l’anfiteatro.
In famiglia, l’anfiteatro è una categoria edilizia alla quale siamo particolarmente affezionati. Combinazione, mi sono trovata a visitare l’anfiteatro di Catania con Alessandro Delfino, impegnato per molti anni negli scavi e nello studio del Colosseo, e così, ne ho approfittato per esaminare la struttura con chi di anfiteatri se ne intende.
Aggiungo che i pannelli che ho trovato lungo il percorso sono ben fatti e molto utili a capire come doveva essere costruito l’edificio, come doveva apparire quando era intatto, quanta parte della città doveva occupare e quali sono le sue caratteristiche costruttive. Tutte informazioni che cercherò di trasferire qui.
Per cominciare, l’anfiteatro emerge dal terreno in piazza Stesicoro, come se fosse appena stato scoperto. Un portale con rovine romane fu allestito entro il 1907 per indicarne l’esistenza e una balaustra in ferro battuto con terminazioni in piccole erme, di gusto liberty ad opera dell’architetto Filadelfo Fichera, ne delimita il perimetro scavato. Una corona di meravigliosi palazzi nel medesimo stile campeggia tutto attorno, quasi riecheggiando il fascino dei ruderi sottostanti.

Si accede agli scavi dalla piazza (c’è un biglietto di 6 euro, al momento in gestione da parte di Coopculture) e attraverso una passerella si raggiunge la quota dell’ambulacro interno. I pannelli, a cura dell’Università di Catania che ha curato le indagini più recenti, spiegano come la struttura emergente dalla piazza corrisponde a circa un quarto dell’ellisse. Il percorso di valorizzazione, in gran parte ipogeo, consente però di coprire tutta l’ellisse. Una cosa favolosa.

Secondo gli studi recenti, e grazie una planimetria con l’indicazione delle fasi in vari colori, si comprende come la fondazione dell’edificio risale in realtà già al I secolo, più precisamente all’età giulio-claudia – in pratica, un riflesso della propaganda augustea fondata sugli edifici di spettacolo – mentre l’anfiteatro che vediamo oggi è l’esito di importanti rifacimenti del pieno II secolo, tra Adriano e Antonino Pio.
L’edificio si articola in due ambulacri concentrici, due ordini di arcate e un attico, quattro settori di spalti e presenta una particolarità: è costruito contro la pendice del Montevergine, dove sorgeva l’antico abitato. La struttura, però, invece di appoggiarsi direttamente al colle, è stata munita di archi rampanti sul lato a contatto con il versante. Questo dettaglio è ancora perfettamente percepibile ed è impressionante.

Il percorso conduce dapprima all’ambulacro interno, quello più vicino all’arena. Si può ancora accedere allo spazio dell’arena stessa passando da una delle porte principali, poste sull’asse longitudinale. Sebbene sia oggi uno spicchio limitato dell’antico spazio scenico, è davvero suggestivo poter osservare lo spazio degli spalti dal piano dove si esibivano i gladiatori.
Altro dettaglio notevole: qui si vede ancora perfettamente la tecnica costruttiva, un’opera cementizia con paramento in mista di pietra lavica in conci irregolari e corsi di laterizi. I giunti sono riempiti da una miscela particolare di calce e piccoli inerti vulcanici, che danno un caratteristico effetto “a pois” indimenticabile. Il muro circostante l’arena, detto tecnicamente podium, presenta ancora il rivestimento in lastre di marmo cipollino, nonché una finitura in elementi di marmo con profilo a bauletto a rifinire la parte sommitale: una caratteristica piuttosto rara per un anfiteatro.




