Tra i filoni tematici del progetto “Muri per tutti” c’è MXT NEWS, un tema pensato per esplorare le novità insieme alla community e stare al passo con le più recenti aperture. Per l’occasione abbiamo voluto esplorare la nuova Piazza Augusto Imperatore, inaugurata il 6 giugno a Roma. In questo post troverete un sunto dell’esperienza participata, alcuni stralci delle letture fatte in situ e qualche riflessione emersa dalla discussione. E per le referenze bibliografiche, arrivate fino in fondo.
*questo articolo è dedicato a Vincenzo, pilastro della Community, aspettando che torni a fare archeologia con noi
Una piazza stratificata
Siamo a pochi passi dal Tevere, anche se il fiume non si vede. Siamo in Campo Marzio, tra via del Corso e il Lungotevere, in direzione di Piazza del Popolo. Siamo quindi a ovest dell’antica via Lata/Flaminia, in un’area che fino ad Augusto era rimasta sostanzialmente disabitata e libera da costruzioni.
In età augustea il Campo tradizionalmente dedicato a Marte, viene convertita in polo nevralgico della propaganda del Princeps, attraverso la costruzione di una serie di edifici dall’alto valore simbolico:
il Pantheon, dedicato a tutti gli dei tra il 27 e il 25 a.C.;
alle spalle, le Terme di Agrippa, il primo impianto termale pubblico accessibile a ogni classe sociale;
dalla parte opposta, al limite nord, il Mausoleo, la tomba della famiglia giulio-claudia con la porta orientata a sud, per essere in connessione visiva con quella del Pantheon, come in un gioco di riflessi.
Infine, a metà strada, l’Ara Pacis, l’altare che il senato dedica ad Augusto reduce dalle campagne militari in Gallia e Spagna, per celebrare la Pax Romana.
Di fronte all’altare, la cui apertura era rivolta verso il fiume, a ovest, fu sistemato un obelisco, quale gnomone di un orologio solare. Il giorno del compleanno di Augusto, il 23 settembre, al tramonto il sole proiettava l’ombra dell’obelisco oltre il recinto istoriato, fin dentro all’altare. Come in una architettura egizia.
Il Campo Marzio augusteo così come è riportato sul pannello introduttivo all’interno del Museo dell’Ara Pacis a Roma. In basso il Pantheon, in alto il mausoleo, a metà strada l’Ara Pacis.
Che cosa si vede di quel paesaggio oggi? Non molto e non sempre nel luogo originario. L’area attorno al mausoleo, infatti, è stata dapprima sepolta sotto circa 5 metri di detriti dell’attività fluviale, oltre ai resti di terremoti e distruzioni; in seguito è stata inghiottita dalla fitta stratificazione urbana di epoca medievale e moderna, per poi essere presa di mira dalla ideologia nazionalista, aggredita dal piccone fascista e, quindi, pesantemente trasformata.
Ecco perché il mausoleo oggi appare così sprofondato rispetto al livello di calpestio dell’area circostante. La differenza di quota tra via del Corso e il punto più basso raggiunto dalla piazza restaurata ricalca la porzione di stratificazione rimossa all’esterno del mausoleo, per renderlo visibile.
Ma vediamo meglio come e quando si sono svolti i fatti.
Il mausoleo di Augusto oggi, nella piazza Augusto Imperatore creata nel 1936 (foto sito web Sovrintendenza Capitolina)
Dal più antico al più recente: l’età augustea
Quando un archeologo scava, se lo fa con metodo stratigrafico, normalmente sfoglia il terreno rimuovendo progressivamente gli strati nell’ordine in cui si sono depositati, dal più recente al più antico. L’abilità nello scavo sta nella capacità di individuare al meglio i limiti degli strati (perché si vede dove cominciano, ma non sempre dove finiscono), documentarli e interpretarli. In seguito, l’archeologo rovescia la sequenza, procedendo alla ricostruzione storica dei fatti di cui ha individuato le tracce, dalla fase più antica alla più recente. E, così facendo, racconta una storia.
Nella Piazza Augusto Imperatore, il mausoleo è l’evidenza più antica. Costruito di ritorno dalla conquista dell’Egitto, a partire dal 28 a.C., la monumentale tomba fu pensata per accogliere le ceneri della famiglia giulio-claudia e celebrarne le gesta attraverso la memoria monumentale. Suetonio ricorda un fatto interessante in riferimento alla permanenza in Egitto di Ottaviano, al tempo della guerra contro Marco Antonio e Cleopatra:
In quello stesso tempo fece aprire il mausoleo di Alessandro Magno: dopo averne contemplato il corpo tolto dal sacrario, gli pose in capo una corona d’oro e, fattolo coprire di fiori, lo venerò. Essendogli stato chiesto se desiderava vedere anche il sacrario dei Tolomei, rispose: “Io volevo vedere un re, non dei morti”. (Suet., Aug., 18)
La forma dell’edificio era quella di un tumulus, normalmente associato alla tradizione etrusca. Nella versione augustea era il più grande tumulo mai realizzato, costituito da una base sulla quale fu poggiato il corpo cilindrico del diametro di 300 piedi (poco meno di 90 metri). All’interno, circondata da un ambulacro circolare, era la camera funeraria, destinata ad accogliere le spoglie dei familiari. Strabone lo ricorda così:
“un grande tumulo presso il fiume su alta base di pietra bianca, coperto sino alla sommità di alberi sempreverdi; sul vertice è il simulacro bronzeo di Augusto e sotto il tumulo sono le sepolture di lui, dei parenti, dietro vi è un grande bosco con mirabili passeggi”.
La celebre ricostruzione del mausoleo da Von Hesbergh 1994
A guardarlo da vicino, quando fu aperto eccezionalmente per visitarlo, si potevano vedere da vicino alcune porzioni crollate dei muri dell’ambulacro esterno alla camera funeraria, costruito in fine reticolato con tessere di tufo. All’esterno, poi, si potevano ancora vedere le pareti del basamento in conglomerato cementizio, con le impronte dei blocchi di rinforzo spoliati e delle sottilissime linee bianche orizzontali che segnavano il piano di cantiere tra una gettata e l’altra. Una vera meraviglia.
Oggi il mausoleo è ancora un cantiere ed è temporaneamente chiuso. I dettagli del basamento non si vedono perché tutto attorno all’edificio corre una recinzione con un rivestimento coprente, sul quale sono impresse le fasi principali della sua storia: da tomba monumentale a fortilizio, da giardino segreto ad arena, da Auditorio a… “dente cariato”.
Uno scatto ravvicinato al basamento del mausoleo, con i blocchi di travertino affogati nel conglomerato cementizio augusteo (@muripertutti 2021)
Una porzione del muro dell’ambulacro esterno alla cella, in reticolato, età augustea (@muripertutti 2021). La parete dell’ambulacro che correva attorno alla cella funeraria, con la sua magnifica sequenza di strutture di età augustea (muro e volta a botte rasata), intervallate ai muri in mattoni gialli di restauro del Ventennio (@muripertutti 2021).
