Se c’è un luogo a Pompei che possa dirsi celebre, quello è il Lupanare. Quando scavavo lungo via dell’Abbondanza, tanti anni fa, la domanda che mi veniva rivolta più spesso dai turisti era proprio Dove sta il lupanare? Seguita da Dove sono i calchi dei corpi e Dove sta il bagno (questa è un classico). Leggere un intero saggio scientifico sul Lupanare è stata una esperienza positiva, di grande arricchimento scientifico e umano. Ti racconto il libro in questo post.
Il titolo e la casa editrice
Quando faccio una recensione qui sul blog mi piace sempre partire dal titolo e dal tema. Meglio precisare: questa non è una recensione scientifica, nel senso che il mio obiettivo non è entrare nel merito della bibliografia o delle scelte di metodo. Io preferisco invogliarti a leggerlo, perché questo libro si presta a essere letto da un pubblico di appassionati per via del suo linguaggio molto chiaro e semplice.
Il titolo completo è Il Lupanare di Pompei. Sesso, classe e genere ai margini della società romana. L’editore è Carocci, la serie è Frecce, dedicata ai saggi scientifici, e l’anno di edizione in Italia è il 2020. Si da il caso, infatti, che il libro sia stato scritto da una studiosa americana, Sarah Levin-Richardson, Assistant Professor nel dipartimento di Studi Classici della University of Washington a Seattle. Il libro è uscito con il titolo The Brothel of Pompei, per la Cambridge University Press nel 2019.


Tutto ciò per dire alcune cose. La prima è che la Carocci è la regina delle case editrici che cura edizioni in italiano, in formato tascabile ed economicamente accessibile, di saggi editi in altre lingue e dedicati ai temi di argomento storico e archeologico, spesso anche molto tecnici. Uno dei grossi limiti del mondo accademico, infatti, è la circolazione dei titoli in traduzione.
Certo, basterebbe saper leggere in tre o quattro lingue. Ma spesso, nelle bibliografie internazionali manca tutta la discussione squisitamente italiana, scritta sempre e solo in italiano. Morale della favola: la ricerca spesso procede per compartimenti stagni e per quelle che si chiamano “scuole di pensiero” oppure “tradizioni accademiche”, ma che in realtà rivelano soltanto l’incomunicabilità delle idee. E ciò affligge il progresso scientifico.
La seconda cosa è che Carocci è una casa editrice generosa. Senza particolari obblighi, mi invia i testi su richiesta e io, in quanto divulgatrice, sono oggi pronta a condividere con te qui sul blog i contenuti del libro dedicato al Lupanare di Pompei, con qualche osservazione personale sul testo, nello spirito della più sincera e trasparente comunicazione di quel che penso.

Il tema
Il tema è fin troppo esplicito: si parla dell’unico bordello documentato a Pompei e forse in tutto il mondo romano. Già questo rende il libro molto interessante, perché è assurdo pensare che il lupanare di Pompei fosse l’unico. Anzi. Il volume si pone quindi l’obiettivo di spiegare perché si parla sempre e solo del lupanare di Pompei. Come si legge nell’Introduzione, l’idea di un certo tipo di unicità assegnata al lupanare, come anche l’interpretazione dei reperti e dell’edificio, sono frutto della cultura dominante nel 1862, al momento della sua scoperta. Una cultura profondamente segnata dai valori cattolici, decisamente poco compatibili con taluni aspetti della cultura romana “pagana”.