Sull’arena insiste poi il muraglione in mattoni rossi realizzato all’indomani degli scavi moderni e in concomitanza con l’allestimento dell’area archeologica di inizio Novecento. Sull’alta parete erano allestite delle mappe in pietra (del genere di quelle in via dei Fori Imperiali), lasciate, purtroppo, andare in malora.
Il percorso, poi, prosegue nel settore ancora sepolto dell’anfiteatro e copre quasi tutta l’ellisse. Si arriva, in sintesi, al punto in cui furono aperti i primi scavi esplorativi alla fine del Settecento, su impulso del principe di Biscari. Qui l’esperienza è significativa. Si riesce perfettamente a immaginare la situazione della prima scoperta dell’edificio, dei primi accessi aperti per visitarlo, proprio tra i palazzi cittadini. E si comprende bene come la quota alla quale si cammina è data dai poderosi interri ancora presenti, i quali riempiono gli ambienti radiali fino ai capitelli.






Gli interri sono affascinanti: tutta stratificazione “buona”, come diciamo noi archeologi, ancora tutta da scavare. Gli interri, infatti, rappresentano quella fetta di storia che di solito manca sempre: che cosa è successo dopo l’età antica? Se siamo troppo spesso abituati a sentire storie che mancano regolarmente della fase post antica è perché non c’è stato modo di trovarne le tracce. Questo perché, per secoli, le indagini si sono concentrate principalmente sul progetto, sulla fase originaria, sui reperti preziosi e non sulla storia globale. Ora, invece, si cercano altre risposte a domande più complesse e, quindi, sapere che nell’anfiteatro di Catania ci sono ancora margini per costruire risposte altrettanto complesse fa sentire fiduciosi.
Grazie al contributo di Daniele Malfitana, docente all’Università di Catania, ho ricevuto una serie di contenuti scientifici prodotti insieme al CNR a beneficio della fruizione collettiva dei beni archeologici di Catania e in particolare dell’Anfiteatro. E colgo l’occasione qui di mostrarti un acquerello dipinto durante la scoperta nel corso del Settecento, che illustra molto bene una situazione che ancora oggi è possibile percepire. La Guida dell’Anfiteatro romano di Catania la trovi scaricabile in PDF in fondo al post, nelle Risorse Bibliografiche.

Archeologia globale a Catania
Intanto è bene sapere che è stato fatto un grande progetto di mappatura della città, attraverso un rilievo a scansione che ha permesso agli archeologi di sistematizzare tutto il dato archeologico sparso sul territorio, elaborarlo, studiarlo e archiviarlo secondo i più recenti metodi digitali, in previsione anche di studi futuri. Il progetto si chiama “OpenCiTy” ed è stato
finalizzato a colmare un vuoto sulla conoscenza integrata della storia e dell’archeologia della città di Catanial’archeologia della città di Catania. L’esperienza promossa e finanziata dal PON MIUR Ricerca e Competitività che vide operare per oltre un biennio, in piena sinergia, mondo della ricerca, mondo delle imprese, Comune di Catania ed Enti preposti alla tutela all’interno dell’iniziativa DiCeT – Living Lab di Cultura e Tecnologia offrì l’occasione di avviare un importante progetto di ricerca che, impegnando un team variegato di figure (archeologi, informatici, architetti, geofisici, fotografi, etc.), lavorò per costruire in maniera innovativa, andando al di là del tradizionale ed esclusivo approccio archeologico, un nuovo modo di rileggere la storia, la topografia, l’assetto urbano e le evidenze archeologiche e monumentali della pluristratificata città di Catania. (Fonte: D.Malfitana, A.Mazzaglia 2018)
Grazie al contatto con Daniele Malfitana, docente ordinario di Metodologie della Ricerca Archeologica all’Università di Catania, ho conosciuto questo progetto e tratto dai risultati della ricerca scientifica molte precisazioni che trovi in questo post. Ne approfitto per condividere con te qualche immagine prodotta dal team di ricerca e pubblicata nell’articolo di D.Malfitana e A.Mazzaglia che trovi scaricabile in formato PDF in fondo al post, nelle Risorse Bibliografiche. In sintesi, la storia dell’anfiteatro è stata riscritta, precisandone forma e dimensioni e analizzando, da ogni punto di vista, la sua architettura e la sua stratificazione storica.



