Il 5 novembre del 1922, dopo aver individuato 12 gradini scavati nella roccia, l’egittologo Howard Carter si trova al cospetto della porta di una tomba reale murata in antico e sigillata. Invece di sfondare, fa una cosa che pochi altri, a quel tempo, avrebbero fatto: aspetta. Nei giorni seguenti, Howard Carter avrebbe compiuto una delle scoperte più sensazionali della storia dell’umanità e, per nostra fortuna, ce l’ha raccontata in estremo dettaglio. In questo post vi racconto quella scoperta a partire dal celebre libro “Tutankhamon” edito in Italia, per la prima volta da Garzanti, nel 1973.
*Questo post è dedicato ad Alessio Farnese, perché da una nostra conversazione estiva è nata l’idea di questo approfondimento.
Partiamo dal libro
L’edizione del volume sulla scoperta della tomba di Tutankhamon alla quale faccio riferimento è quella recentemente riedita da Garzanti (2022) con la prefazione di Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino. La prima edizione italiana risale al 1973 e sostanzialmente il testo è lo stesso, vale a dire la traduzione della versione divulgativa dell’opera in tre volumi che Howard Carter aveva dato alle stampe con l’aiuto letterario di Arthur Mace.
La prefazione di Greco è utile a inquadrare molti aspetti della vicenda, dal periodo nel quale visse e operò il “faraone bambino”, alla sequenza degli eventi, dai tanti problemi diplomatici creati alle indagini da un certo approccio colonialista, agli episodi talvolta infelici che sono occorsi, al punto da diffondere al tempo l’idea che esistesse una “maledizione del faraone”. Erano gli anni ’20 del Novecento e aleggiava ovunque un certo esotismo.

Il mio consiglio è di scorrere subito la prefazione, per acquisire le giuste coordinate temporali e culturali, ma ti consiglio anche di rileggerla una volta conclusa la lettura del libro, perché ti chiarirà ancor meglio alcuni passaggi della vicenda. Indubbiamente, la narrazione di Carter ha un elemento speciale: il metodo con il quale l’archeologo conduce le indagini. Il rigore, il rispetto, la capacità di aspettare, la pazienza nella documentazione, sono tutti aspetti molto rilevanti di questa storia e sono i motivi che mi inducono a consigliartene la lettura oggi: capirai come pensa e come opera un archeologo da campo nel suo essere, per così dire, storico con le mani sporche di terra, intento a fare i conti con la propria coscienza e la smania irrefrenabile di saperne di più.
Chi era Howard Carter?
Howard Carter era un archeologo da campo. Non era un accademico puro e, infatti, per tutta la vita ha nutrito una forte soggezione nei confronti dei colleghi accademici che, regolarmente, lo scansavano.
Nel 1924, a un anno dalla scoperta della tomba di Tutankhamon, ricevette un dottorato honoris causa dall’università di Yale, mentre era in America per tenere delle conferenze: fu l’unico attestato accademico mai ottenuto nella sua carriera.
Carter era un capace stratigrafo – diremmo oggi-, cioè concepiva la stratificazione come una sequenza di azioni che hanno prodotto tracce e, in quanto tali, andavano indagate seguendo la disposizione originaria. Non operò mai come un cercatore di tesori – e dire che a quei tempi era la prassi – bensì, cercò sempre di anteporre la documentazione a qualsiasi operazione di rimozione dei reperti. In questo senso Howard Carter deve essere considerato un archeologo all’avanguardia, il primo ad aver compreso l’importanza della documentazione fotografica e grafica nello scavo di una tomba.

Oltre agli aspetti documentari, Howard Carter ha promosso l’importanza del restauro e della conservazione dei manufatti, per quanto possibile, sul posto. Celebri sono i laboratori da campo installati attorno alla tomba durante le operazioni di scavo: una metodologia rigorosa e illuminata che ha fatto storia.
Si dice che archeologi si nasce: non so se sia vero, perché molto spesso ci si accorgere di avere una passione o una predisposizione per questo mestiere “da grandi”. Howard Carter, invece, è il classico esempio di archeologo precoce. Si da il caso, infatti, che arrivò in Egitto a soli 16 anni, nel 1890, come illustratore per una spedizione archeologica. Capiamo allora perché la documentazione grafica ebbe da subito una grande importanza per lui: ne aveva sperimentato fin da giovanissimo i metodi e gli scopi.