Ponendoci alla quota di via Tomacelli proprio di fronte all’ingresso del mausoleo, con la community riunitasi sul posto abbiamo, prima di tutto, guardato a lungo il grande varco di accesso alla tomba. Abbiamo ricordato che alle nostre spalle, in età augustea, avremmo visto in lontananza il Pantheon, con la sua porta di accesso in connessione visiva. Abbiamo immaginato per un momento di vedere sparire tutti gli edifici intorno, riportando in vita il Campo di Marte, pianeggiante, ampio, con il fiume là a sinistra e l’Ara Pacis poco distante.
Mentre guardavamo la porta del mausoleo, abbiamo cercato di immaginarcelo completo, con gli obelischi ai lati del varco, aggiunti dopo la morte di Augusto come riporta Ammiano Marcellino (dislocati poi a Santa Maria maggiore e al Quirinale) e abbiamo provato a visualizzare le tavole di bronzo sulle quali si dice fossero incise le Res Gestae. E giacché eravamo lì, abbiamo letto insieme il ricordo di Augusto che Suetonio ci ha lasciato. Ecco alcuni passi da Vite dei Cesari (Augusto, 79):
Fu bellissimo e di aspetto particolarmente avvenente in tutte le età, benché non fosse per niente ricercato, e anzi facesse tanto poca attenzione alla sua chioma da affidarsi contemporaneamente a parecchi barbieri, in fretta e furia; quanto alla barba, se la faceva ora tagliare ora radere, e per tutto il tempo se ne stava a leggere o anche a scrivere. Aveva un viso tanto tranquillo e sereno, sia quando parlava sia quando stava zitto, che uno dei maggiorenti galli confessò ai suoi che una volta, durante una traversata delle Alpi, essendosi avvicinato a lui con la scusa di un colloquio, mentre invece aveva l’intenzione di precipitarlo dentro un burrone, se n’era sentito impedito, placato al solo vederlo. Aveva gli occhi chiari e lucenti, e gli piaceva che si credesse che c’era in loro un non so che di forza divina, e gioiva quando qualcuno che aveva fissato con insistenza abbassava gli occhi, come abbagliato dallo splendore del sole. Però, durante la vecchiaia, ci vide meno con il sinistro. Aveva i denti radi, piccoli e irregolari; i capelli leggermente ondulati e castano chiari; le sopracciglia congiunte; le orecchie regolari e il naso un po’ più prominente in alto che in basso. Il suo colorito stava fra il bruno e il bianco, e la sua statura era un po’ bassa, benché il suo liberto e segretario Giulio Marato dica che fosse alto cinque piedi e tre quarti; nascondeva la mediocrità della statura con l’eleganza e la proporzione delle membra, tanto che si poteva notare la sua statura solo paragonandolo a qualcuno dei presenti che fosse più alto.
Mentre Flaminia Beneventano legge per noi le ‘Res Gestae’, ascoltiamo rapiti.
Sembrava di ascoltare la descrizione di un semidio, di un uomo divino, cioè esattamente l’invenzione che aveva convinto i concittadini del fatto che Ottaviano fosse il figlio di un dio. Poi, la descrizione prosegue con dettagli meno “divini”, rivelando una persona cagionevole di salute, malconcia, bisognosa di cure frequenti. Eppure, è vissuto oltre settanta anni, rivoluzionando il mondo politico e amministrativo di Roma per sempre.
Con queste fattezze, ma molto più giovane, ce lo siamo immaginato entrare nel mausoleo con il cuore pesante per un decesso non previsto. Suo nipote Marcello, figlio della sorella Ottavia, erede designato, morì nel 23 a.C. a 19 anni, mandando in frantumi il disegno per la successione e, forse, suggerendogli che sarebbe stata lunga e impervia la strada da percorrere. Ma di questo, ovviamente, non esistono prove, solo suggestioni evocate dalla lettura delle fonti antiche, lontane da lui nel tempo, e dall’osservazione di un edificio la cui porta, sì, aveva visto anche lui, più o meno come noi quel 9 luglio.
L’ingresso al mausoleo di Augusto, alla quota antica. In basso, resti del lastricato di età imperiale al livello del quale si attesta la quota più bassa della nuova piazza. La ricostruzione delle evidenze dell’eta augustea e imperiale dai recenti studi scientifici (Agnoli, Carnabuci, Loreti 2014, fig. 8)
L’Ara Pacis
La nuova Roma «imperiale»: i problemi della «necessità» e della «grandezza» (1924), pp. 52-53.
La pretesa di restaurare al di là della storia un mito defunto, sulla cui gelida immagine trarre il calco della nuova realtà littoria, spinse Mussolini a infierire su Roma con una serie di sventramenti che costituisce l’elemento più adatto per lo studio dell’incultura urbanistica del tempo.
Movente fu la vanità, il desiderio di lasciare un’«impronta», di gareggiare con cesari e papi, e affermare con essi una «continuità». Invano erano passati sessant’anni dai grandi lavori del barone Haussmann a Parigi, sessant’anni in cui tutto era mutato nella vita delle città, in cui gli effetti della rivoluzione industriale, dell’urba-nesimo, della motorizzazione e le conquiste della cultura critica e storica, avevano fatto della città moderna una cosa nuova e diversa dal passato, con dimensioni ed esigenze del tutto particolari: caratteristica del fascismo fu, anche qui, di rimanere attaccato a criteri divenuti arcaici, e quindi il rifiuto di capire, al di là delle apparenze superficiali, i veri problemi della civiltà urbana moder-na. Mussolini fu l’uomo adatto: egli non fece che realizzare ciò che di peggio la cultura, ufficiale e no, da gran tempo andava elaborando; in questa operazione dimostrò una notevole capacità di sintesi di quanto sentiva dire nei giorni del benpensantiamo nazionale e un fiuto tanto sicuro che un’antologia delle sue priocos li affermazioni in fatto di urbanistica romana è sufficiente a deteriorare la mentalità dominante.
Le prime dichiarazioni si riallacciano alla sua polemica contro il «passatismo» e al suo intimo disprezzo per le testimonianze della storia, di cui abbiamo già visto alcuni esempi, appena mascherato da un rispetto formale e di comodo per tutto quanto ha odore di romanità. Nel discorso di Trieste, 20 settembre 1920, alla fine di una lunga esaltazione del «genio» italiano (il discorso in cui prende la famosa cantonata, che poi gli sarà ricordata da Ludwig quando fa di Klopstock un contemporaneo di Dante), dice:
“… noi non siamo passatisti assolutamente legati ai sassi e alle macerie. Nelle città moderne tutto deve trasformarsi. Ai tram, alle automobili, ai motori, le vecchie strade delle nostre città non resistono più, poiché in esse passa il flutto della civiltà. Si può distruggere per ricreare il più bello, grande e nuovo, ma mai distruggere col gusto del selvaggio che spezza una macchina per vedere che cosa c’è dentro. Non ci rifiutiamo a modificazioni anche nelle città dello spirito, appunto perché lo spirito è delicato “ .
