Se hai già esplorato il Parco inaugurato nel 2024 sul colle Celio, l’avrai vista, quasi al confine del giardino. Se invece non hai ancora saggiato il Museo della Forma Urbis e non hai ancora visitato il “giardino di marmo”, allora questo post forse ti invoglierà a farlo. Buona lettura !
Due tombe, due nomi, due storie: una
Prendo spunto dal sopralluogo fatto tempo fa al rinnovato Parco del Celio e al Museo della Forma Urbis (ve ne ho parlato qui), per condividere con te un focus su due manufatti architettonici interessanti in quanto piuttosto antichi e davvero speciali.
Mi riferisco ai due sepolcri, o meglio, a quel che resta di essi, che oggi puoi trovare nell’area più interna del Parco, inoltrandoti sul sentiero che costeggia i reperti marmorei e giunge quasi ai limiti dell’area verde: devi solo camminare andando in direzione del Colosseo.

Le vedrai, sono due grandi “scatole” in opera quadrata, ciascuna corredata da un’epigrafe, una su apposita tabula in travertino, l’altra incisa direttamente sui blocchi di tufo. A sinistra si legge il nome di Servius Sulpicius Galba, mentre l’altra è di Quintus Terentilius Rufus.
Ciascun sepolcro racconta una storia sul suo antico proprietario e sulla sua provenienza, ma il nome non sempre è sinonimo di identità certa. Leggi oltre e capirai che cosa sappiamo dei due personaggi e che cosa possiamo ricostruire dell’aspetto delle due monumentali sepolture della tarda età repubblicana.
Partiamo però da un dato fondamentale: queste tombe non sono state concepite qui sul Celio: ci sono arrivate.
Smontare e ricomporre, per tutelare
Questa è la prima notizia da memorizzare: queste due tombe sono state trasferite al Celio alla fine dell’Ottocento, allo scopo di tutelarne la memoria.
La de-localizzazione di un monumento antico è una prassi operativa in uso da tempo in Italia. Si è cominciato appunto nel periodo post unitario. Durante il periodo Fascista, poi, sì è spesso fatto ricorso a questa soluzione, talvolta a scopo di tutela, o anche per necessità diverse, come nel caso della ex chiesa di Santa Rita da Cascia presso il Campidoglio, spostata presso piazza Campitelli per fare spazio alle demolizioni e alla costruzione della via del Mare, oggi in parte coincidente con via Petroselli.
Altro caso noto : la Vignola Boccapaduli presso l’incrocio con via di San Gregorio (te ne ho parlato qui sul blog), rimontata nella posizione attuale intorno agli anni 10 del Novecento.

La scoperta del sepolcro di Servio Sulpicio Galba
Testaccio, dicembre 1885. Sono in corso i lavori per lo scavo del “collettore sinistro del Tevere”, che attraversa il rione. L’operazione è necessaria per impiantare quello che diventerà il rinomato quartiere ad ovest del fiume.
All’epoca degli scavi, l’area era dominata da orti e vigne, secondo un modello di trasformazione diffuso in tutta la città a partire dall’età medievale e per tutta l’età moderna, fino, appunto, al periodo post unitario.
Anticamente, l’area a ovest dell’Aventino era densamente occupata da Horrea, termine latino che indica grandi edifici per la conservazione delle derrate. Bene, scavando lungo l’attuale via Giovanni Branca una trincea larga quasi 8 metri, alla profondità di 1,80 metri dal piano di calpestio dell’epoca, si intercetta un angolo del sepolcro di Sulpicio Galba.