La sua vita, però, fu tutt’altro che rosea e sembra anche che avesse un certo carattere orgoglioso, che lo portava spesso a rompere con i suoi datori di lavoro per divergenze di vario genere. Sta di fatto che, negli anni in Egitto, per tirare a campare, svolse i lavori più diversi: mercante di antichità, guida turistica e acquerellista su commissione.
Il finanziatore dell’impresa: Lord Carnarvon
Non si può affrontare la storia della scoperta della tomba di Tutankhamon senza prima conoscere i personaggi che l’hanno resa possibile. Fra questi, un posto d’onore merita George Edward Stanhope Molyneux Herbert, quinto conte di Carnarvon.
I due si incontrarono nel 1908, poiché Lord Carnarvon cercava un archeologo capace per una spedizione di scavo a Tebe: evidentemente girava voce che Howard Carter fosse un tipo in gamba.

Come forse avrete letto, Lord Carnarvon morì nel bel mezzo delle indagini alla tomba di Tutankhamon e per un motivo quasi assurdo. Nel marzo del 1923 – la scoperta della tomba era avvenuta nel novembre del 1922 – mentre era i bagno intento a radersi, si tagliò inavvertitamente il viso dove era stato punto da una zanzara, causando un’infezione. In assenza della penicillina, l’infezione degenerò in setticemia e poi in una letale polmonite. Lord Carnavorn, il fortunato promotore della scoperta della tomba di Tutankhamon, morì al Cairo il 5 aprile del 1923.
Da questo tragico episodio, e in concomitanza con altri decessi occorsi in seguito, si diffuse la leggenda della “maledizione di Tutankhamon”: una tipica reazione irrazionale ad una serie di morti dovute ad altre cause, ma che letti alla luce della “violazione” della tomba di un faraone presero subito una piega superstiziosa.
La squadra del MET
Nel momento in cui la spedizione fu messa in piedi, fu chiamata a raccolta una squadra di professionisti del Metropolitan Museum of Art che già operava in Egitto con il Museo del Cairo. Immagina per un momento che cosa doveva essere la Valle dei Re a quei tempi: un brulicare di esperti e professionisti intenti a procacciare tesori per riempire le vetrine dei propri musei.
Il Met aderì subito alla chiamata, inviando l’architetto Walter Hauser, l’illustratore Lindsey Hall e l’egittologo britannico Arthur Mace – che poi aiuterà Carter nella stesura del racconto sull’impresa. E poi fu coinvolto il fotografo del Met Harry Burton, colui che ha, di fatto, impresso nella nostra memoria le immagini di quella sensazionale scoperta.

Proprio l’uso della fotografia a scopo documentario è uno dei cardini della metodologia di Howard Carter. Le oltre 2000 fotografie di Burton e tutti i taccuini di Carter sono oggi conservati al Griffith Institute di Oxford: quanto sarebbe bello poterli visionare…

Comincia lo scavo
Nell’estate del 1922, il lungimirante Lord Carnarvon accorda a Howard Carter un’ultima stagione di indagini nella Valle dei Re. Carter era intento a perlustrare l’area già da diversi anni e, fino a quel momento, non aveva raggiunto alcun rilevante risultato. Per questo Lord Carnarvon fu così lungimirante da concedergli un’ultima missione e se ne sobbarcò le spese per intero.
Il 1 novembre 1922 comincia lo scavo. Fra le prime evidenze a venire alla luce c’erano le baracche costruite dagli antichi operai per lavorare nella tomba: costruzione, allestimento, trasporto del feretro, chiusura. Questa immagine degli antichi operai e delle loro baracche è sinceramente impressionante. Ma non erano le baracche l’obiettivo di Carter.
Il 3 novembre, una volta rimosse le tracce di quella antica frequentazione, appare un gradino intagliato nella roccia: un gradino forse ne precede un altro, anzi, sicuramente. Carter aveva una grande esperienza sull’architettura delle tombe e intuì subito che cosa aveva davanti. La scala, come poi si rivelò essere quel gradino, era ricoperta di detriti allo scopo di occultarla.
Il 5 novembre, si portano il luce ben 12 gradini della scalinata di accesso a quella che a quel punto è chiaramente una tomba e, infatti, Carter si trova davanti una porta murata, intonacata e sigillata. Sigillata vuol dire che vi erano stati apposti, impressi nella calce, i sigilli, ufficiali di chiusura. Nella fattispecie si tratta dei sigilli della necropoli, recanti l’effigie di uno sciacallo con sopra nove prigionieri.
