Fidia che non c’è #

Sulle prime mi era piaciuta, mi era parsa ben architettata, con un allestimento accattivante e conciliante, scritta facile, spiegata bene. Pochi pezzi per sala e in posizione logica rispetto al testo.
Tutto sembrava filare liscio quando, nella sala – mi pare la quarta – dedicata ai viaggiatori e ai loro disegni dei fregi del Partenone, una signora (che chiameremo Lia) mi si avvicina e domanda: “Mi scusi, chiedo a lei che mi sembra competente” (stavo prendendo qualche appunto) – MA DOVE SONO LE OPERE DI FIDIA?”
D’un tratto mi sento pervasa da un grande imbarazzo. Cerco allora di spiegarle perché non stava trovando Fidia in mostra. “Signora, sa, le opere di Fidia giunte a noi sono pochissime e non sono qui“. La signora è perplessa e io mi sento infiammare dalla frustrazione. Allora incalzo “Sa, signora, capisco la sua sua sorpresa. Mettiamola così, in questa mostra si racconta chi fosse Fidia attraverso gli occhi dei suoi conoscitori, antichi e moderni“.
La signora a quel punto realizza qualcosa che dallo guardo sembrava dire: allora è un inganno… e mi chiede ancora: “ma perché sono tutte copie?” A quel punto intuisco che c’era un altro problema, forse ancora più impellente da spiegare.
Vediamo insieme cosa di questa mostra mi ha convinto di più, cosa meno, con i miei soliti punti.
ACCESSIBILITÀ: ANCORA UNA VOLTA, PARZIALE

Ennesima mostra di archeologia a Roma in cui alla voce accessibilità viene da piangere. Chiariamo subito: la voce accessibilità la considero importante perché in questi ultimi anni se ne sta parlando parecchio, sia tra Istituzioni culturali, sia, di conseguenza, in ambito accademico. Ma non vorrei che facessimo la fine di quelli che cavalcano l’onda del momento pur di avere l’occasione di organizzarci un convegno internazionale o di scriverci articoli, per il dio Anvur (poi, un giorno, parleremo anche di questo nuovo culto).
Per me, l’accessibilità è sia fisica che cognitiva, come ho già scritto per la recensione a “Dacia”. Per fisica, intendo la facilità con cui chi ha stampelle, sedie a rotelle, o è semplicemente anziano (ma penso anche a quando ero al settimo mese e andavo in giro per musei) e non resiste molto a stare in piedi, possa avere il diritto di godersi i contenuti e gli spazi di una mostra.
Per accessibilità cognitiva intendo la possibilità che, non dico tutte perché sarebbe forse impossibile in questo paese, ma almeno le più note disabilità di comprensione possano essere considerate nell’allestimento. E su questo punto batto in modo particolare pensando ai bambini, che non sono necessariamente disabili ma avrebbero bisogno di qualcosa alla loro portata: panelli ad altezze adeguate, giochi, interattività.
In una parola: accoglienza.
Quel che ho visto a “Fidia” non mi ha soddisfatto, da questo punto di vista. È una piccola mostra pensata da adulti che probabilmente non hanno provato a immaginare se stessi passeggiare tra le sale in compagnia di bambini e ragazzi. Non penso che Fidia sia argomento per soli adulti e non penso che si debba fare “cose per bambini” separatamente da quelle per gli adulti.
Forse, se i curatori di una mostra avessero a cuore il pubblico e avessero presente da quante anime può essere composto, penserebbero a un’esperienza culturale diversa da quella che ho visto e che non faccio altro che vedere nei musei di Roma.
Vorreste provare, per una volta, a guardare più in là della vostra scrivania? Scoprirete che c’è un mondo fuori dalle vostre aule. La bellezza, l’arte, l’importanza della storia e delle radici si impara da piccoli.
Dopo è troppo tardi.
IL TEMA: IN TEORIA BELLO, IN PRATICA UN INGANNO

Se intitolo una mostra “Fidia”, non posso non pensare che il pubblico cercherà le opere di Fidia nelle sale. D’accordo, gli “addetti” sanno che di Fidia c’è poco nel mondo e quel poco è prevalentemente al British Museum. Ma quanti sono “gli addetti” rispetto a tutti coloro che potenzialmente vorrebbero andare a vederla?
E poi: la vogliamo smettere, noi “addetti”, di ragionare come se fossimo soli al mondo e i musei fossero nostri? Fino a prova contraria gli allestimenti nei musei comunali si fanno con fondi pubblici e se sbaglio correggetemi. Ma a prescindere dalle risorse economiche, le mostre sono occasioni per il pubblico, fanno staccare biglietti, no?