Spiegate le circostanze storiche e culturali che hanno prodotto questo curioso “unicum”, il volume aiuta a comprendere in maniera circostanziata l’edificio e tutto quel che vi è accaduto all’interno, sia nel tempo antico che nel tempo moderno. Oggetti, architetture, repertori iconografici, persone, società: l’autrice affronta ogni aspetto legato alla storia di un edificio che alla fine risulta essere poco capito e molto vittima di un’etichetta apposta al momento della sua scoperta.
Vediamo allora come è strutturato l’indice.
L’indice del libro
Riporto, come sempre, l’indice del libro così che tu possa farti un’idea chiara di che cosa troverai tra le sue pagine.
- Abbreviazioni
- Introduzione
- Prostituzione e lupanari nell’antica Roma
- Un approccio al lupanare costruito ad hoc
- Sinossi
- PARTE PRIMA. Aspetti materiali
- 1- L’architettura
- Un ricostruzione del lupanare
- Confronti architettonici
- Piattaforme per attività varie
- Linee prospettiche
- 2 – I reperti
- Il ritrovamento dei reperti
- Le attività
- Gli arredi
- Un lupanare residenziale?
- 3 – I graffiti
- La cultura dei graffiti a Pompei
- Un’esperienza multisensoriale
- La distribuzione e l’uso degli spazi
- Creare dei personaggi
- Una bacheca per la comunità
- 4 – Gli affreschi
- La cura dell’universo sessuale del lupanare
- L’ambiente e l’atmosfera
- Status e desiderio
- Priapo
- 5 – Il piano superiore
- La ricostruzione dell’architettura del piano superiore e dell’ingresso 20
- Gli affreschi
- Reperti e graffiti
- Stabilire funzioni e destinazioni d’uso
- I rapporti con gli immobili vicini
- 1- L’architettura
- PARTE SECONDA. Protagonisti
- 6 – I clienti
- L’esperienza del potere e del piacere
- L’affermazione della virilità
- Rapporti personali
- 7 – La prostituzione femminile
- Sfruttamento
- Un duro lavoro fisico ed emotivo
- Crearsi un personaggio
- Rivendicare la propria soggettività
- Reinquadrare i clienti come oggetti
- Le prostitute fra di loro
- 8 – La prostituzione maschile
- Invecchiare
- Oggetti sessuali
- Soggetti
- Resistenza
- 6 – I clienti
- Conclusione
- Appendice A. Cronologia degli scavi e dei reperti
- Appendice B. I graffiti
- Ringraziamenti
- Note
- Bibliografia
- Indice analitico
- Index locorum
Un libro scritto facile
La prima cosa da sottolineare è che Il lupanare di Pompei è un libro scritto facile. Dalla mia esperienza scientifica, ho capito che questo è il modo scrivere tipico della scuola americana e inglese, o, comunque, di tutte le scuole al di fuori di quella italiana, che tende a essere eccessivamente autoreferenziale nell’uso di termini tecnici, come se tutti già sapessero di cosa si stia parlando e si desse per scontata gran parte dell’inquadramento di un tema. Si scrive per la propria cerchia. Poi ci sono anche testi americani difficili, ovviamente, ma in proporzione, sono meno frequenti. L’approccio nei confronti della divulgazione e della considerazione del pubblico è proprio differente.
Il tema affrontato è complesso, perché riguarda l’analisi archeologica – in senso globale – di un edificio sul quale grava una tradizione di studi particolarmente orientata. L’abilità dell’autrice è di prendere per mano i lettori e di accompagnarli alla scoperta del lupanare di Pompei, entrandoci dentro, guardando i muri, osservando i dettagli, immaginando le persone e persino le emozioni che dovettero circolare al suo interno.
Questo libro nasce come parte di un lavoro di tesi accademica e ciò si intuisce sin dalla strutturazione dell’indice: di solito, quando un indice è molto articolato e contiene una parte dedicata agli apparati (immagini, epigrafi, fonti, eccetera) si può star certi che dietro c’è un lavoro lungo e scientificamente elevato. Per ciò il libro vale certamente la pena di essere letto.