Ecco come racconta la scoperta:
[…] i gradini venivano alla luce uno dopo l’altro e alla fine, giunti al dodicesimo, appare rivolta a ponente la parte superiore di una porta ermeticamente chiusa, intonacata e sigillata. Una porta sigillata: dunque era vero!I nostri anni di paziente fatica erano stati dopo tutti ricompensati (p. 51).
- le pagine delle citazioni si riferiscono all’edizione del 2022.
Carter: l’archeologo che seppe aspettare
A questo punto succede una cosa veramente incredibile. Carter pratica un foro nella porta per sbirciare dentro e farsi un’idea della situazione. Intanto, va notato che invece di sfondare tutto, pratica un foro. E poi, una volta puntato l’occhio e abituatosi a scrutare nel buio, intuisce la presenza di un corridoio ricolmo di macerie.
A quel punto, fece una cosa che è veramente difficile fare quando sai di essere a un passo da una grande scoperta: si fermò e aspettò. Attese il ritorno del finanziatore della missione, Lord Carnarvon, il quale, in quei giorni, non era al Cairo. Ecco come Carter commenta quel momento incredibile:
Per uno scavatore era davvero emozionante. Mi trovavo solo […] alle soglie forse di una splendida scoperta dopo anni di lavoro relativamente infruttuoso. Oltre quel corridoio poteva esserci qualsiasi cosa e ci volle tutto il mio autocontrollo per non abbattere subito la porta ed esplorare tutto (pp. 51-52).
La grandezza e la modernità di Carter si intuiscono già da queste poche parole. Saper aspettare, dimostrare lealtà verso il proprio promotore sono atteggiamenti meritevoli di tutta la nostra più sincera ammirazione, perché siamo nel 1922 e mediamente quando si scava si cercano tesori da vendere a collezionisti e musei, specie in Egitto.

A quel punto, Carter doveva avvisare Carnarvon, dunque tornò in città e gli inviò un cablogramma. Ecco il testo:
Finalmente fatta splendida scoperta nella Valle; magnifica tomba con sigilli intatti, richiusa in attesa vostro arrivo; congratulazioni.
Quel congratulazioni racchiude tutta la stima reciproca tra Carter e Lord Carnarvon… E quanto alla tomba, effettivamente Carter la ricopre totalmente, senza indugio, nonostante i tre giorni impiegati a portare in luce l’ingresso. Ma la situazione è delicata e soprattutto la Valle è densa di pericoli: e infatti Carter non solo la ricopre tutta, ma pone un presidio a guardia dell’area.
Il sigillo di Tutankhamon
Fino a quel momento nessuno poteva sapere chi fosse il proprietario della tomba. Lord Carnarvorn e sua figlia Evelyn Herbert giunsero nella Valle il 23 novembre. Il giorno seguente gli scavi ripresero a gran ritmo, per riportare in luce la scalinata di accesso alla sepoltura. Sull’intonaco compare il nome di Tutankhamon, grazie ai sigilli recanti il suo nome. Non oso immaginare come si sia sentito Carter in quel momento.
Tuttavia la gioia fu subito adombrata da un’altra scoperta. La tomba presentava segni di violazione, cioè si poteva capire dalle tracce lasciate sull’intonaco che l’originaria chiusura era stata manomessa e poi riparata. In ogni caso si trattava si violazioni antiche, che le osservazioni successivo consentirono a Carver di collocare circa una quindicina di anni dopo la morte del faraone e la sua deposizione.
Un soffio di aria calda
Il giorno 26 novembre del 1922, ventisei giorni dopo l’inizio degli scavi, Carter scopre una seconda porta nel corridoio e, a quel punto, si trova di fronte a uno spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato per il resto dei suoi giorni. Ve lo racconto con le sue parole:
Il 26 novembre fu il giorno cruciale, il più bello della mia vita, tanto che non potei sperare di viverne un altro simile […]. Pian piano, con una lentezza esasperante, tutti i detriti […] furono sgomberati e infine il muro di chiusura venne alla luce.Era giunto il momento decisivo. Con mani tremanti praticai un piccolo foro nell’angolo in alto a sinistra […]. Ampliando un po’ il foro, vi inserii una candela e scrutai dentro. Sulle prime non riuscii a distinguere nulla, perché dalla stanza veniva un soffio di aria calda. Poi man. mano che gli occhi si abituavano al buio, i particolari del locale emersero lentamente: […] ovunque il luccichio dell’oro (p. 59).