Ecco perché il tema è senz’altro intrigante, proprio perché di Fidia c’è poco ma se ne è sempre parlato tanto, sia ai suoi tempi che in tutti i tempi a seguire. E allora, per cominciare, l’avrei chiamata A PROPOSITO DI FIDIA, o, se in inglese vi piace di più, ABOUT FIDIA.

Ma non si può chiamare “Fidia” una mostra in cui Fidia, di fatto, non c’è. Non c’è perché non esiste e le incertezze cominciano già dal suo presunto ritratto; e poi non c’è perché non c’è il dovuto approfondimento in cui si cerchi di spiegare al pubblico perché la selezione di pezzi consta principalmente di “copie“.
Di nuovo, gli addetti, che poi nemmeno tutti, sapranno che la nostra conoscenza del mondo artistico greco a Roma viaggia soprattutto su copie di età romana di originali il più delle volte andati perduti. Bene, già questo è un punto importante e non facilissimo da trasmettere, ma di fatto in nessun museo di scultura a Roma se ne parla con l’intento di spiegarlo. Eppure è un tema tipicamente romano. E sorvoliamo sul sotto tema: copia vs replica…
Perché, poi, le copie sono quasi sempre del II secolo, come in questa mostra? Vogliamo spiegare al pubblico che c’è stato un impatto quasi violento dell’età adrianea e antonina in generale, per cui Roma nel II secolo si è riempita di copie dei modelli greci, più ancora che in età augustea e giulio-claudia?
La domanda della signora Lia, cui ho accennato in apertura, mi ha fatto non solo pensare, ma anche domandare a me stessa perché abbiamo scelto di tagliare la comunità fuori da questi luoghi della cultura.
Perché?
IL RACCONTO: SCARNO E DISORGANICO
Quando vado a vedere una mostra sono solita appuntarmi la sequenza dei pannelli didascalici, perché mi aiuta a tenere il fuoco sulla struttura delle informazioni date. Poi, per deformazione professionale, automaticamente provo a mettermi nei panni di chi ha pensato a come articolare i contenuti e cerco di capire se siamo in sintonia oppure no. Vi risparmio per ora le questioni di metodo, perché vi annoierei a morte.
LA SEQUENZA ESPOSITIVA
1 Fidia: una fama ininterrotta
2 Fidia in breve
3 Il secolo d’oro di Atene
4 I primi passi
5 L’Atena Promachos
6 I rendiconti di spesa per l’Atena Promachos
7 La più bella
8 Il Partenone tra passato e presente
9 Il Partenone sotto assedio
10 L’acropoli e i propilei
11 Marmi erranti
12 La fortuna della cavalcata
13 Il Partenone: la decorazione scultorea
14 Il restauro
15 L’Atena Parthenos
16 Il concorso di Efeso
17 Lo Zeus di Olimpia
18 L’Officina di Fidia
19 La tecnica acrolitica
20 Fidia fra mito e realtà.
La sequenza espositiva della mostra “Fidia” sulle prime mi è parsa interessante, poi però la coerenza che mi sembrava di cogliere si è sfilacciata in una serie di temi scollegati, nonostante ci fosse “il fantasma” di Fidia ad aleggiare su di essi. E voglio anche fugare ogni dubbio: no, non ho mai allestito una mostra, ne ho solo visitate e studiate e raccontate centinaia e mi pongo il problema dal punto di vista del ricercatore e soprattutto del visitatore e del suo diritto a sentirsi coinvolto.
IL VERO TEMA?
A essere precisi, quello che non ho apprezzato è stato il modo in cui sono state presentate le fonti documentarie. Ve la dico senza mezzi termini: questa mostra racconta di fatto LA PERCEZIONE DI FIDIA dal V secolo a.C. al XX secolo, ma non è questo il focus della mostra (lo si accenna nel primo pannello ma è un cenno volante). Forse è proprio questo che mi ha indispettita.
I contenuti su Fidia, infatti, non sono più di un ripasso del manuale di storia dell’arte, non ci sono novità e non ci sono sviluppi. E dal momento che le opere di Fidia NON CI SONO (ah no, forse tre micro frammenti dei fregi del Partenone di Atene), si racconta il tempo di Fidia attraverso i suoi capolavori, qui ricostruiti o rievocati con copie e ricostruzioni, virtuali e reali.