Perle dai documenti d’archivio
Grazie allo studio di Laura Ferrea, edito nel 1998 sul Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma (dettagli in fondo al post), possiamo apprendere tutti i dettagli dell’operazione di smontaggio del sepolcro di Sulpicio Galba.
A quanto pare fu la stessa ditta incaricata di condurre lo scavo del collettore ad essere anche ingaggiata per lo smontaggio del sepolcro, giacché si trovava nel bel mezzo del tracciato. Fu Rodolfo Lanciani, all’epoca direttore della Commissione di Antichità e Belle Arti, a curare l’operazione.
Nei resoconti di spesa si legge che la ditta fu pagata per aver rimosso 41 pezzi di tufo, fra grandi e piccoli, relativi allo spigolo e alla facciata della tomba. Tali elementi furono poi allocati nel “Magazzino dei Selci” che, come ricostruisce Ferrea, si trovava in via Galvani, sempre a Testaccio.
Allargando la trincea vien fuori la statua
La cronaca prosegue con la documentazione di un ampliamento della trincea di scavo richiesto da Lanciani nel 1886 per comprendere meglio la situazione e per consentire le operazioni di smontaggio.
Due sono le evidenze rilevanti. La prima è l’esistenza di un muro in “scheggioni di tufo” costruito attorno al sepolcro nell’antichità, per proteggerlo dalla crescita del quartiere circostante. Un po’ come accadde all’Ara Pacis nel secondo secolo, quando fu delimitata da un muro per proteggerla dall’incremento del livello del suolo.

La seconda evidenza rilevante è una statua. Esatto, una statua. Accanto al monumento furono trovati gli elementi di una statua seduta realizzata in più blocchi di travertino. Furono scattate delle fotografie al momento del ritrovamento, ma, come sottolinea Ferrea, non sono mai saltate fuori da nessuno degli archivi che avrebbero potuto conservarle.
Sebbene manchi la parte superiore della scultura, si intuisce che il personaggio rappresentato è seduto, indossa una toga exigua e, in sintesi, si atteggia alla maniera greca, secondo una precisa attitudine culturale e psicologica che si diffonde nella società romana a partire dal secondo secolo avanti Cristo, frutto dell’inevitabile infatuazione per quella luxuria asiatica – come la definisce Paul Zanker – risultato del contatto con l’oriente ellenistico all’epoca della conquista romana del Mediterraneo.

Per i romani, le elites, e a seguire anche la classe media, è un vero terremoto culturale. Si pianificano nuove residenze, si decodifica un nuovo sistema di valori alternativo al Mos Maiorum e, in definitiva, si finisce per rifugiarsi nelle proprie splendide case, vestendosi da greci, parlando greco, e chissà che cosa altro, come un greco.
Dagli Scipioni in poi, come greci a Roma.
L’importanza della scoperta della tomba di Sulpicio Galba, più che nella composizione strutturale, sta nel suo valore simbolico e culturale in relazione all’epoca in cui fu concepita.
La struttura, di per sé, è quasi completamente persa e anzi, secondo lo studio di Ferrea, confrontando i disegni antecedenti e posteriori alla smontaggio, sembra che siano stati assemblati pezzi non pertinenti.
Si può però affermare che la tomba aveva una parte superiore, configurata a naiskos, cioè a “tempietto”, con una forma che nel mondo romano somiglia più a una edicola. Dovete immaginare, quindi, il blocco cubico con epigrafe e fasci come un podio monumentale a sostegno della parte architettonica più rilevante, ossia l’edicola con l’immagine del defunto.

E qui recuperiamo la statua, trovata accanto alla tomba al momento della scoperta, poi persa di vista per lungo tempo e infine identificata, dalla stessa Ferrea, tra i reperti sistemati – e per decenni abbandonati – nell’Orto Botanico al Celio.
Proviamo quindi a ricostruirla mentalmente : in basso, un grande basamento con il nome del defunto. Il alto una grande edicola, forse con colonne e timpano, con al centro la statua di Sulpicio Galba seduto, raffigurato alla maniera greca.
Erano stati gli Scipioni, a partire dal terzo secolo a.C., con la loro tomba familiare sulla via Appia, a manifestare apertamente la propria ellenizzazione. Il sarcofago di Scipione Barbato, console nel 298 a.C., rappresentava all’epoca tale intraprendente apertura, con il suo fregio a metope e triglifi, elementi decorativi di chiara matrice ellenica. Ma d’altronde Roma era stata fondata al tempo dell’ondata colonizzatrice greca e greci ne erano i suoi primi residenti, mescolati con altre etnie.

