Ebbene sì, di rivelazioni, in alcuni casi, si tratta. Sapreste dire quale doveva essere il nome originari di Indiana Jones? E sapreste indovinare in quale film si racconti meglio il senso dell’essere archeologi? E come se la cavano le donne in archeologia? Di questo e molto altro ci parla Francesco Bellu in un suo recente saggio sulla figura dell’archeologo al cinema. Ve ne parlo in questo post.
Una copertina azzeccata
Fin dalla copertina, il libro di Francesco Bellu sa di interessante. E anzi, ci spiega senza troppi filtri che sì, è proprio Indiana Jones l’Archeologo con la A maiuscola nella mente del 90% degli appassionati di archeologia. Archeologi compresi. E non è tanto per la frusta – di cui oggi sui cantieri ce ne faremmo ben poco – o della pistola – peggio mi sento – quanto per il cappello, la borsa a tracolla, gli anfibi, la biblioteca e quell’avventuroso sguardo che racconta di missioni in posti lontani, risposte ancora da trovare e abnegazione totale alla missione.
Nella finzione cinematografica, però, Indiana Jones rappresenta ben altro e, come lui, la maggior parte dei personaggi legati all’archeologia come professione, come filosofia, come suggestione. Grazie al libro di Francesco Bellu, possiamo ora fornire una base scientifica ai pensieri sparsi su Indiana Jones, nonché alla figura, un pò travisata, dell’archeologo sul grande schermo, che inevitabilmente è arrivata a grande pubblico.
La verità è che dalle pagine di Bellu si viene fuori divertiti, sorpresi (almeno, io, mi sono sorpresa molto a scoprire certe cose che non sapevo), ma anche un pò – molto – disillusi. Non c’è niente da fare, che cosa faccia effettivamente l’archeologo, come lo faccia, perché lo faccia e in quali circostanze è ancora altamente frainteso. E l’apporto femminile alla causa dell’archeologia è non solo deludente sul grande schermo, ma anche piuttosto irrealistico. Peccato.