È una partenza a suo modo esemplare. Sono proprio argomenti di questo tipo, che si direbbero di un senso comune senza tempo, che hanno ispirato gran parte dell’attività urbanistica italiana degli ultimi decenni e innumerevoli piani regolatori. È la solita rozza contrapposizione tra città antica e traffico motorizzato, nella puerile pretesa di «adeguare» la prima al secondo, l’irragionevole pretesa di risolvere tutto con gli sventramenti. È l’istintiva reazione dell’uomo qualunque: davvero un po’ poco per colui che diventerà duce degli italiani. Quanto a distruggere per «ricreare il più bello, grande e nuovo», è una sciocchezza che sarà sostenuta fino in tempi recenti da architetti vecchi e giovani, indifferenti alle conseguenze di quel «nuovo» sulle sorti della città: sta di fatto che lo sventramento di Roma e delle altre città italiane si risolve proprio, auspice la speculazione edilizia, nello smontaggio di un congegno delicato e in una selvaggia caccia al tesoro.
Un elemento del paesaggio parzialmente distante dal tempo di Augusto – almeno per dove è collocata oggi – è l’Ara Pacis, l’altare dedicato alla Pax, il risultato più inquietante della politica sanguinaria di Ottaviano, totalmente rovesciata da una narrazione improntata a valorizzarne i risultati, tralasciando i mezzi. Il monumento fu decretato dal Senato nel 13 aC e inaugurato nel 9 aC, per celebrare, tra l’altro, il felice ritorno di Augusto dalle campagne militari in Francia e in Spagna. Ecco perché, sostando davanti al Mausoleo, abbiamo letto anche il passo delle Res Gestae nel quale si rievoca l’evento:
Quando ritornai dalla Spagna e dalla Gallia, durante il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, dopo i buoni esiti delle operazioni in quelle province, il Senato decretò in onore del mio ritorno la consacrazione di un altare alla Pace augustea in Campo Marzio e ordinò che su quell’altare magistrati, sacerdoti e Vergini Vestali celebrassero ogni anno un sacrificio. (Res gestae, II.12)
Ricostruzione virtuale dell’Ara Pacis in età augustea (fonte sito web Museo Ara Pacis)
Il luogo prescelto per la costruzione dell’Ara è il Campo Marzio, naturalmente, a metà strada tra il Pantheon, a sud, e il mausoleo, a nord. L’Ara è accostata al lato est della porzione occidentale del Campo Marzio. L’altare sacrificale vero e proprio, dotato di scala di accesso e piano per i sacrifici, era circondato da un recinto, una versione marmorea delle antiche palizzate di legno che, immaginiamo, delimitavano gli spazi sacri fin dall’età arcaica. A guarnire lo steccato, reso in versione marmorea, ghirlande gonfie di frutti, le stesse ghirlande contemporaneamente rappresentate sulle pareti della casa di Augusto, in particolare della Casa così detta di Livia.
L’altare ricostruito nel 1937-38: recinto esterno con ghirlande e altare (@muripertutti 2024)
Per il momento basti ricordare che l’altare non era dove lo vediamo oggi. Era più a sud-est (dove oggi sorge il nuovo cinema Olimpia: clicca per vedere la mappa) e segnava una tappa intermedia nel percorso che dal Pantheon conduceva visivamente al Mausoleo. Ci torneremo dopo trattando della fase Fascista.
Dal tardo antico al medioevo: necropoli e fortilizio Colonna
Le tracce di questo lungo periodo sono piuttosto difficili da rintracciare oggi. Al tempo degli scavi archeologici attorno al Mausoleo, condotti dalla Sovrintendenza Capitolina nel 2007-2011, poi proseguiti nel 2021 e oltre, erano visibili le strutture che tra tarda antichità e età medievale erano sorte attorno al grande sepolcro. L’attività di sistematica spoliazione dei materiali lapidei, travertini e marmi, dalla tomba augustea aveva, da un lato, impoverito la struttura del mausoleo, dall’altro, aveva alimentato l’edilizia spontanea di epoca tardo antica.
Quando ancora era in corso lo scavo nel 2021, ebbi la fortuna di visitare l’area e di osservare tante strutture in materiali di recupero sorte ai piedi del mausoleo e attorno a una primitiva chiesa dedicata a Santa Marina, mai trovata, forse perché soppiantata dalla cinquecentesca chiesa di San Girolamo dei Croati. D’altra parte, la presenza di una necropoli costituiva un forte indizio della sua esistenza, nonché una affasciante traccia materiale della continuità di vita nell’area, dopo la fine del periodo imperiale. L’area, secondo gli studi editi (Coletti, Loreti 2014) sembra interessata già nel IV secolo da un’importante rialzamento dei piani di calpestio per via dell’esondazione del Tevere.
Pianta con le evidenze dall’età imperiale (periodo I) all’età medievale (periodo IV) rinvenuti durante gli scavi 2007-2011 (Da Coletti, Loreti 2016, fig.13).
Tuttavia, per allestire la nuova piazza Augusto Imperatore è stata fatta una scelta e quelle strutture sono state rimosse, dopo essere state documentate. Questo è uno degli effetti dell’archeologia urbana, dove non si può conservare tutto (un giorno magari affronteremo anche questo tema con gli esperti).
Nel corso del XII secolo è attestata la presenza dei Colonna sui ruderi del mausoleo, trasformato, come è di moda a Roma, in un fortilizio. Questo è il destino del Colosseo, dell’arco di Tito, del teatro Marcello. I possenti edifici del periodo romano, sulla resistenza dei quali nel medioevo non si avevano dubbi, sono regolarmente usati come base per elevare le famiglie di rango, elevarle fisicamente da terra, dove la vita si faceva ogni giorno più violenta e difficile, per via delle lotte fra bande di quartiere e capipopolo. Il fortilizio Colonna risulta distrutto nel 1241.
Il giardino di delizie dei Soderini nel XVI secolo
Sulle fasi medievali, purtroppo, c’è poco altro da dire. Se il piccone fascista non si fosse avventato sul corpo stratificato del mausoleo, forse oggi potremmo ancora rintracciare qualche scampolo di fortezza tra le sue strutture. Qualche frammento murario c’è, in effetti, ma è stato pesantemente ritoccato dalla mano di Antonio Muñoz, che, come un Make up Artist, ha coperto “i difetti” con uno spesso strato di fondotinta super coprente. Il medioevo era considerato, a tutti gli effetti, come una problematica macchia, troppo estesa da mascherare e le soluzioni adottate per tentare di nasconderla (o meglio, eliminarla) ancora oggi fanno male agli occhi e al cuore, per la dannata cattiveria e per l’ignoranza con cui furono concepite e applicate.