Un “duro lavoro emotivo”
Poiché il mio obiettivo è invogliarti a leggere il libro senza però raccontartelo troppo, un’altra cosa che voglio rilevare è l’approccio al tema. Sin dall’Introduzione si comprende che l’autrice si muove su un binario parecchio usurato, ma nonostante questa tenta di offrire una lettura più circostanziata e ampia dell’edificio attorno al quale, sin dal 1862, quando fu scavato, si intessono storie spesso basate su un moderno modo di percepire il sesso nel mondo antico – e questo ci sta – ma senza addurre le adeguate riflessioni.
Quel che del libro mi ha colpito non è tanto il riesame delle fonti archeologiche, come i graffiti, gli affreschi con scene erotiche, l’architettura degli spazi e i reperti documentati al momento dello scavo, perché in un saggio scientifico me lo aspetto. Mi ha colpito, sinceramente, l’idea di poter articolare delle ipotesi sulla sensibilità degli antichi, sull’emotività delle prostitute e dei prostituti, sulle dinamiche che dovevano ingenerarsi fra le mura del lupanare. L’autrice a un certo punto, seguendo un filone di ricerca ben preciso lanciato negli anni Novanta da Rebecca Flemming (studiosa che si è occupata di sexual economy), si incammina sul viale del “duro lavoro emotivo” quale “importante componente delle interazioni fra le prostituite e la loro clientela”.
Il lato emotivo degli antichi, la prospettiva antropologica spinta fino all’analisi dei comportamenti e delle dinamiche psicologiche e sociali delle persone del passato, non è cosa che sia facile misurare o ricostruire, a meno che non si cerchino contatti con il presente. E in base a quali presunte affinità ciò è possibile? L’autrice, ad esempio, prende in considerazione i risultati di uno studio sociologico sul mestiere della prostituzione a partire da interviste rivolte a professionisti del settore. Un tema decisamente interessante, un approccio innovativo e non tradizionale, che, tuttavia, lascia in mente la sensazione che siano mondi oggi molto diversi, quelli messi a confronto e l’emotività non è fine a se stessa ma il frutto di precise dinamiche sociali e culturali.

Anatomia di un lupanare
Già dopo la sola Introduzione ti sarà chiaro che la storia del lupanare di Pompei è stata costruita ad arte dagli archeologi che l’hanno scoperto nel 1862. La sensibilità del tempo, il pensiero cattolico, il metodo e le modalità di scavo che prevedevano essenzialmente lo svuotamento degli ambienti e la mera elencazione dei reperti eventualmente trovati, spesso svolta non da archeologi ma da attendenti – come rileva puntualmente l’autrice – sono all’origine della creazione del mito del lupanare di Pompei, come se esso fosse l’unico postribolo della città.
In verità, ci sono due cose da ricordare: i lupanari erano molti più di quanto ci piace pensare; la loro fisionomia non era poi così nettamente individuabile, quindi chissà quanti altri ce ne saranno stati, e che sono ancora lì, e che non sono stati identificati come tali. Certo, nel lupanare di Pompei ci sono gli affreschi alle pareti che raccontano esplicitamente che cosa succedesse nell’edificio ed è questo elemento ad aver indirizzato l’interpretazione fin dall’inizio. Tuttavia, come rileva l’autrice, la vendita del sesso era diffusa in ogni angolo ed era frequentemente di accompagnamento alle attività di ristorazione, nelle tabernae, che spesso avevano dei locali sul retro, o al piano di sopra. Insomma, la prostituzione era piuttosto diffusa.
L’analisi dell’edificio muove dalla documentazione di scavo del 1862 e si allarga all’edificio oggi conservato. L’autrice passa in rassegna i muri, definendo le fasi, gli assi visivi, i percorsi e gli arredi. Se ne analizzano le pareti in termini di decorazioni e testimonianze scritte, quindi affreschi e graffiti. Per gli affreschi ci sono belle tavole a colori nel libro, mentre per i graffiti c’è una dettagliata appendice con le trascrizioni.

Gli affreschi erotici “inclusivi”
Tra le ipotesi che ho annotato nel taccuino mentre leggevo il libro c’è quella che riguarda l’interpretazione delle pitture erotiche che hanno reso celebre il lupanare di Pompei. Di alcune avevamo parlarlo in maniera indiretta, commentando la mostra Nuova Luce da Pompei a Roma che avevo recensito per voi (la trovi qui). In quella circostanza, si parlava degli affreschi del lupanare in quanto uno di essi mostra un bel candelabrum a stelo in bronzo, oggetto del tema della mostra.
L’autrice Levin-Richardson, sulla scorta degli studi pregressi, considera gli arredi come indizi dell’allestimento interno delle stanze dedicate ai servizi sessuali. Il candelabrum con la lucerna, le ciabatte ai piedi del letto, il letto stesso, spesso un vaso posto accanto, sono elementi di gesti, ritualità e bisogni di chi doveva trovarsi in un momento di intimità.
Decisamente interessante è la lettura dell’iconografia degli affreschi. Dal confronto con altre scene erotiche, in contesti privati ed elevati (ricche domus, ad esempio), si comprende come gli affreschi del lupanare non mostrino nulla di esplicito, anche se a prima vista sembra il contrario. Non c’è mai una rappresentazione di parti del corpo colte in momenti particolarmente espliciti dell’atto sessuale, infatti spesso si nota come gli arti siano disposti ad arte per nascondere l’atto. E poi non ci sono mai servi nella scena. Di solito, nelle raffigurazioni pensate per gli ambienti di livello elevato, dove vigevano regole molto precise circa la sottomissione delle servitù nei momenti di intimità, c’è sempre qualcuno che assiste all’atto sessuale (di solito molto esplicito) ed è di solito, appunto, il servo che è tenuto ad assistere, quando non a prendervi parte.