A quel punto, viene il bello, leggi e capirai che cosa si prova di fronte a una scoperta archeologica:
Per un attimo, che dovette essere sembrato una eternità a quanti mi attorniavano, rimasi muto dallo stupore e quando Lord Carnarvon mi chiese ansiosamente “Riuscite a vedere qualcosa?” fui solo capace di rispondere “Sì, cose meravigliose” (p. 59).
Questa frase è passata alla storia, tuttavia, Christian Greco, nella sua prefazione, osserva che non siamo certi che sia stata veramente pronunciata da Carter in questi termini e potrebbe essere il frutto della rielaborazione letteraria di Arthur Mace. Sta di fatto che al vedere quello spettacolo dorato e – ammettiamolo per una volta – misterioso, avrà provato una travolgente emozione.
L’apertura della tomba e le orde di turisti
Il 29 novembre del 1922 arriva il momento tanto atteso: la tomba di Tutankhamon viene ufficialmente aperta. A margine dei lavori di scavo, c’è un fatto che neppure Carter aveva calcolato: la notizia della scoperta aveva attirato folle di curiosi che, naturalmente, andavano gestiti. Questo fatto ritardò i lavori e pose più volte Carter e la sua squadra in difficoltà, per il fatto che i reperti venuti alla luce, spesso in condizioni di conservazione precarie per via del mutato ambiente climatico dovuto alla presenza degli archeologi, rendeva necessari interventi rapidi e continuativi.
Ma per Carter e la squadra del Met era fondamentale documentare e restaurare tempestivamente e, anzi, è degno di ammirazione il fatto che sin dal primo momento furono messi in piedi veri e propri laboratori di restauro da campo, per consentire ai tecnici il restauro in situ degli oggetti più fragili prima del loro trasporto al museo.

Trascorsi circa tre mesi, arriva un altro momento cruciale. Il 16 febbraio 1922 è il giorno in cui viene aperta ufficialmente la camera sepolcrale della tomba di Tutankhamon. Fino a quel momento erano state ispezionate le stanze attorno al luogo più nascosto e sacro della sepoltura. Ma per i dettagli, ti rimando alla lettura del libro: quelle pagine devono essere lette in prima persona.
Il 26 febbraio, si conclude la prima stagione di indagini alla tomba di Tutankhamon. Le previsioni per il futuro apparivano rosee e incoraggianti, tuttavia un problema piuttosto spinoso faceva la sia comparsa all’orizzonte…
Il problema della stampa
La lungimiranza di Lord Carnarvon è manifestata da un’altra grande intuizione, o almeno così doveva essere in linea teorica. Per cercare di rientrare delle spese sostenute per lo scavo e per garantirsi una degna cassa di risonanza, egli concesse l’esclusiva al Times.
L’idea, tuttavia, non fu gradita alle autorità egiziane, le quali si sentivano estromesse da una vicenda nella quale, invece, ritenevano di avere pieno diritto di partecipazione. Tale circostanza, come è comprensibile, creò da subito rapporti tesi tra le parti.
Ulteriori veleni furono poi sparsi da Arthur Weigall, ex ispettore delle Antichità, poi corrispondente per il Daily Mail, nonché ex collega di Carter. Weigall credeva che sarebbe stato accolto con benevolenza da Carter, cosa che invece non si verificò, anzi, fu tenuto alla larga dalla tomba di Tutankhamon anche per non compromettere l’esclusiva già concessa al Times.

Lo scontro con le autorità egiziane
Diresti mai che una scoperta così importante per la storia dell’umanità potesse essere osteggiata a tal punto da essere messa in discussione ? Questo, in verità, accade regolarmente, perché quando c’è di mezzo l’archeologia, gli interessi che nascono attorno alle scoperte non sono sempre dettati dalla coscienza.
Ma il vero problema, però, è che le autorità egiziane, nonostante avessero concesso la licenza di scavo, desideravano essere considerate in modo paritario rispetto all’équipe di Lord Carvarvon, e non avevano torto, a pensarci bene. Lo spirito colonialista che regnava nella Valle, e nel mondo, a quel tempo, non concepiva che ci potessero essere rapporti diversi. E Carter pagò cara questa situazione.