Ad esempio, l’idea che l’anfiteatro sia il terzo del mondo romano è sbagliata! Confrontando le misure note viene fuori che è ottavo in classifica. A tal proposito, dai un’occhiata all’immagine qui sopra: all’ultima riga trovi le misure dell’ellisse dell’anfiteatro di Catania stabilite con i rilievi del CNR: guarda quante diverse misure sono state date nei secoli dello stesso edificio. Assurdo, vero? Cambia il metodo, cambia la misura. Ciò per metterti in guarda sulle informazioni apodittiche date dall’AI.
E anche qui, mi sono divertita. A partire dalla domanda che mi ha posto Antonella, una sostenitrice del progetto che lavora a Pompei e che conosce bene i dettagli degli edifici campani. Antonella ha dubitato che l’anfiteatro di Catania fosse il terzo, così come avevo letto, ho chiesto allora all’AI di mettermi in ordine gli anfiteatri d’Italia su base dimensionale. Le fonti non sono sempre le più attendibili, ma so per esperienza che di alcuni edifici le misure le conosciamo abbastanza bene. Guarda che cosa è venuto fuori:

Avreste mai detto che sarebbe venuta fuori una classifica simile? Non sarebbe male una bella tavola con tutte le sagome degli anfiteatri in scala. Se ne avete una nel cassetto o se la trovate nelle vostre sessioni in biblioteca, inviatemela, così possiamo condividerla !
Tornando all’attendibilità delle fonti, il progetto di Archeologia Globale a Catania, e specialmente la figura 3 che ho riprodotto sopra, ci insegna che i dati sono molto, molto labili ed averne di accurati non solo non è sempre facile, devi sapere dove andarli a cercare e questo è di per sé un mestiere (l’archeologo, lo storico); ma poi usarli senza un forte senso critico produce conoscenze solo apparentemente fondate.
E questo voglio sottolinearlo, perché siamo in un’epoca in cui chiunque pensa di poter fare divulgazione, semplicemente leggiuchiando cose qua e là: ecco, esistono almeno tre differenti versioni delle misure degli anfiteatri che trovi in tabella, e, per carità, sono solo misure. Ma credo tu possa comprendere la gravità di un fenomeno dilagante che manipola ogni tipo di contenuto senza limite. Verifica sempre le tue fonti, questo è possibile farlo sempre. Se non sei sicuro della fonte, non usarla.
Per concludere
Le bellezze di Catania non si esauriscono certo in questi edifici che ho cercato di riassumerti qui, ma credo che anche solo loro valgano il tuo prossimo viaggio. Io sono sempre più convinta che i luoghi, per apprezzarli e amarli davvero, vadano prima scoperti, poi ritrovati e infine posseduti. Per gradi. Nel tempo. Ci tengo a precisare che ho visitato questi edifici con una bambina di sei anni al seguito e vi ho trovato frescura naturale e tanta, tantissima avventura da condividere insieme.
Visitare luoghi archeologici può essere un potente antidoto a un vita di schermi e di barriere utili solo a limitare il potenziale espressivo nostro e dei più piccini. Il mio augurio, in conclusione a questa breve pagina di archeologia catanese, è di credere sempre nella condivisione di esperienze avventurose insieme ai giovani, perché solo così potremo davvero costruire una consapevolezza collettiva. Questi muri così antichi sanno ancora parlare e raccontare storie, s anno farlo molto bene già con la sola, magnifica, presenza. Sta a noi porci in ascolto.
Grazie di avermi seguita fin qui e alla prossima! Valeria
Risorse bibliografiche
D.Malfitana, A.Mazzaglia, Archeologia globale a Catania. Nuove prospettive dall’integrazione di ricerca archeologica e tecnologie ICT. Nuovi dati sull’anfiteatro romano di Catania, in La Sicilia romana. Atti a cura di O. Belvedere e J. Bergemann, Palermo 2018, 327-352. Scaricalo qui
Catania ritorna nell’arena. Guida dell’Anfiteatro romano di Catania. Scaricalo qui
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