Tutto molto interessante, ma non stiamo parlando di Fidia. Infatti se fosse stato così, alla sezione sul concorso di Efeso, al quale Fidia ha perso la gara a vantaggio di Policleto (una storia, per altro, molto divertente) si buttano là in due righe i nomi dei “pezzi da novanta”, dando per scontato che tutti sappiano quale fosse la situazione artistica e politica del V secolo a.C. Ah, sì, c’è una linea del tempo all’ingresso alla mostra, ma beato chi se la ricorda e il sadismo di certi Professori a volte mi lascia di stucco.
Volete un’idea? Stampate la linea del tempo e distribuitela all’ingresso, così possiamo seguirvi meglio.
Inoltre, la storia del tempo di Fidia non può che essere fatta attraverso i fatti dell’età moderna, come la distruzione del Partenone e dei suoi fregi nel XVII secolo, l’interesse verso la Grecia e verso il maestro maturata già nel XV secolo, le prime identificazioni delle opere da parte di Ciriaco d’Ancona, i primissimi rilievi misurati dei fregi del Partenone disegnati dai Grand Tourister.
Tutti focus in cui il vero tema è il documento, la fonte (e per fonte intendo qualsiasi manufatto, che sia una moneta, una scultura, un taccuino di viaggio), che nel tempo ha dato modo di comprendere e ricostruire le vicende di un dato artista/autore/personaggio.
QUESTIONI DI APPROCCIO E DI METODO
Di base, le mostre storico artistiche in cui ci si chiede di eccitarci per un ricciolo in testa che invece di curvare a sinistra curva a destra, non mi hanno mai fatto impazzire, se è un’esperienza fine a se stessa. Per questo ogni qual volta ci sia una mostra a tema storico-artistico, spero che sia la volta buona, spero ardentemente che i curatori si siano decisi a scegliere un approccio stratigrafico alla storia dell’arte antica, cercando di ricostruire CONTESTI in un’orizzonte diacronico.
In questa mostra, un paio di volte mi è capitato di leggere che alcuni “contesti” (ad es. la fornace dell’Atena Promachos) sono stati “scavati dagli archeologi“. Scavare è, oramai, una prassi ben consolidata in gran parte del mondo e quando si nomina uno scavo, ci si aspetta di vedere i dati, o almeno di poter conoscere il periodo dello scavo (già di per sé indicativo della metodologia in auge), l’équipe (idem), qualche stralcio della documentazione, alla stessa maniera in cui si mostra il taccuino dei viaggiatori o il codice con le note di Ciriaco D’Ancona.
Costruire l’informazione è cosa molto delicata e complessa, lo stiamo vedendo in questo momento storico. E farlo su epoche passate nelle quali non eravamo presenti è un’operazione ancor più complessa. E ci vuole non solo metodo, ma anche responsabilità.
Liquidare gli esiti di uno scavo a una frase data quasi per proforma, tanto per dire che c’è pure lo scavo archeologico, è deprimente e mi ha confermato che, ancora una volta, non si riesce a parlare di storia dell’arte antica senza uscire dai confini dello stile e degli stilemi. Raccontando quindi sempre la solita solfa vista da un’ottica parziale.

La poca sistematicità nell’uso delle fonti nell’organizzazione dei contenuti ha quindi prodotto un risultato poco organico: in alcuni casi il nesso fra documento/edificio/storia ha un senso e riesce bene, come nella sala sui fregi del Partenone. Ma in altri casi fonti, pezzi e storie sono abbandonati a loro stessi, come nel caso della ricostruzione dello scudo di Athena Parthenos, la statua di culto di Atena scolpita da Fidia per il Partenone.
Mi è dispiaciuto non poter conoscere in mostra la storia dei singoli pezzi con cui si è restituita l’immagine dello scudo e ho trovato fin troppo semplificata (certo, molto interattiva) la storia “digitale” del Partenone.
L’INCUBO DEL TIPO KASSEL

E l’Apollo tipo KASSEL? Muto. Avrei dovuto cogliere le variazioni stilistiche delle tre teste esposte? In verità io avrei tanto voluto che mi si spigasse IL PERCHÉ E IL COME di queste variazioni, come pure la storia dei pezzi, la loro diversa provenienza. Una delle tre teste, infatti, viene dal Foro della Pace. Perché non meritiamo di conoscere un po’ di archeologia di questo pezzo, dal momento che lì si è scavato in diverse occasioni?
La signora Lia mi aveva anche chiesto lumi su questo “Kassel” perché non ne aveva colto il senso. Rassegnamoci, alle mostre di storia dell’arte antica, si parla un linguaggio in codice per cui TIPI dai nomi strani dominano la storia e ci pongono davanti alla nostra ignoranza. Inevitabilmente.