Perché la tomba di Sulpicio Galba è rara?
Per quanto di “autentico” ci sia ben poco in questa tomba, per il fatto che è stata smontata e rimontata, usando per altro pezzi non pertinenti, salda resta la convinzione che rappresenti un esempio quasi unico di quella particolare temperie culturale tipica della tarda repubblica, che tra le altre manifestazioni annoverava la costruzione di monumenti funerari individuali, superando il concetto di tomba familiare.
Ad affascinare il romano, e specialmente il politico, è il “culto della personalità” che dal II secolo a.C. comincia ad assumere un ruolo fondamentale nella cultura e nella società del tempo, traducendosi, quindi, nella celebrazione individuale attraverso opere pubbliche e tombe monumentali lungo le principali vie, perfino in città. Questa tendenza raggiungerà il culmine al tempo di Cesare e Pompeo e sarà poi in parte ridimensionata in età augustea.
E non è finita, perché è stato smontato e rimontato di nuovo
Ancora dalle pagine della Ferrea apprendiamo che la sistemazione attuale del sepolcro è solo l’ultima di una lunga serie.
Intanto, smontato dal Testaccio, il sepolcro fu rimontato all’esterno del vecchio Antiquarium comunale inaugurato nel 1894. Poi, per i lavori di ampliamento dell’edificio condotti durante il Governatorato, fu sistemato in evidenza nella sala 1 del rinnovato Antiquarium.

In seguito, i lavori per l’ampliamento della via dei Trionfi (San Gregorio), e il cedimento di una parte della collina del Celio resero necessaria la chiusura dell’Antiquarium e ad oggi aspetta ancora una riqualificazione: la sua storia la trovate qui.
Il monumento di Sulpicio Galba fu allora nuovamente smontato e i blocchi depositati al Campidoglio in attesa di una ricollocazione. In anni recenti, il progetto di restauro della Casina Salvi – costruita nel 1835 per servire da Coffe House sul modello dell Casina Valdier – , oggi allestita a Sala studio e rinnovata Coffee House, ha previsto una serie lavori di sistemazione dell’area, con scavi archeologici nell’area antistante la Casina. A questo punto della storia il sepolcro di Servio Sulpicio Galba è stato definitivamente rimontato dove lo vediamo oggi.

Chi era Servio Sulpicio Galba?
Per un periodo c’è stata una controversia sull’identificazione del personaggio, perché padre e figlio si chiamavano allo stesso modo e il primo fu console nel 144 a.C., mentre il secondo nel 108 a.C.
L’iscrizione dice così:
SER(vius) SULPICIUS S(ervi) F(filius)
GALBA CO(n)SUL
PED(ibus) QUAD(ratum) XXX
Oggi si tende a credere che la tomba sia quella del padre, specie perché guardando la Forma Urbis Marmorea – precisa Ferrea – si legge chiaramente come la tomba sia preesistente a tutta la distribuzione di edifici attorno.


Ciò è segno non solo della anteriorità del sepolcro, ma anche del vincolo piuttosto rigido imposto dall’estensione dell’area funeraria dichiarata nell’epigrafe. Rispettato ancora al tempo dei Severi all’inizio del terzo secolo d.C.
Galba era un membro della ricca e potente famiglia dei Sulpici Galbae; in seguito proprio alle spalle del sepolcro sarebbero sorti gli Horrea Sulpicia usati ancora in età imperiale come Horrea Galbana.

Forma Urbis Romae (da Ferrea 1998, fig.4)
E dell’altro sepolcro che cosa sappiamo?
In tal caso poco o niente. Il nome è leggibile : Quinto Terentilio Rufo. La sua tomba fu trovata presso la necropoli Salaria in occasione degli scavi per le sistemazioni ottocentesche dell’area.


Il personaggio non è noto, così come il modello architettonico del suo sepolcro in opera quadrata di tufo non è certo: forse un sepolcro a dado, forse parte di un recinto funerario, dove la struttura che vediamo oggi era collocata al centro di un muro di delimitazione.
Due nomi, due persone, due storie diverse, oggi riunite al Celio, all’ombra del Tempio al Divo Claudio.
Risorsa bibliografica
Questo articolo si fonda sull’analisi archeologica di Laura Ferrea 1998. L’articolo è scaricabile dal sito JSTOR per gli account accademici e scolastici, mentre per gli altri è leggibile on line previa registrazione. Ecco il riferimento :
Laura Ferrea, Il monumento funerario del console “Ser. Sulpicius Galba”, Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, 99 (1998), pp. 51-72.
Grazie per avermi seguita fin qui: fammi sapere se andrai a “trovare” Sulpicio Galba e Terentilio e se ne conoscevi la storia.
A presto – Valeria
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