Alle porte del centro città, a breve distanza dal Circo Massimo, in posizione isolata all’incrocio di Piazzale di Porta Capena, si staglia l’architettura dal sapore rinascimentale del Casino Vignola Boccapaduli. Attualmente è oggetto di un progetto di valorizzazione (e ne vedrete delle belle), ma la sua storia è di quelle contorte e ho pensato potesse essere utile riassumerla in questo post, con tanto di risorsa bibliografica scaricabile in fondo all’articolo. Buona lettura!
Dall’altra parte della strada
Se oggi la “Vignola” la vediamo ai piedi del colle Celio, dobbiamo sapere che è un fatto recente. Molto recente. L’attuale edificio, infatti, è il prodotto di un’operazione piuttosto invasiva di smontaggio e ricostruzione: in altre parole è stata ricreata attraverso un restauro integrativo che ne ha letteralmente inventato alcune parti. Ciò accadeva nel Ventennio, ci torneremo dopo.
In origine, la Vignola sorgeva al margine orientale della vigna in proprietà Boccapaduli, come riportato nella pianta di Nolli del 1748. Se osservate bene l’immagine, si nota un rettangolo, campito di nero, che corrisponde appunto all’ingombro della Vignola. Era, quindi, affacciata sulla strada maestra – oggi vagamente ricalcata dall’arteria di dimensioni autostradali Viale delle Terme di Caracalla; di fronte c’era una piazzetta, dominata da una croce. Poco oltre, a sud, la gigantesca mole delle Terme di Caracalla.

casino Vignola Boccapaduli sulla pianta di GB. Nolli del 1748 (puntino blu, da E.Pieragostini, Thomas Jones et le Casino Vignola Boccapaduli au 18e siècle, 2022 (qui il link alla fonte).
La stessa presenza è documentata anche nelle vedute precedenti, ad esempio quella di Giovambattista Falda, del 1676, che non essendo ancora una pianta geodetica, come quella di Nolli, ce ne restituisce, in scorcio, anche l’elevato: si trova a sinistra nell’immagine. Grazie a questa veduta possiamo affermare che la forma della Vignola è già simile a quella che abbiamo documentata dalle fonti fotografiche antecedenti alla sua demolizione. Si tratta di un casino, situato sul confine della vigna di pertinenza, costituito da una loggia ad arcate al piano inferiore e un volume chiuso interrotto da piccole finestre, al piano superiore.

La Vignola, quindi, era accanto alle Terme di Caracalla. Oggi invece si trova dalla parte opposta.
La Passeggiata Archeologica: 1887-1917
Se conosciamo la storia del casino Vignola Boccapaduli, è soprattutto grazie alle vicende documentate dagli incartamenti prodotti al tempo della Passeggiata Archeologica, un progetto ideato a partire dal 1887 che aveva lo scopo di allestire una area a verde, nel quadrante meridionale della città, riproducendo una vocazione già profondamente radicata nel passato, quando lungo la via Appia – qui nel suo tratto iniziale, il primo miglio – si estendeva il “disabitato”. Una sintesi dettagliata dei fatti è stata scritta dall’archeologa Valeria Capobianco nell’ambito del progetto sul Primo Miglio della via Appia coordinato dall’università di Roma Tre nel 2010 e pubblicato in un volume divenuto ormai introvabile e prezioso. In fondo al post trovate l’articolo scaricabile.