Kassel, apprendiamo, è un luogo in cui si conserva il tipo di Apollo di origine fidiaca più bello al mondo. Ma di questo Apollo si dice poco, se non che avesse il compito di tenere lontane le locuste. Poi c’è una scritta, che sembra una firma, sulle sue magnifiche spalle: chissà come l’avranno fatta, dice il pannello.
Come dite? Tutte le rispose che cerco sono contenute nel catalogo? Buon per chi se lo compra. Sta di fatto che in mostra, non se ne fa cenno.
L’ALLESTIMENTO: COINVOLGENTE MA NON SI SCAMPA DALLE PECETTE

L’allestimento non mi è dispiaciuto, a parte le varie pecette correttive che ho trovato qua e là sui pannelli. Ciò mi fa pensare alla fretta, sarà una cosa normale? Non so, sta di fatto che ci stiamo inesorabilmente “abituando” a questa sciatteria e se continuiamo così diventerà la normalità.
Alcune sezioni le ho trovate accoglienti e piacevoli: ad esempio quella sul Partenone, i fregi e i taccuini dei viaggiatori, dove un bel sedile consente di riposarsi e di traguardare l’Atena Promachos in lontananza. Faccio notare che ho visitato la mostra nella mattinata di giorno feriale e con me c’erano prevalentemente pensionati. Ho visto molti anziani, molto stanchi, arrancare verso l’uscita.
Oltre ai bambini, ribadisco, provate a pensare a chi fa fatica a stare tanto in piedi, quando allestite una mostra. Provate a non ascoltare quella vocina che da qualche anno a questa parte sta dicendo “minimo sforzo massimo risultato”, per cui in una mostra ci devi stare il meno possibile, passa oltre, stile mordi e fuggi.
Non mi dispiacciono le mostre “piccole”, possono essere delle preziose occasioni di crescita. “Fidia” la definirei soltanto piccola. Pochi pezzi, non particolarmente strepitosi, né inediti. A leggere il post pubblicitario su Instagram, però, ci si fa un’idea sbagliata o comunque distorta: “un viaggio inaspettato e sorprendente nella vita, nella carriera, e nel clima storico-culturale in cui operò il grande scultore, attraverso una vasta e preziosa selezione di oltre 100 opere”.
Sarà perché i pezzi non sono poi molti o comunque non voluminosi che le sale sono spaziose? C’è “aria” tra le teche e ci si può concentrare abbastanza bene nella lettura dei pannelli, i quali sono ben leggibili, fondo scuro e testi a contrasto, brevi, bilingui, senz’altro chiari. Col senno di poi, direi, però, un pò scarni.

GRADIMENTO
Nell’era dell’archeologia pubblica, della convenzione di Faro e dell’archeologia che produce “wellbeing”, trovo questa mostra totalmente fuori frequenza.
Mostre a profusione (il che sarebbe il minimo in una città come Roma) dove però sento mancare quasi sempre il rapporto sincero con il visitatore, specie se non informato dei fatti trattati. Speravo che con “Fidia” si fosse trovato un modo per presentare al pubblico in modo degno e valido uno dei risvolti del mestiere di archeologo, che con tanto impegno stiamo cercando di trasmettere alla comunità.
A questo punto, dopo Domiziano, l’Istante e l’Eternità, Dacia e Fidia (sedi espositive diverse ma sempre a Roma) il bilancio è deprimente, per non dire allarmante. Possiamo constatare che stiamo assistendo ad una brutta tendenza : usare gli spazi museali pubblici per dar sfogo alle pulsioni di singoli privilegiati e alle loro necessità di progredire nella carriera.
E ogni volta puntualmente, noi indistinto pubblico di addetti e non addetti, siamo costretti a imbatterci in allestimenti incomprensibili, spesso sciatti, senza che novità e progressi nella ricerca, né nuovi approcci o ottiche con le quali guardare al mondo antico e contemporaneo emergano dalle sale. Sempre le stesse cose, dette alla perfezione negli anni 70-80-90 (quando nonostante tutto la Ricerca era viva) e mai cambiate.
Quando accadrà che il visitatore sia messo al centro, sia stimolato a superare i propri confini, ad allargare la prospettiva, sia spinto a cercare nuovi orizzonti e a sentirsi parte attiva del patrimonio culturale (che gli chiediamo di amare e rispettare e visitare)?
Faro, dove sei?