Il 12 febbraio 1924, all’interno della camera sepolcrale, fu sollevato il pesante sarcofago in quarzite che conteneva le spoglie del faraone, dentro una Matrioska di casse antropomorfe. Alle operazioni, però, non era presente l’ispettore del governo egiziano, causando, come è ovvio, rimostranze da parte delle autorità locali.
Carter sentiva di volere e poter gestire la situazione in autonomia, sempre per il bene del contesto e dei reperti (e del suo finanziatore), mentre le autorità egiziane desideravano poter portare i propri ospiti in visita secondo le proprie disponibilità. A quel punto, il Museo egizio del Cairo pretese una lista dello staff di Lord Carvarvon e dei loro visitatori, mentre Carter si ostinò a voler mantenere il controllo.
La spartizione dei reperti
Il vero problema, in quel contesto complicato, è la spartizione dei reperti. Lord Carnarvon, infatti, aveva concordato una formula fifty-fifty, ossia il 50% per sé e il 50% alle autorità egiziane. E, per altro, si era impegnato a cederne una parte consistente al Met, quale ricompensa del grande aiuto dato alla campagna di scavi.
Ma il governo egiziano non intendeva cedere a questa condizione e così estromise Carter dalle indagini: il 15 febbraio 1924 fu allontanato dallo scavo dai soldati. Nel mentre, il Ministro dei lavori pubblici, Morcos Hanna, gerarchicamente superiore al Servizio di Antichità, ebbe il potere di cessare la concessione di scavo data a Carter.
In tribunale
La situazione si fece ancora più drammatica. Howard Carter si rivolse a un legale per difendere la propria causa, peccato che gli fu assegnato un avvocato di nome F.M.Maxwell, il quale aveva in precedenza richiesto la condanna a morte per Morcos Hanna, il Ministro dei lavori pubblici citato prima. Che situazione!
Tuttavia, il personale del Servizio di Antichità si rende conto di un fatto: senza Carter e la sua squadra, non ci sono forze capaci e sufficienti a proseguire le indagini. I tentativi fatti di contattare altri egittologi si risolsero in netti rifiuti: nessuno accettò di proseguire il lavoro di Carter.
E dunque si giunse a un bivio: interrompere le indagini o richiamare Carter.
La soluzione
Nell’aprile del 1924, due anni dopo l’avvio delle indagini, Carter è in America per tenere delle conferenze e per ricevere un dottorato honoris causa dall’università di Yale.
Nel frattempo in Egitto la situazione si sblocca. Da una parte la vedova di Lord Carnarvon rinuncia alla spartizione dei reperti inizialmente pattuita; dall’altra parte cambia il primo Ministro egiziano che è particolarmente favorevole a Carter.
In questa nuova cornice, il 14 gennaio 1925 Carter firma il nuovo contratto per proseguire le indagini e il 29 gennaio dello stesso anno si riprendono i lavori nella Valle.
A questo punto la storia è quasi finita. Il 10 novembre 1930 si porta a compimento lo sgombero della camera sepolcrale. La campagna di indagini si conclude definitivamente nella primavera del 1932, dopo la fine dei restauri e l’imballaggio dei pezzi destinati al Museo del Cairo.
Lady Carnarvon e Carter furono, alla fine, ricompensati con una liquidazione monetaria, non più con i reperti, ai quali avevano rinunciato.
La fine un grande egittologo
Howard Carter, dopo la grande scoperta della tomba di Tutankhamon, in un certo senso si spense. Non pubblicò mai l’edizione scientifica dei suoi scavi, si concentrò soltanto sul racconto della propria impresa, che oggi possiamo conoscere nel volume che ti sto descrivendo.
A un certo punto ipotizzò una nuova impresa: andare alla ricerca della perduta tomba di Alessandro Magno, ma non la intraprese mai. Per converso, amava intrattenere amici e ospiti raccontando la sua unica grande scoperta.
Si spense il 2 marzo del 1939 in seguito alle complicazione per un linfoma di Hodgkin. Morì senza aver mai potuto beneficiare della stima degli egittologi accademici. Ma in fondo sapeva di aver restituito all’umanità la storia del faraone bambino.