La realizzazione della Passeggiata Archeologica – lo dice il nome – doveva soddisfare due condizioni: poter passeggiare lungo viali alberati e poter ammirare ruderi del passato. L’iter procedurale per attuare il progetto e, a monte, per mettere a fuoco quante e quali rovine lasciare, come sistemarle e come gestire le aree a verde, è stato lento, complicato, farraginoso. Il disaccordo tra le parti dovuto a malcelati interessi speculativi, le lungaggini degli espropri dovute alle cause giudiziarie intentate dai proprietari dei terreni, sono solo alcune delle difficoltà incontrate dalla commissione incaricata di potare avanti il progetto, in una città in cui le furie edilizie si erano scatenate all’indomani del Piano Regolatore del 1883, buttando giù ruderi, facendo spazio, con l’obiettivo di costruire case, ministeri e infrastrutture per la nuova Capitale d’Italia. Nel minor tempo e con il maggior profitto possibile.
Riassumendo all’osso la vicenda, la squadra di esperti nominata inizialmente, che comprendeva l’archeologo Giacomo Boni – che di lì a breve avrebbe cominciato i fortunati scavi al Foro Romano – cambiò dopo poco. Tra le ragioni, le visioni incompatibili sul progetto, opposte concezioni del valore di rudere, il tempo esiguo per poter condurre indagini realmente conoscitive (il cruccio di Boni), la destinazione dei fondi – comunque pochi per l’operazione da compiere -, tutte motivazioni che, per una persona meticolosa come Boni, furono insostenibili al punto che nel 1910 rassegnò le dimissioni. E subentrò Rodolfo Lanciani, più efficiente, risolutivo, fattivo e, talvolta, sbrigativo.
La Passeggiata Archeologica, che da progetto doveva essere inaugurata nel 1911, fu inaugurata nel 1917, in pieno primo conflitto mondiale. Ma nemmeno venti anni dopo, a partire dal 1934, il cantiere per l’apertura della Via Imperiale, oggi via Cristoforo Colombo, avrebbe avviato l’inarrestabile processo di disgregazione dell’originario allestimento, ora solcato dalla nuova arteria urbana inaugurata nel 1939.
Demolire la Vignola
Sui complicati passaggi di questa tormentata vicenda, vi lascio alla lettura dell’articolo di Valeria Capobianco, che ho caricato in fondo alla pagina. Ora vorrei invece portare la vostra attenzione sui muri, sulle storie che le strutture della Vignola, documentati dalla fotografia storica, ci raccontano ancora.
La prima considerazione da fare è questa: la Vignola doveva essere demolita. Pur essendo un casino cinquecentesco, al momento dell’avvio del progetto della Passeggiata Archeologica, si decise di privilegiare i ruderi del solo periodo romano e per giunta dotati di una certa evidenza – ad esempio le Terme di Caracalla – mentre rovine stratificate come la torretta medievale sopra Porta Capena, oppure la Vignola, in quel momento adibita a opificio e del tutto trasformata rispetto alla costruzione originaria, non meritavano di sopravvivere. Anche per questo Giacomo Boni si dimise dall’incarico e dall’opinione pubblica si levò una voce critica e insoddisfatta per l’operato della commissione.
Così, Valeria Capobianco, descrive la situazione :
L’opinione pubblica chiedeva anche la conservazione di quei resti ritenuti antichi e inglobati in edifici moderni, come quelli annessi all’osteria di Porta Capena alle pendici del Celio, la cosiddetta torre del Povero Diavolo con il rudere adiacente ai piedi di S. Balbina, identificati come resti delle mura serviane e di un acquedotto, o le altri torri medievali sorte nel quartiere costituitosi sui ruderi della curva del Circo Massimo. Alla stampa si associò un ampio movimento di critica da parte di studiosi e associazioni che contestavano le modalità di sistemazione dell’area, basate su un progetto aprioristico che non teneva conto degli eventuali rinvenimenti archeologici, né delle testimonianze esistenti.
Le associazioni artistiche, tecniche, storiche, archeologiche di Roma, riunitesi in assemblea nel febbraio del 1910, votarono una mozione per proporre un piano rispettoso della morfologia e dell’aspetto paesaggistico dell’area, l’esclusione del traffico dalla zona e l’ampliamento della commissione con persone dalle competenze specifiche.
Viceversa il progetto previsto e poi attuato comportò il livellamento della zona per la costruzione del viale centrale e la scomparsa dell’alberata di olmi lungo via di Porta san Sebastiano, il parziale abbattimento degli alberi al semenzaio comunale, le demolizioni davanti alla chiesa di S. Sisto Vecchio e la realizzazione di un ampio piazzale al bivio delle vie Latina e Appia.
Spostare la Vignola per non demolirla
Mentre l’opinione pubblica si indignava, facendo pressione affinché si usasse un diverso approccio ai ruderi del passato, come anche al carattere del paesaggio urbano, il quartiere della Moletta fu demolito rapidamente. Sparirono capannoni, fabbriche, edifici di ogni epoca, al punto che nelle fotografie storiche sarebbe irriconoscibile, se non fosse per la mole delle Terme di Caracalla a far da guida allo sguardo.