Passiamo, quindi, alla fase dei Soderini, della quale se ne sa qualcosa di più e la possiamo inquadrare nella sintesi offerta dal sito web della Sovraintendenza Capitolina: “a seguito del ripopolamento del rione e della nuova sistemazione urbanistica voluta da Leone X con la realizzazione della via Leonina, l’attuale via di Ripetta, nuove ricche dimore sorsero intorno al Mausoleo. Nella parte superiore del monumento venne allestito un giardino all’italiana adorno di statue e di sarcofagi adiacente al palazzo patrizio dei Soderini, nobile famiglia fiorentina. “
Il giardino Soderini nel XVI secolo (fonte sito web Sovrintendenza Capitolina)
Esistono delle immagini del giardino, che traggo dallo stesso sito e che cia aiutano a immaginare come fosse magnifico e “segreto” in quanto nascosto dagli alti muri del mausoleo. Era di moda a Roma, a partire dal 1492, allestire nelle proprie dimore dei giardini mistici, nei quali spesso si piantano nuove specie arboree e dove si esponevano in gabbie monumentali volatili esotici riportati dalle recenti missioni reduci dalle Americhe. Pensate al tacchino sulla loggia dipinta di casa Altemps. Pensate alle voliere Farnese sul Palatino. Roma nel Cinquecento doveva essere una meravigliosa opera di commistione tra ruderi del passato e innovazione umanistica.
Del giardino Soderini si conserva ancora qualche struttura all’interno del “contenitore” del mausoleo, qualche stralcio di muro, una porta, livelli che si possono collegare alla quota cinquecentesca. Certo, è difficile riuscire a distinguere e poi a ritessere quelle tracce, se non con la guida degli archeologi che qui hanno scavato tra il 2007 e il 2011 e hanno studiato le interiora di questo corpo maltrattato. Arriverà il giorno che torneremo al mausoleo con loro e ci faremo raccontare tutto.
La corrida al Correa
Risale al 1706 la sistemazione del vecchio porto di Ripetta in accordo con la chiesa di San Girolamo dei Croati. Una sistemazione che rendeva il Tevere ancora un elemento fondamentale della vita quotidiana e dei costumi dei romani ripari, prima della definitiva cesura di quel rapporto millenario segnata dalla costruzione dei muraglioni in seguito all’unificazione nel 1870. D’altronde, si divella, il problema delle alluvioni andava risolto.
Nel corso del secolo, poi, la famiglia Correa de Sylva divenne proprietaria dell’edificio, che diede in affitto allo spagnolo Bernardo Matas, il quale allestì un anfiteatro per corride con strutture effimere in legno. L’attrazione erano le corse di tori e bufale, una vera corrida al Correa, che poi i romani presero a chiamare Corea, con una sola r. Si divertiva così la nobiltà, accanto al popolo, quasi come se non si fosse mai assopita quella particolare predilezione per i giochi nell’anfiteatro di tradizione romana imperiale.
Possibili tracce di una mangiatoia impresse sul muro augusteo del mausoleo.
Di questa fase ho visto alcune tracce memorabili, come i segni di una possibile mangiatoia incisi sul muro in reticolato della fase augustea. Ho potuto vederli quando il mausoleo era aperto per le visite nel 2021 e, da quel momento, ho conservato gelosamente quegli scatti, davvero indimenticabili. Muri millenari che ancora riuscivano a sostenere le trasformazioni di un edificio funerario nelle sue tante vite, qualcosa che solo l’archeologia stratigrafica ha il poter di insegnare a guardare, a documentare, a restituire alla conoscenza collettiva.
Della fase della corrida, durata circa cinquant’anni, ci sono varie rappresentazioni iconografiche. Una delle più celebri è forse quella di Bartolomeo Pinelli, nella quale, a colori vividi, si tratteggia un’arena densa di pubblico, con il pubblico colto di spalle accomodato su sedie di legno, signore sedute, signori rigorosamente in piedi. Ci sono tre livelli di spalti, quello intermedio segnato da arcate. Nell’arena, i tori che incornano i matador. Sembra quasi un’altra Roma. Forse perché era un’altra Roma. L’immagine cha tramandata fra gli altri proprio Renato Tamassia nel libro sopra citato:
Incisione di Bartolomeo Pinelli raffigurante la corrida a Cor(r)ea (da Manacorda, Tamassia 1985).
Teatro di posa, anfiteatro, Auditorio Augusteo
In pochi anni si succedono molte trasformazioni, spesso a causa dei passaggi di proprietà. La Camera Apostolica entra in possesso dell’edificio nel 1802 e entro due lustri viene convertito nel primo teatro di posa per recite diurne. Poi, passato al conte Telfener l’anfiteatro fu trasformato in un vero e proprio edificio per intestinal musicale, fino a quando, passato alla proprietà del Comune nel 1908, non fu trasformato nella sala per concerti.
Da quel momento l’edificio entra nella fase dell’Auditorio Augusteo, un ruolo che conserverà fino all’ultimo concerto, organizzato il 13 maggio del 1936. Qui ebbe dimora l’Accademia nazionale di Santa Cecilia, poi formalmente “traslocata” altrove per via dell’uso ideologico che in governatorato intendeva fare del mausoleo. Il discorso tenuto dal Conte Enrico di San Martino e Valperga, presidente dell’Accademia, per diretta radiofonica il 20 maggio 1936 alle ore 20,15, prima della chiusura definita e dell’avvio delle demolizioni, merita di essere letto e, per questo, lo riporto qui sotto (Insolera, Sette 2003) :
Mercoledi 13 maggio il vecchio Augusteo chiudeva le sue porte alla musica dopo 28 anni di una carriera gloriosa. Durante questo lungo periodo i direttori e gli esecutori più celebrati di ogni paese apparirono sul podio del Mausoleo romano ed in esso risuonarono le più belle opere corali ed orchestrali di ogni epoca, di ogni paese, di ogni tendenza. Così il nome dell’Augusteo conquistò notorietà ed ammirazione in ogni angolo del mondo. Qualunque autore aspirava ad avere le proprie opere eseguite all’Augusteo, qualunque esecutore desiderava dare in questo tempio prova della sua valentia.
Dalla fondazione vennero eseguite al Augusteo 1593 composizioni orchestrali, di cui 631 italiane, 962 straniere; 294 opere corali, di cui 72 italiane e 222 straniere; 134 opere di coro con orchestra ed organo, di cui 66 italiane e 68 straniere. Parteciparono ai nostri concerti 170 direttori, di cui 77 italiani e 93 stranieri; 442 solisti, di cui 268 italiani e 174 stranieri. All’infuori delle nostre masse parteciparono ai concerti 10 orchestre, di cui 2 italiane e 8 estere, e 25 società corali, di cui 11 italiane e 14 estere.
Queste cifre indicano con precisione la mole del lavoro compiuto dall’istituzione romana col costante concorso del Governatorato e dello Stato ed il prezioso ausilio disinteressato della stampa, lavoro che fece di Roma uno dei centri più importanti di concerti dell’universo intiero. Dalla presentazione di tante opere e di tanti artisti trasse uno straordinario profitto l’educazione musicale del pubblico romano.
Per attirarlo si cominciò con programmi in cui prevalessero pezzi di facile comprensione, tali da divertire. Ma tra di essi si inclusero opere più serie, richiedenti maggiore sforzo di comprensione. E così man mano si affinò l’intelligenza e la passione musicale del pubblico, tanto che passano oggi quasi inosservati quei pezzi che destarono entusiasmo un quarto di secolo fa e le più festose accoglienze vengono fatte alle espressioni più alte, più nobili dell’arte musicale. Ed il pubblico è veramente la rappresentanza completa della cittadinanza. Dalle classi più abbienti alle più modeste.