Info pratiche
ACCESSO
Credo vi sia utile sapere che potete visitare la mostra senza dover entrare ai Musei Capitolini (e io dico: che peccato!!! Andare a trovare lo Spinario e il Bruto Capitolino è sempre una cosa meravigliosa).
Per raggiungere la mostra, quindi, arrivati in cima alla cordonata, dopo aver fatto il biglietto, tornate indietro e prendete la strada in salita verso il belvedere e Villa Caffarelli. Troverete dei cartelli.
All’interno della mostra c’è un comodo guardaroba.
BIGLIETTI
Se, quindi, desiderate vedere solo la mostra, pagherete un biglietto intero di 13 euro (ridotto 11 euro, gratis per Guide turistiche e soci Icom, per dirne solo un paio).
CATALOGO
Il catalogo della mostra esiste ed è stato pubblicato in concomitanza con l’inaugurazione. grazie per questo. Il prezzo di copertina è di 60 euro. Tanti. L’editore è L’Erma di Bretschneider, una delle più prestigiose case editrici del settore ancora vive. Ho avuto l’ooportuntà di pubblicare con loro nel lontano 2013 (“Le Terme del Nuotare. Cronologia di un’insula ostiense”), ero poco più che laureata. Ed effettivamente è una casa editrice speciale.
Se non erro, in mostra, il catalogo costa meno.
Tuttavia i suoi libri sono molto costosi, certo, bellissimi, ma se sono così costosi automaticamente metà del mondo non potrà accedere a quelle informazioni. E questo, oggi, secondo me, non può più funzionare.
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Sono contento di averti conosciuto e così posso seguirti nelle tue recensioni, mi viene la curiosità di vedere tutto quello che vedi tu per cogliere tutti gli aspetti che descrivi ci andrò.
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Grazie a te, Vincenzo, perché incarni una parte di pubblico verso il quale mi sento, da ricercatore, responsabile.
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Da appassionato e professionista concordo su tutto. Hai colto un problema che riguarda anche noi architetti. Improvvisazione e cifre autoreferenziali senza “cura” per quello che si sta allestendo né interesse per il pubblico a cui una “mostra” qualcosa dovrebbe mostrare! Sull’inclusione (uno dei capisaldi del codice del 2004) siamo imbarazzanti, e spesso sento colleghi minimizzare. L’accessibilità come ben dici non è solo motoria, ma visiva, uditiva e cognitiva: non ne vedo traccia in Fidia. Infine mi chiedo il senso di affidare (spero con gara) un catalogo a Erma. Una strategia commerciale demenziale. Inoltre mi sembra che i cataloghi vengano stampati quasi tutti in ritardo, tipo quello di civis civitas…, dove oltre al minicatalogo più caro della storia, avrebbe dovuto esserci un catalogone mai uscito, anche se presente nel sito Erma….In quella di Domiziano stavano facendo le foto a mostra già aperta…imbarazzante 🤣 e come dicevi con soldi pubblici.
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Leggevo che c’è un finanziamento Bulgari, perché questa è l’epoca dei nuovi magnati della cultura, i fashion brands. Tuttavia, resta il fatto i soliti noti producono prodotti utili alla loro carriera ignorando totalmente il mondo dei fruitori. Come se aver fatto uscire – come si legge sui comunicati stampa – alcuni frammenti dai più importanti musei del mondo debba farci eccitare. Se non ce li raccontate, se non ci fate emozionare insieme a voi, che senso ha? Mi chiedo.
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Grazie per aver sollevato il problema degli anziani e della enorme fatica di stare sempre in piedi in musei e mostre: esiste una condizione che non è quella della disabilità e della sedia a rotelle che viene completamente ignorata da tutti: musei, mostre, percorsi di città’ d’arte. Servono le “panchine”, non è difficile!
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Cara Carla, grazie del messaggio. Ad ogni mostra riscontro sempre lo stesso disagio, e dire che sono una quarantenne abituata a stare in piedi tante ore. Ma per esempio, quando ero incinta, l’idea di visitare una mostra mi metteva in difficoltà proprio per la paura di non sapere dove sedermi. Mi domando, ogni singola volta, quale pubblico ideale abbiano esattamente in mente i signori e le signore che progettano gli allestimenti. L’unica risposta che mi sovviene è : persone che non hanno mai frequentato una mostra dalla parte del pubblico, non ci hanno mai portato una mamma o una nonna anziana, non sono mai state col pancione e non hanno a cuore il sentimento della comunità. Ma non voglio essere pessimista, mi piace pensare che prima o poi qualcosa cambierà, in meglio. Un caro saluto!
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