(Fonte: Il lupanare di Pompei)
Negli affreschi erotici del lupanare di Pompei, la genericità della rappresentazione è stata interpretata come indizio del fatto che tali quadretti dovessero attirare chiunque ad entrare e pagare per la prestazione, ricchi e poveri, servi e non. In sostanza, una rappresentazione studiata per essere inclusiva al massimo possibile. E mi sono chiesta: ma davvero? L’idea sulle prime mi ha lasciata perplessa. Davvero dobbiamo immaginare che ci fosse tutto questo riguardo per la sensibilità dei servi nella società romana? Confesso che l’ipotesi mi fa ancora riflettere, mi pare inafferrabile, ma il dubbio rende il libro ancor più meritevole di una lettura curiosa, proprio per esplorare un simile approccio a un tema tanto sensibile.

I graffiti e il “posizionamento”
Quando si leggono i graffiti in luoghi come latrine e lupanari, spesso vengono in mente le scritte e i messaggi solitamente lasciati nei bagni degli Autogrill. L’autrice del volume esamina, o meglio, arricchisce gli studi già condotti sui graffiti del lupanare, sostenendo l’ipotesi che tra le varie scritte ce ne siano alcune che servivano a posizionare alcuni soggetti nel contesto del business della prostituzione. E insomma, sappiamo che non sempre quel che si scriveva (e si scrive) corrispondeva a verità.
Dai graffiti si ricavano notizie umanamente interessanti: ci sono i nomi dei frequentatori del luogo, alcuni anche ricorrenti, vere e proprie “autorità” della pratica erotica; ci sono ovviamente volgarità, oscenità scritte e grafiche, ci sono invettive, complimenti e celebrazioni, come quella scritta da chi ha fottuto ovunque (riferendosi al corpo o allo spazio? Chissà – si domanda l’autrice). Non c’è da scandalizzarsi: è la società romana antica, volgare, cruda, rozza, spietata.