La scala dei prezzi, sempre severamente mantenuta, ha permesso l’accesso ai concerti a tutte le categorie di persone. Il biglietto di loggione all’inizio costava 25 centesimi; ed a tale prezzo fu possibile ascoltare i più insigni artisti, le più eccelse opere. È proprio il loggione la parte più vivace, più battagliera degli uditori. Di là partono i fischi alle opere troppo ardite o troppo povere, di là partono gli urli entusiasti reclamando i bis che il regolamento proibisce.
Nelle gallerie si affollano la gioventù battagliera, gli appassionati di classi modeste; i palchi e le poltrone hanno visto sfilare una serie infinita di personalità politiche, artistiche, finanziarie, mondane, di ogni nazione. E sovrani e principi apparverò spessissimo nel palco reale, onorato per anni ed anni dalla presenza costante di S. M. la Regina Margherita. Dal primo giorno essa fu la più valida, affettuosa, fedele ausiliatrice della nostra impresa, che volle sostenere costantemente con materiali contributi ed assai più ancora con incoraggiamenti morali a cui la sua grazia, la sua passione per l’arte musicale, il suo fascino davano valore per noi incalcolabile.
Nella evocazione della storia dei nostri concerti il primo pensiero nostro si eleva mesto, riconoscente e rispettoso all’Augusta Memoria della prima Regina d’italia. L’Augusteo ha seguito una linea di condotta precisa da cui non si spostò mai. Eclettismo il più largo, senza preoccupazioni di scuola, di tendenze, di paese, di persona. Le porte dell’Augusteo dovevano essere e furono aperte ad ogni manifestazione sincera e forte, anche se alcuna di esse urtasse la tradizione.
Tutto avanza, nulla retrocede. Anche nei concetti estetici nessuno ha il diritto di fissare col proprio gusto, con le proprie tendenze, i limiti estremi del bello. Ciò che pare brutto ed astruso oggi può sembrare magnifico alle generazioni seguenti od a noi stessi dopo qualche anno.
Chi di noi non ha subito nella propria esistenza, pur così limitata, una evoluzione nelle proprie tendenze, nel proprio gusto? E se un’arte avesse trovato la sua forma definitiva, quella che non si può oltrepassare, in quale momento della storia avrebbe dovuto avvenire tale cristallizzazione?
Nessun tentativo, nessuna audacia ha spaventato la direzione dei concerti, purchè poggiata sopra le basi solide dell’ingegno, del sapere e soprattutto della sincerità. Forse tal volta peccammo nell’aprire le porte con facilità eccessiva a qualche giovane, ma ritenevamo sempre e riteniamo ancora che aiutare i primi passi dei giovani sia un caro dovere, e preferiamo incorrere nell’accusa di aver concesso la prova del fuoco a qualcuno che forse non ne era degno anzichè nella colpa di aver lasciato fuori della porta qualcuno che meritava l’accesso.
Ad ogni modo se da un lato i concerti dell’Augusteo hanno formato il pubblico, quel pubblico meraviglioso, insensibile ad ogni pressione, obbiettivo e sereno, che giudica soltanto col proprio sentimento, quel pubblico davanti a cui i più vecchi e celebri artisti non possono presentarsi senza trepidazione, dall’altro la nostra Istituzione ha dato vita alla giovane scuola sinfonica italiana.
Fino al giorno in cui sorse l’istituzione sinfonica romana la mancanza di possiblità di esecuzione per le creazioni orchestrali aveva tenuto lontano da questa via ogni forza giovanile. Tutti gli autori italiani si volgevano al teatro, evitavano la produzione sinfonica. Ma appena questa trovò il suo sbocco nei concerti dell’Augusteo ecco nascere, crescere, svilupparsi, quella giovane scuola di sintonisti italiani che sta percorrendo un glorioso cammino da tutti
Guardando dunque l’opera compiuta in quei 29 anni, non sappiamo trattenere un sentimento di leggittima fierezza. E con una profonda tristezza vediamo ora chiuse le porte del tempio in cui per tanti anni fu svolta un’opera proficua.
Ma ormai il mausoleo di Augusto deve tornare alle primitive origini, deve riprendere il suo significato di omaggio eterno ad una delle massime figure della storia, l’Imperatore Augusto. Tale significato assurge ad altissima importanza oggi, nel momento in cui rinasce l’Impero creato dal Duce del Fascismo sulle orme della grandezza antica di Roma, sopra le vittorie inaudite delle nostre truppe, sopra lo slancio entusiasta, la disciplina di tutto il popolo stretto saldamente intorno al suo Re e al suo Duce.
Ma l’Istituzione dei Concerti non morrà mai per questo trasloco. La volontà del Duce è di assicurarle una nuova vita in una nuova sede degna sotto ogni aspetto. L’opera nostra continua; e se abbiamo il diritto di guardare il passato con fierezza, guardiamo l’avvenire con piena e salda fede.
L’Augusteo in funzione con la sala gremita (fonte Roma Sparita)
La scaletta della serata fu pensata per manifestare dissenso in maniera artistica. Grazie alla locandina diffusa per l’occasione possiamo ricostruire la scaletta. Fanno effetto gli ultimi tre: I pini di Roma di Ottorino Respighi, Sigfrido: mormorio della foresta, di Richard Wagner e per finire, I vespri siciliani, di Giuseppe Verdi, opera francese che debuttò all’Opera di Parigi nel 1855, ispirata alla ribellione scoppiata ai vespri pasquali del 1282 a Palermo, contro l’oppressore angioino. Un messaggio tanto forte, quanto poco velato, di oppositiva sottomissione al Fascismo. Un discorso che merita di essere riletto per ricordare quanto fu spazzato per via per un disegno imperialista di Mussolini e dei suoi sostenitori.
I lavori di età fascista a Piazza dell’Augusteo
Arriviamo quindi al momento fatidico: l’inizio delle demolizioni per allestire una piazza che inneggiasse alla gloriosa età imperiale di Roma antica. Per comprendere quanto accadde al tempo, durante l’esperienza partecipata con la community ci siamo serviti di tre testi:
un opuscolo del 1927 in cui l’architetto Del Debbio tracciava una possibile ricostruzione della piazza, che però non vide mai la luce;
il testo di Antonio Cederna, Mussolini urbanista, edito nel 1979 e poi riedito nel 2006, all’epoca del restauro della teca dell’Ara Pacis di Richard Meier;
il testo di Daniele Mancorda e Renato Tamassia, Il piccone del Regime, edito nel 1985.