Genesi: dalla tesi di specializzazione al saggio
L’aspetto che più mi piace sottolineare del libro di Francesco Bellu è la sua valenza scientifica abbinata allo stile divulgativo. Lui è prima di tutto un archeologo. Poi si è messo a fare il giornalista e infatti, nella sua bio, si definisce “archeologo prestato al giornalismo e viceversa”. Per la tesi di specializzazione in Beni Archeologici all’Università di Sassari (2016-2017) aveva elaborato il tema “La X non è mai il punto dove scavare. L’archeologo sul grande schermo, dal cinema muto a oggi” e da lì, dopo quale anno, ne è nato un saggio edito nel 2022 per le Edizioni NPE.
Il tema dell’archeologo sul grande schermo, quindi, è trattato da un archeologo di formazione, con una smodata passione per il cinema – che emerge tutta a ogni pagina. Leggendo la storia della creazione della figura dell’archeologo sul grande schermo, si percepisce come la profonda conoscenza del comparto audiovisivo costituisca la vera linfa della ricerca, al di là dell’essere in prima persona un archeologo. Quest’ultima, semmai, è una chiave di lettura.
Oltre, quindi, ad una disamina accurata di personaggi e prodotti, in ordine cronologico ma con alcuni approfondimenti su temi specifici e categorie, il saggio di Bellu offre anche quello che nelle tesi solitamente si chiama “strumento”: la filmografia, cioè l’elenco di tutti i film citati nel volume e considerati nella ricerca. Una lista di poco me o di 270 film tanto preziosa quanto, di per sé, riassuntiva del lungo percorso compiuto dall’idea di archeologia nel tempo e nello spazio.
L’indice
Premesso che il libro merita assolutamente una lettura, riassumo, come sempre, l’indice, affinché vi sia chiaro che cosa viene affrontato nelle 261 pagine del saggio di Francesco Bellu.
- Titoli di testa
- I Film
- Lenzuoli, esotiche passioni e pionieri del cinema
- Maledizioni faraoniche e “ielle”
- Nel labirinto dei generi
- Fuori contesto
- Se l’avventura ha un nome, deve essere Indiana Jones
- Da Lara Croft a Wonder Woman l’archeologa tra corpo sexy e girl-power
- Pazuzu, mostri talpa e extraterrestri
- Archeologia xxx
- Inquietudini umane
- Ruoli, MacGuffin e giri del mondo
- Carta d’identità
- Il MacGuffin
- Girotondo intorno al mondo
- The end
- Elenco dei film (in ordine cronologico)
- Bibliografia
- Ringraziamenti
Come potete verificare voi stessi, la materia è avvincente e lo spettro di indagine ampio e ribadisco, non è un semplice saggio divulgativo, è una tesina di specializzazione, dunque cela un lavoro di inda. E come avrete già intuito, su Indiana Jones c’è un intero paragrafo! Personalmente, me lo sono davvero gustato, perché non vi nascondo che è stato e sarà sempre un personaggio della mia infanzia, mi ricorderà sempre i pomeriggi sognanti a casa a guardare “L’ultima crociata” con quel magnifico Sean Connery nelle vesti di storico del medioevo. E ancora oggi quando passa in TV si attiva un battage di messaggi con colleghe e colleghi per ricordarcelo.
Un’idea diversa di archeologia
Il percorso di analisi tracciato da Bellu, porta ad una amara constatazione: l’idea di archeologia che fin dalla fine dell’Ottocento si è fatta largo nell’immaginario collettivo, per poi approdare al cinema muto agli inizi del Novecento, si è nutrita ovviamente delle prime grandi intraprese napoleoniche in Egitto, per poi configurarsi sempre meglio – o per meglio dire, sempre peggio – come una caccia all’oggetto prezioso.
Nel cinema muto l’archeologia va forte ed è quasi sempre ambientata in Egitto. I Faraoni sono figure maligne e capaci di terribili maledizioni anche da morti, così come le mummie, di una longevità sconcertante. Rifacimenti delle varie “La Mummia” arrivano tranquillante fino al nostro millennio. E già solo questo dovrebbe farci riflettere.
L’archeologo, poi, ne esce particolarmente sconfitto o, quantomeno, la sua credibilità è ben lontana dal mondo reale. Sono pochissimi i film in cui l’archeologia come opportunità di fare storia per il progresso scientifico e a beneficio della società sia il vero obiettivo. In altri termini, non ha appeal. Di conseguenza, vince meglio il personaggio archeologo avventuriero, immune al dolore, capace di sparare con la stessa disinvoltura con cui eventualmente classifica oggetti, associato ad atteggiamenti che, sì forse negli anni Trenta, potevano davvero accadere sugli scavi archeologici, ma che oggi ci fanno sorridere e, soprattutto, non raccontano il vero senso del mestiere.

Indi, Arturo e Stargate
I film e le serie TV passati in rassegna da Ballu, come ho detto, sono poco meno di 270. Da un punto di vista percentuale, l’archeologia e gli archeologi, al maschile e al femminile, sono pressoché distanti, anche in film recenti, dall’idea di archeologia stratigrafica, che è fare storia, secondo una conquista metodologica che dagli anni 70 del Novecento più o meno abbiamo raggiunto in Italia, ma direi anche in altri paesi.
Inevitabile, almeno per me, è stato il confronto tra Indiana Jones e Arturo Frantini, l’archeologo freelance protagonista di “Smetto quando voglio”, l’esilarante vicenda di alcuni ricercatori in varie discipline che mettono a segno una nuova droga ancora invisibile alle liste nere. Nella cricca di “sfigati” non può mancare l’archeologo, raro caso in cui la figura che nel cinema sembra ammantata di mistero e avventura, si manifesta per quella che tragicamente è, per lo meno nella gran parte dei casi, eccettuando i pochi fortunati appartenenti al mondo accademico.
Frantini ci racconta quanto sa di sapere e come è “ridotto” l’archeologo che segue la ruspa nei cantieri urbani e suburbani, con la partita iva e tanti sogni definitivamente chiusi nel cassetto, in attesa di un concorsone (questo forse Frantini non lo dice, ma ve lo dico io). Un personaggio drammaticamente realistico, che sfigura pienamente a confronto con l’archeologo prestante e astuto made in USA, creato dalla sapiente genialità di Spielberg e Lucas.