Accogliendo le rimostranze, il progetto fu modificato e, come sarebbero state interrotte le demolizioni della torretta medievale sopra a Porta Capena, così il destino della Vignola ebbe una virata: sarebbe stata smontata e rimontata in un punto diverso, affinché non offuscasse la vista delle retrostanti Terme di Caracalla. Lo spostamento sarebbe avvenuto smontandola, o per meglio dire, demolendola e assemblando poi le varie componenti nella nuova posizione ai piedi del Celio, isolata, senza nulla intorno, purché non intralciasse la magnifica visione delle più dignitose Terme.
Il restauro integrativo di Pietro Guidi
Il casino Vignola Boccapaduli che vediamo oggi ai piedi del Celio è il prodotto del restauro integrativo condotto da Pietro Guidi. Al proposito, leggiamo ancora un estratto dell’articolo di Valeria Capobianco:
A più di un anno dalla demolizione, la ricostruzione della Vignola fu affidata all’architetto Pietro Guidi, che intraprese il lavoro sulla base di foto scattate prima dello smantellamento dell’edificio, essendo andati perduti i rilievi eseguiti nel 1909.
L’architetto, d’accordo con la commissione, decise di intraprendere un restauro integrativo, ricomponendo gli elementi smontati, sostituendo quelli andati persi durante i lavori di demolizione e aggiungendo alcune decorazioni inesistenti nell’edificio originario, ma di cui «si aveva sicuro indizio del pensiero del suo primo autore». Per la presenza di dentelli sulla cornice fu aggiunto il fregio dorico e la casina, così abbellita, fu ricostruita all’esterno della passeggiata.
In questo caso, la visione affiancata delle fotografie scattate prima e dopo le demolizioni, illustrano molto meglio delle parole l’impatto dell’operazione.


Interrogativi finali
Al termine di questo breve racconto sulla vicenda del casino Vignola Boccapaduli, vi domando:
- eravate a conoscenza di questa vicenda? Sapevate dove si trovava in origine la Vignola?
- Che cosa ne pensate del manufatto che vediamo oggi: è autentico? Non lo è? Si tratta di una creazione a sé che non ha nulla a che fare con la Vignola Cinquecentesca?
- Avete mai riflettuto sul fatto che non tutti gli edifici che riteniamo essere nella loro posizione originaria, in realtà sono stati dislocati e non sempre c’è traccia di questa operazione? E che valora ha l’edificio se non è più situato laddove era stato originariamente pensato?
Personalmente, mi sono posta spesso queste domande durante le mie ricerche e non sono certa di aver trovato una risposta soddisfacente. Tuttavia, penso che conoscere queste e altre storie di manipolazione e dislocazione del patrimonio architettonico avvenute tra la fine Ottocento e la metà del Novecento possa aiutarci ad avere uno sguardo più consapevole verso i paesaggi urbani che attraversiamo o viviamo ogni giorno.
Il vero obiettivo, forse, è proprio quello di porci le domande giuste e poi cominciare a costruire le risposte.
Grazie per avermi seguita fin qui e vi aspetto nei commenti. A presto, Valeria
Risorse bibliografiche
V. Capobianco, La Zona Monumentale Riservata: storia di un paesaggio urbano, in D.Manacorda, R.Santangeli Valenzani (a cura di), Il primo miglio della via Appia a Roma, Atti della giornata di Studio, Roma – Museo Nazionale Romano, 16 giugno 2009, Roma 2010, pp. 11-21.
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Molto interessante, come sempre, grazie mille Valeria, per stimolare uno scmbio di idee. L’operazione di smontaggio e rimontaggio, con l’aggiunta di decorazioni inesistenti e il cambiamento di posizione, trasforma la Vignola in un’edificio che non ha più alcuna connessione con il contesto per cui era stato concepito, perdendo così la sua funzione simbolica e storica. Il restauro, pur essendo una tecnica di conservazione, diventa in questo caso una sorta di falsificazione, che distorce la memoria storica e la comprensione del passato. La Vignola, così come altri edifici ricostruiti o spostati, non rappresenta più la realtà originaria, ma una creazione moderna che risponde a esigenze estetiche e politiche del periodo. A mio parere, se il patrimonio architettonico viene smontato, ricostruito e trasferito, come nel caso della Vignola, il significato originale dell’edificio viene annullato, lasciando il posto a un simulacro che non ha più alcuna relazione con il contesto storico e culturale in cui è nato. Pertanto, non si può considerare autentico un edificio che ha perso la sua integrità storica e spaziale, trasformandosi in un’opera di pura invenzione.
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Grazie per la tua riflessione ☺️
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