Il testo di Cederna è un pilastro del pensiero critico verso il Fascismo, come pochi altri hanno saputo e voluto denunciare apertamente la barbarie compiuta ai danni della memoria collettiva e dello spazio urbano di Roma. Riportiamo qui la premessa dell’autore al volume, per agevolare chi non l’avesse ancora mai sfogliato:
Questa è la rievocazione di alcuni aspetti di quel celebre delirio che portò negli anni Trenta alla distruzione integrale, sulla carta, del centro storico di Roma e, nella realtà, alla polverizzazione di alcune sue parti: vistosa manifestazione di quella generale incultura urbanistica italiana affermatasi dopo l’Unità, che trovò il suo pieno appagamento in periodo fascista e tanti disastri causò nel cuore di innumerevoli città.
È una rievocazione quanto mai parziale che potrà offrire lo spunto per più approfondite ricerche. Essa vuoi riportare alla memoria fatti dimenticati, antiche polemiche, progetti efferati e proposizioni aberranti, eccitazioni e fallimenti, non senza qualche utilità, crediamo, per la situazione attuale. Oggi che, a prezzo di grandi fatiche, le forze politiche e culturali più responsabili hanno conquistato il rispetto integrale dei centri storici e avviato l’opera di salvaguardia e riutilizzazione, si può infatti sperare che la conoscenza delle stoltezze di quaranta-cinquant’anni fa servano da antidoto contro i ricorrenti ritorni di fiamma sventratoria: e a far vergognare tuti quelli che ancora, in nome di presunti diritti dell’«architettura» e smentendo ogni progresso urbanistico, vorrebbero tornare a inferire contro l’antica compagine delle nostre città (Cederna 2006, p. 17).
Ponendoci di fronte al mausoleo, sulla piazza rinnovata, abbiamo letto ad alta voce alcuni brani dal volume, specie quelli nei quali Cederna inquadra, anche attraverso stralci dei discorsi del Duce, la temperie nella quale si svolsero i lavori di demolizione in tutta l’area del mausoleo. Ecco la riflessione tratta dal secondo capitolo, intitolato “Lo sventratore”, nel quale Cederna affronta il tema della “necessità” e della “grandezza” per Mussolini:
Un pensiero da “uomo qualunque”, lo sventramento come sbrigativa soluzione a un problema complesso, gli echi di quella mentalità ancora vivi e vegeti nella speculazione edilizia anni 70 a Roma (rammentiamo che il libro uscì nel ’79). Cederna l’ha detta in un modo che non può essere più cristallino e sì, frontale. Ma d’altronde, il prezzo di quella scellerata conduzione della politica lo abbiamo pagato tutti: gli abitanti di Roma delle zone sventrate, in primis, e le future generazioni, alle quali è stata tolta l’opportunità di fare i conti con il sedime del passato.
In sostanza è un progetto senza reali fondamenti per la società civile, tutto è sbrigativo, estemporaneo, segue l’onda del momento, senza considerare le inevitabili e gravi conseguenze per tutti. E il mausoleo si ritrova impelagato in questa situazione. L’aspetto tragicomico è che, durante le demolizioni, a un certo punto gli architetti si resero conto della crescita delle quote di vita attorno alla tomba di Augusto, per cui l’edificio risultò sprofondato rispetto al contesto. Buffa la stratificazione, vero? Come osserva Cederna, sarebbe bastato un minimo studio storico del contesto per capire che cosa fosse successo intorno.
Al 1931 risale il piano regolatore che avrebbe sancito la spianta di tutto il quartiere di fronte al Pantheon per dare visibilità al mausoleo. Tuttavia ci furono delle correzioni, sebbene il ragionamento era stato anticipato nel discorso del 1925. Riportiamo di seguito la riflessione di Cederna dal paragrafo 2 del capitolo “Lo sventratore”, intitolato: Il sonno della ragione: «i monumenti millenari devono giganteggiare nella necessaria solitudine» (1925). Questo è quello ho letto io per la community e che è registrato in un post sul profilo Instagram @muripertutti (tratto dalle pp. 55-56):
Quali fossero le decine di quartieri sorti alla periferia è difficile dire: nulla di più improprio definire «avanguardie lanciate verso il monte salubre e il mare riconsacrato» il disordinato ampliarsi di Roma in quegli anni in tutte le direzioni, spesso in aperto contrasto col piano regolatore vigente (del 1909), lungo l’Appia Nuova come alla Garbatella, lungo la Nomentana come in Prati, a Mon-tesacro e al Testaccio. Le altre opere vantate rientravano nell’ordinaria amministrazione: unico impulso nuovo era stato lo scavo e il restauro di alcuni avanzi romani, il Foro di Augusto o il tempio della Fortuna Virile (ma lo scavo del primo già nasceva dalla confusione tra archeologia e urbanistica, e si avviava ad essere il primo passo verso lo sventramento integrale che sarà poi chiamato via dell’Impero). Ciò detto, passava a impartire le direttive per la soluzione dei «problemi della grandezza». Eccole:
“Le mie idee sono chiare, i mici ordini sono precisi e sono certo che diventeranno una realtà concreta. Tra cinquant’anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo, vasta, ordinata, potente, come fu ai tempi del primo impero di Augusto. Voi continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora la intralcia. Farete dei varchi intorno al Teatro di Marcello, al Campidoglio, al Pantheon; tutto ciò che crebbe attorno nei secoli della decadenza deve scomparire. Entro cinque anni, da piazza Colonna per un grande varco deve essere visibile la mole del Pantheon. Voi libererete anche dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine.”
Questa, in sintesi, è già la visione farneticante che ispirerà i piano regolatore del 1931.
Un momento della lettura delle pagine di Cederna, ad alta voce, direttamente in Piazza Augusto Imperatore
Il piano sarà poi modificato, ma è doloroso ancora oggi ritrovare la violenta arroganza di quelle parole di alcun rispetto per la memoria del passato, per le tracce delle donne e degli uomini che avevano occupato quegli stessi spazi nei secoli precedenti ed è insopportabile quella gerarchia insensata con la quale si definivano e trattavano le evidenze materiali, medioevo squallido, età imperale magnifica.
All’espressione “quercia da sfrondare” usata per definire le operazioni di “raschiatura” del mausoleo, fa riscontro l’espressione “dente cariato” usata da Cederna, per commentare il risultato finale dell’operazione sventratoria. Per altro, oltre a demolire case e palazzi e deportare in periferia le persone che vi abitavano, il governatorato aveva anche predisposto la costruzione di palazzi per l’INPS tutto attorno alla piazza rinnovata, su progetto di Vittorio Morpurgo e Marcello Piacentini. Di questi abbiamo ancora vivida tracci attorno al mausoleo.
ll corpo del mausoleto, con la stratificazione delle varie fasi edilizie, ultima delle quali l’Auditorio (da Manacorda, Tamassia 1985)
Ritornando all’Augusteo, dopo l’ultimo concerto del maggio 1936, cominciarono subito le demolizioni. Vale la pena qui riportate il brano di Tamassia sulla descrizione delle operazioni di sterro (da Tamassia 1985, pp. 202-205):
I lavori di demolizione del quartiere iniziarono il 22 ottobre 1934 con la celebre esibizione “dell’infaticabile picconiere”: sul tetto di una casa del vicolo Soderini. “Il Duce toltasi la giacca rimuove prima delle tegole, poi prende il piccone e ne fa vigorosamente cadere alcuni colpi sul cornicione della casa. Questo cede, e il simbolico picconiere, mentre i massi precipitano sulla via, appare ai riguardanti in una virtuosa aureola di polvere”.