Il piano superiore
All’indomani degli scavi nel lupanare, condotti come detto nella seconda metà dell’Ottocento, si procedette alla ricostruzione della serie di ambienti allineati sopra alle stanzette dedicate alle prestazioni sessuali. Al piano superiore del lupanare, quindi, secondo l’analisi di Levin-Richardson, sarebbero state parzialmente modificate le percorrenze con il restauro moderno. Tuttavia, dalla distribuzione e dimensione delle sale, si può ricostruire un luogo polifunzionale, con appartamenti e funzioni affini o collaterali alla prostituzione esercitata al piano inferiore.
Il tema è interessante e, combinazione, me ne ero occupata per Ostia antica durante le mie ricerche. Studiando le Terme del Nuotatore, avevamo fatto l’ipotesi che ai piani superiori del complesso di ambienti accessori alle attività termali (spogliatoi, sale di passaggio, latrina) ci fossero appartamenti in affitto, non necessariamente per ragioni legate alle terme sottostanti, anzi. Come fossero due mondi separati. L’immobiliare ha le sue regole, simili in ogni tempo.
Secondo l’autrice del volume sul lupanare, un piccolo indizio sulle funzioni svolte ai piani superiori potrebbe derivare dai reperti recuperati nel 1862 e registrati – per quanto in maniera spesso parziale e poco chiara – nelle liste dei ritrovamenti. Ma una brocca per l’acqua, una serratura e poco altro non è che aiutino a dipanare la matassa. Il senso è che ai piani superiori ci poteva essere tutta una vita a parte, come ci potevano alloggiare le prostitute, o come pure potevano alloggiare i gestori dell’edificio. In assenza di contratti di locazione ( a trovarli) e di testimonianze epigrafiche sul possibile statuto della proprietà, non si può dire molto più di ciò.
Il panorama umano
La parte più avvincente del libro è quella dedicata alle persone coinvolte nel duro mestiere della prostituzione. Qui non voglio davvero anticipare troppo, perché credo vada veramente la pena di leggere tutta d’un fiato la profonda e, a suo modo, coraggiosa, analisi sociale e umana che l’autrice propone circa il complicato e infimo mondo delle prostitute e dei loro gestori. E dei prostituti, altro tema di grande interesse per il fatto che, in realtà, se ne parla sempre troppo poco.
Tra le teorie che tra le pagine del libro sono proposte, anche con una certa innovazione rispetto al nostro (italico) usuale modo di vedere l’antichità, c’è l’ipotesi delle azioni e dei comportamenti che le prostitute avrebbero potuto mettere in atto per smarcarsi da certi incarichi, vere e proprie strategie di sopravvivenza. Una di queste era andare a prendere l’acqua. In un attimo mi sono immaginata le fontane di Pompei, con queste ragazze, o signore, intente a caricare l’acqua, indugiando per non dover tornare al lupanare. Non è dimostrabile, ma è suggestivo immaginarlo.

Mi viene da dire che in questo libro l’umanità pompeiana prende vita animando i luoghi, e di questo sono moto grata a Sarah Levin-Richardson. L’autrice ha trattato l’argomento lupanare con rigore scientifico, usando indizi e fatti nell’immaginare una certa umanità muoversi, agire, pensare all’interno degli ambienti così piccoli e umilianti del lupanare. Ed è utile avere questa immagine, complessa e articolata, degli abitanti di Pompei quando si visita il lupanare, più che hollywoodiane scene di sesso sfrenato al lume della candela, prive di qualsiasi aggancio con il mondo antico e totalmente piatte.
Concludendo
Forse sono stata un po’ lunga, ma un saggio scientifico di 200 pagine non si può condensare in poche righe. Come spero di averti trasmesso, tra le pagine del libro di Sarah Levin-Richardson penetrerai nelle pieghe umane, fisiche e psicologiche, della prostituzione nel mondo antico, così come è stato possibile ricostruirla dai resti archeologici rappresentati dal lupanare di Pompei. Se vuoi conoscere la base archeologica, fatta di reperti e di evidenze materiali, di cui siamo in possesso per ricostruire la storia architettonica e l’uso del lupanare di Pompei, questo libro fa per te.
Sono consapevole che questa recensione esce sei anni dopo la pubblicazione del volume, ma al momento il volume sul lupanare rappresenta uno degli studi più completi e aggiornati sull’edificio più visitato dell’antica città romana. E altrettanto consapevolmente, te ne suggerisco la lettura oggi, perché si fa sempre in tempo a tornare a Pompei e nel lupanare, con tutta questa ricchezza in mente, che, sono certa, renderà la visita più interessante e meno scontata.
Ti suggerisco di accompagnarlo alla lettura di un altro testo, in questo caso divulgativo e breve, che trovo fondamentale: Pompei è viva, di Eva Cantarella e Luciana Jacobelli. Qui troverai alcune importanti specifiche sulla prostituzione e sulla “tipologia” delle prostitute secondo quanto la terminologia aiuta a determinare. Ad esempio, la parola lupanare deriverebbe da lupa, una delle possibili categorie di prostitute attestate epigraficamente che comunque no, non ululavano (come ancora si sente dire da alcune guide turistiche a Pompei).
Referenze bibliografiche
Sarah Levin-Richardson, Il lupanare di Pompei. sesso, classe e genere ai margini della società romana, Roma: Carocci, 2020 (qui il link non affiliato al sito Carocci per acquistarlo)
Eva Cantarella, Luciana Jacobelli, Pompei è viva, Roma: Feltrinelli 2013
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