Voglio ricordare la grandezza di Carter archeologo con alcune sue stesse parole:
…Un lavoro lento, penosamente lento, che mise a dura prova i nostri nervi, perché ci sentivamo continuamente oppressi da una grossa responsabilità, come ogni scavatore, del resto, se possiede una vera coscienza archeologica. Le cose che egli trova, infatti, non sono di sua proprietà […]. Esse costituiscono una diretta eredità che il passato trasmette al nostro tempo, e di cui egli è solo intermediario privilegiato.
Troppe persone, e fra queste, disgraziatamente, anche qualche sedicente archeologo, sembrano credere che l’oggetto acquistato in un negozio abbia lo stesso valore di un altro rinvenuto in uno scavo…ma è un errore gravissimo. Il lavoro sul campo è determinante, e si può essere ben certi che se ogni scavo fosse condotto nel modo giusto, sistematicamente e coscienziosamente, avremmo dell’archeologia egizia una conoscenza almeno del 50% maggiore (Cap. VIII, p. 86).
Christian Greco, conclude la prefazione al volume così:
Il suo nome resterà indissolubilmente legato alla terra del Nilo, come giustamente leggiamo sulla sua lapide: Howard Carter: egittologo.
Chi era Tutankhamon?
Prima di concludere, mi pare il caso di aggiungere qualche ora sul co-protagonista del libro, il faraone Tutankhamon.
Egli regnò dal 1333 al 1323 a.C., dopo un periodo burrascoso segnato dalla riforma religiosa voluta dal padre Akenathon. Salì al trono a soli dieci anni e dopo la sua morte fu ignorato dai suoi successori, per oltre trenta secoli. Sua madre, forse, era Kya, “amata sposa del sovrano”, che cadde in disgrazia e fu presto dimenticata.
La sua sepoltura consta di quattro sarcofagi, uno dentro l’altro, quello esterno in quarzite. La sua tomba fu violata più volte in antico e la prima volta pochi anni dopo la sua chiusura.

Di fatto, nonostante sappiamo tutto del suo ricco corredo funerario, poco possiamo ricostruire della sua identità, ci ricorda Christian Greco.
Ti riporto le parole di Howard Carter quando racconta l’apertura del sarcofago, restituendoci i dettagli di una delle immagini forse più indelebili dell’antico Egitto:
Diedi ordine di procedere. Nel più profondo silenzio la lastra, rotta in due e pesante 12 quintali, si sollevò lasciando che la luce irrompesse nel sarcofago. Tutto era ricoperto da un fine sudario di lino… Svolgemmo uno dopo l’altro i vari strati di lino e, quando l’ultimo venne sollevato, un profondo sospiro di meraviglia sfuggì dalle nostre labbra: una effigie dorata del re fanciullo, di meravigliosa fattura, riempiva l’interno del sarcofago. Si trattava del coperchio di una splendida cassa antropomorfa lunga circa 2 metri…senza dubbio la prima di una serie di bare inserite una nell’altra e contenente i resti mortali del faraone.
Le mani incrociate sul petto, impugnavano gli emblemi reali – il bastone e il flagello – decorati con ceramica blu. Il volto era modellato in modo superbo in lamina d’oro, aragonite e ossidiana e le ciglia e le sopracciglia in vetro color lapislazzuli. Forse però la cosa più commovente, nella sua umana semplicità, era la minuscola ghirlanda di fiori disposta intorno ai due emblemi, e ci piace pensare che questo sia stato l’estremo saluto recato dalla fanciulla, ormai vedova, a suo marito…
E poi, Carter dice una cosa che lascia intendere tutta la sua emozione e tutta la sua meravigliosa empatia, che ogni archeologo, trattando di persone – e non solo di cose – del passato, dovrebbe avere:
Molto evidenti erano le emozioni che quella vista aveva suscitato nel nostro animo e per la maggior parte inesprimibili a parole. Ma a tendere l’orecchio, in quel silenzio si sarebbe quasi potuto udire i passi spettrali del corteo funebre che si allontanava.
Il faraone Tutankhamon riposa ancora nella propria tomba, nella Valle dei Re. Uno dei pochi.
Per concludere
Al termine di questo articolo, spero tu scelga di procurarti il libro e di leggerlo tutto d’un fiato. Ti consiglio di farlo di sera e di notte, perché io l’ho fatto e ho trovato che fosse ancora più suggestivo.
Ti ringrazio di avermi seguita fin qui e ci risentiamo prossimamente. Grazie e a presto – Valeria ♥️
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