L’immagine è tanto inquietante quanto potente. Questo era l’incredibile effetto che il Duce produceva nei suoi concittadini e sottoposti, questo il potere quasi taumaturgico che gli era stato conferito, in un gioco di riflessi per cui poi veniva rimandato ai suoi sostenitori attraverso cariche, riconoscimenti, privilegi. Il solito schema al quale assistiamo tutt’oggi, quando si tratta di usare i beni culturali pubblici per il vantaggio e il prestigio di pochi. Un atteggiamento sul quale è bene non abbassare la guardia.
Il racconto di Tamassia prosegue con gli sterri attorno al mausoleo:
Subito cominciano, a ritmo frenetico, i lavori di demolizione diretti, è quasi inutile dirlo, dall’immancabile Muñoz: in luglio un architetto, e non dei peggiori, Adalberto Libera, presenta il progetto di trasformare la cripta “in sacrario dell’impero” dedicato ai caduti per la conquista dell’Etiopia: l’impero era stato proclamato il 9 maggio 1936. Tutto deve essere pronto entro il 23 settembre 1937. L’architetto Vittorio Morpurgoè incaricato della sistemazione urbanistica della intera piazza, che riuscirà la più brutta e volgare di Roma. Una solenne «scalea» con l’inevitabile statua di Augusto dovrebbe dare accesso al Mausoleo. Che però appare, in maniera imbarazzante, «poco emergente rispetto all’aspettazione dei più» come deve confessare il Morpurgo’ affondato com’è in una sorta di fossa, raschiato e smozzicato tanto che i romani lo definiscono «il dente cariato». Nessuno aveva pensato che il livello del suolo, rispetto ai tempi di Augusto, si era alzato di parecchi metri, e quindi che sarebbe stato necessario portare al livello antico l’intera piazza.
La parte interna del monumento, con il grande corridoio anulare, e della cripta non venne mai sistemata, tranne che per gli addobbi posticci dei giorni dell’inaugurazione e di qualche cerimonia fascista. L’interno del monumento, oggi difficilmente accessibile, è ridotto a uno squallido deserto di rovine informi, più simili a un’area terremotata o bombardata che a uno scavo archeologico. Inutile ricordare che gli orridi rettifili – malgrado un miserabile tentativo dell’amministrazione democristiano-fascista di Rebecchini nel 1951 – per fortuna non sono mai stati aperti.
Questo, ovviamente, è il quadro della situazione degli anni ’80, ma il senso di confusione e distruzione regna ancora oggi tra le strutture del mausoleo, che esternamente sembra tutto sommato comprensibile, per quanto manchi della parte superiore, dove, cioè si innalzava la platea dell’Augusteo, mentre interamente è come un corpo maciullato con gli organi scomposti.
Il Museo dell’Ara Pacis: 1938 e poi 2006
Prima di concludere con il progetto della Piazza Augusto Imperatore, un breve focus va fatto sul Museo dell’Ara Pacis, concepito e realizzato nella stessa epoca.
L’altare augusteo era stato velocemente sepolto sotto metri di detriti fluviali, come tutto il Campo Marzio, al punto che già nel II secolo fu necessario schermarla dall’azione del Tevere con un muro in mattoni costruito tutto attorno. Ma non servì a molto. L’Ara Pacis scomparve molto presto dal paesaggio, finendo poi sotto le fondazioni del Palazzo Peretti-Fiano Almagià, presso la chiesa di S.Lorenzo in Lucina. I suoi frammenti presero a circolare sul mercato antiquario sin dal Cinquecento, dopo un primo ritrovamento del 1568, finendo poi a decorare la facciata di Villa Medici a Trinità dei Monti, e un secondo ritrovamento nel 1859. Ma fino al 1879 nessuno aveva idea che i reperti appartenessero all’Ara Pacis.
Grazie all’intuizione del giovane archeologo tedesco Friederich Von Duhn, i frammenti già in circolazione furono per la prima volta associati al monumento augusteo e tale identificazione accese la scintilla per avviare nuove ricerche, che condussero non solo a ritrovare il luogo dove l’altare era sepolto, ma anche a indagare attraverso scavi, nel 1903 e poi nel 1937.
Già gli scavi del 1937 furono decisi improvvisamente, come ricorda Renato Tamassia:
Già nel 1903 l’ara era stata raggiunta con gallerie e misurata pur tra gravissime difficoltà tecniche; alcun frammenti furono recuperati, mentre fu necessario rinunciare ad altri visti e fotografati (tra cui quello dei Flàmini). Il problema fu affrontato nel 1937 con tecniche modernissime: per contenere le fortissime infiltrazioni d’acqua della falda idrica innalzatasi considerevolmente dopo la costruzione degli argini del Tevere, fu congelato il terreno tutto attorno all’Ara Pacis, fino alla profondità di 10 metri, creando così un diaframma impermeabile, mentre grandi travature di ferro sostenevano il peso del palazzo sovrastante. Il recupero, anche se non fu totale, permise di procedere, nei lavoratori del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, alla ricomposizione del monumento, con l’aggiunta delle parti recuperate in passato, ottenute dai musei italiani e stranieri e con il rifacimento delle parti mancanti (Tamassia, p. 203).
Immagini di repertorio sull’impresa per congelare il terreno ed estrarre i frammenti dell’Ara Pacis (da Manacorda, Tamassia 1985).
E nel Museo delle Terme la vide Hitler in visita a Roma nel 1938 ” e volle rimanere pensoso in solenne raccoglimento dinanzi ai rilievi” ricorda Tamassia.
Tutto questo preambolo serve a inquadrare i fatti che condussero, poi, alla costruzione di un Museo dedicato all’Ara Pacis accanto al Mausoleo, inserendo in una posizione diversa da quella originaria l’altare augusteo e compiendo quello che Antonio Cederna aveva definito un “falso topografico”.
Per dirla ancora con le parole di Tamassia, riportiamo qui il brano in cui commenta la realizzazione della prima teca dell’Ara Pacis:
Nel giugno del 1938 cominciarono i lavori per collocare l’Ara sul lungotevere presso il Mausoleo, in una grande teca monumentale di vetro e cemento. Mancavano appena cento giorni alla conclusione dell’anno del Bimillenario augusteo, ma tutto fu pronto per l’inaugurazione il 23 settembre 1938.
Fu uno dei momenti di massimo trionfo di Mussolini, accolto, oltre che dalla consueta folla delirante, da trecento tra i maggiori studiosi del mondo antico, e l’archeologa inglese Eugénie Strong pronunziò a loro nome un indirizzo di saluto. Il 30 settembre, a Monaco, Mussolini fu l’artefice del patto che condannava la Cecoslovacchia alla spartizione, ma che sembrò anche allontanare dall’Europa lo spettro della guerra.