Nulla di più lontano dal fortunato egittologo americano coinvolto nell’affare Stargate nel film omonimo del 1994, considerato pura immondizia dalle riviste specializzate, ma che a mio avviso, pur in un contesto assurdo di fantastoria, incarna lo spirito del vero ricercatore. L’archeologo di Stargate studia moltissimo, si imbatte in una accademia ingessata e conservatrice, si porta quintali di libri nell’universo parallelo (rievocando il marito di Agatha Christie, archeologo), al posto del kit di sopravvivenza, ed è l’unico che riesce a entrare in contatto con la popolazione sconosciuta che parla una antico dialetto. D’accordo, non è archeologia quella che si racconta nel film, ma un interessante delirio culturale. Tuttavia, ogni archeologo sogna di poter incontrare le civiltà di cui si occupa e poterci interagire. Non ditemi che non è vero.

Il meglio è nel futuro
Mi ha colpito un fatto. I ritratti più accurati e le ricostruzioni più valide vengono dal futuro. Il miglior archeologo è Cornelius, lo scimpanzé de “Il pianeta delle Scimmie”, del 1968. Ambientazione fantascientifica e una solida cognizione del senso e dell’importanza della ricerca storica, per cui da uno scavo nella caverna emerge la documentazione utile a dimostrare che prima dell’egemonia delle scimmie era l’uomo a dominare il pianeta.
Viene in mente, poi, “Roma” di Fellini, dove scavando per fare la metropolitana emerge una domus con pitture ancora intatte, che al contatto con l’aria svaniscono. Una scena che oggi, con gli scavi per la metro C, è diventata una constante dell’archeologia d’emergenza a Roma, ma che nel 1972 era quasi fantascienza e che già allora denunciava inevitabile impatto che lo sviluppo urbano ha con la stratificazione storica delle città. Un dilemma che ancora oggi accompagna tutti noi e che si risolve con la distruzione previa documentazione. Una via di mezzo che non riesce a convincere tutti.
Sfumature di archeologie e archeologi
L’archeologia è trasversale e così lo è l’archeologo. Da criminale a salvatore del pianeta, l’archeologo può davvero fare tutto, al cinema. Riprendendo le categorie ipotizzate da Cornelius Holtorf in Archaeology is a brand!, nell’immaginario collettivo nutrito dalla produzione cinematografica, Bellu sottolinea come nel cinema prevalga l’immagine dell’avventuriero, con figure quali “l’egittologo Zahi Awass e l’ancorman Josh Gates”, creatore di programmi di misteri e archeologia su Discovery Channel” […] oppure, per rimanere in Italia, citiamo Roberto Giacobbo con i suoi discussi “Voyager” e “Freedom” (Bellu 2022, p. 201). Figure che sono ormai definitivamente sdoganate perfino dalle istituzioni culturali italiane, l’anello mancante.
L’archeologo è anche un detective e su questo non c’è dubbio. Al di là delle diverse missioni in cui possa essere impegnato, è proprio il paradigma indiziario lo strumento principe delle investigazioni archeologiche, sin dai tempi di Sherlock Holmes. L’archeologo, infine, è un uomo di scienza, come traspare da ancora sparuti esempi. Tuttavia esiste questa informazione e non ci resta che lavorare affinché prenda il sopravvento su quella decisamente datata del cercatore di tesori.
E le archeologhe? Ne escono malino. Poche, non emancipate e al massimo grado di distorsione nei panni di Lara Croft, le donne dell’archeologia, nell’immaginario cinematografico e collettivo, devono ancora fare parecchia strada per poter offrire un’immagine di sé che dia conto e merito della missione scientifica a favore del progresso della società.

A questo punto, non vi resta che acquistarlo sul sito della casa editrice a questo link non affiliato, leggerlo e dirmi che cosa ve ne pare. Io ho una lista lunga così di film ancora da vere e di saggi, biografie e contributi ancora da leggere, per approfondire il tema della percezione del mestiere dell’archeologo, ancora molto attuale e, a mio parere, particolarmente vivo sul micro-schermo, quello dei social. Ci torneremo.
Per ora è tutto: ringrazio il collega Luca Canali (@culturainpochiminuti) per avermi incuriosita e ringrazio voi tutti per avermi seguita fin qui. Alla prossima! Valeria
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