La rivoluzione fascista poteva dunque essere considerata la terza via tra il liberalesimo e il marxismo, Mussolini, come Augusto, poteva vantarsi di avere riportato la pace in Italia dopo la guerra civile e sconfitto in Europa i barbari che minacciavano la pace imperiale (e nei barbari si identificavano i comunisti). Egli aveva sconfitto le «inutili assemblee parlamentari»; aveva esaltato il ritorno ai campi e promosso l’agricoltura, aveva garantito una vigorosa politica demografica.
La teca di Vittorio Morpurgo, così come è giunta al 2000 prima della demolizione (via Wiki Commons)
Ma, tra tanti entusiasti, uno studioso di economia antica, Enrico Ciccotti, attivo antifascista, costretto proprio nel 1938 a emigrare in Svizzera, scriveva: «Una tale politica di incremento demografico era impopolare si che — come scrive un poco rozzamente il Korherr – Augusto (anche in questo aspetto vicino a Mussolini) era considerato dalle masse come il peggior delinquente».
Il semplice disadorno padiglione non piacque a Ugo Ojetti, che lo ebbe a definire «non romano né italiano, senza stile» e che avrebbe voluto invece l’Ara circondata da pilastri e colonne «grandi quanto quelle del Pantheon o del colonnato di San Pietro, cioè romani sul serio» e da «sedici o venti statue». La sistemazione «modernista» è strenuamente difesa sulla rivista di Antonio Muñoz, proprio a causa del suo stile: «La ricostruzione dell’Ara Pacis è opera dell’anno XVI dell’Era fascista; è bene che l’impronta di questa epoca sia chiaramente espressa dalla custodia della preziosa reliquia, in modo che anche tra due o trecento anni a tutti sarà chiaro che quel lavoro che onora l’Italia è opera del tempo di Mussolini».
Gli scavi 2007-2011 e la nuova Piazza di Francesco Cellini
Dopo il rifacimento della teca di Morpurgo, promossa dal sindaco Francesco Rutelli su progetto dell’architetto californiano Richard Meyer nel 2006, sono riprese le indagini archeologiche nell’area della piazza, con l’obiettivo di rinnovarla.
Gli scavi sono durati diversi anni e hanno visto all’opera gli archeologi della Sovrintendenza capitolina, senza che tuttavia sia stato dato loro l’agio di pubblicare più di qualche articolo. Quel poco che è stato concesso di diffondere, lo riportiamo qui a uso e beneficio della collettività, che merita di conoscere quanto si è fatto e compreso della stratificazione dell’area: quel poco che è sfuggito al piccone fascista.
L’Ara Pacis oggi, nella teca di Richard Meyer inaugurata nel 2006. Il mausoleo è a destra, fuori dall’inquadratura (fonte MiC)
Oltre alle fasi tardo antiche e medievali, citate sopra, lo scavo ha messo in luce alcuni frammenti del lastricato imperiale della piazza, che oggi torna ad essere visibile nel nuovo allestimento curato dall’architetto Francesco Cellini. Le lastre ci riportano alla quota augustea, una quota profonda, che fa sembrare di trovarsi in un posto diverso dalla consueta Roma che conosciamo cinque metri più in alto.
E l’atto di camminare, di percorrere quella “scalea” già di matrice novecentesca giù verso la quota di accesso al mausoleo è, di fatto, un viaggio attraverso la stratificazione della città, che se anche il delirio fascista ha cercato in ogni modo di cancellare, è tutta lì, davanti ai nostri occhi. Basta solo saperla guardare.
resti della piazza augustea nell’allestimento della Piazza inaugurata nel giugno 2025 (@muripertutti 2025)La “scale” del Ventennio riconcepita nel nuovo allestimento della piazza (@muripertutti 2025)
Ed è questo che abbiamo voluto fare con la community: riunirci e tornare a vivere un luogo simbolico, antico, martoriato eppure ancora vivo. Vivo perché ci siamo noi ad abitarlo, con le nostre domande e il nostro amore per il passato, in totale opposizione a quei regimi che hanno perseguito il dannoso progetto di cancellare il passato.
Ma la verità è che il passato non può essere cancellato del tutto, e qualsiasi tentativo in questa direzione produce, semmai, altre tracce mentre cerca di eliminare quelle che ritiene immeritevoli di continuare a esistere. Ed è qui che si comprende l’importanza dell’archeologia stratigrafica: ci garantisce la possibilità di individuare, documentare, interpretare e restituire, per il bene di tutti, una memoria collettiva.
Con “Muri per tutti” abbiamo cercato di riappropriarci di questa memoria, facendo i conti con una piazza nuova, abbagliante, senza ombra o riparo, ma finalmente completa. Aspettiamo trepidanti la riapertura del mausoleo, per completare il racconto.
Voglio ringraziare tutti i presenti all’esperienza partecipata per il contributo attivo, perché, con i libri tirati fuori dalle biblioteche personali, abbiamo messo insieme questa ricostruzione storica e l’abbiamo condivisa sul campo. Grazie, quindi, a Fabiola, Domenico, Carla, Valeria, Isotta, Serafina e a Flaminia per aver letto le fonti classiche per noi. E grazie a tutti i sostenitori che con articoli e suggerimenti hanno contributo a completare il quadro.
Spero che questo articolo vi sia utile per una vostra riflessione, per tornare sulla piazza a rileggere Cederna e Tamassia, per raccontare questa storia ai vostri familiari, amici e clienti. Fate circolare queste informazioni affinché siano utili ad approfondire la storia del Campo Marzio.
Grazie per avermi seguita fin qui. Alla prossima! Valeria
La foto scattata per il sindaco Roberto Gualtieri dalla community “Muri per tutti” (9 luglio 2025)
Referenze bibliografiche
Antonio Cederna, Mussolini Urbanista, Roma 1979 (qui citato nell’edizione del 2006)
Daniele Manacorda, Renato Tamassia, Il piccone del regime, Roma 1985.
Italo Insolera, Alessandra Maria Sette, Dall’Augusteo all’Auditorium, Roma 2003.
Nadia Agnoli, Elisabetta Carnabuci, Ersilia Maria Loreti, Mausoleo di Augusto e piazza Augusto Imperatore. Indagini archeologiche (2007-2010), Bullettino della Commissione Archeologica Comunale, 115, 2014, pp. 289-297.
Caterina Maria Coletti, Ersilia Maria Loreti, PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE, EXCAVATIONS 2007–2011: THE LATE ANTIQUE TRANSFORMATIONS, Memoirs of the American Academy in Rome, 61, 2016, pp. 304-325.
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2 pensieri su “Piazza Augusto Imperatore a Roma: da Augusto al progetto Cellini”
Gentile Valeria, grazie infinite per questo prezioso lavoro di approfondimento e divulgazione. La grande competenza unita a capacità divulgativa e grande entusiasmo è davvero merce rara ed inestimabile . Grazie! Livia Galante
Gentile Valeria, grazie infinite per questo prezioso lavoro di approfondimento e divulgazione. La grande competenza unita a capacità divulgativa e grande entusiasmo è davvero merce rara ed inestimabile . Grazie! Livia Galante
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Grazie a lei per il commento ☺️a presto!
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