L’archeologa Maria Barosso (Torino 1879-Roma 1960), allieva di Giacomo Boni e prima funzionaria della Direzione Generale di Antichità e Belle Arti, era pressoché sconosciuta fino a quando l’equipe di ricerca guidata da Domenico Palombi non ne ha fatto un tema della narrazione storico-archeologica contemporanea, riportandola all’attenzione del pubblico. Con la community, e il prezioso supporto scientifico dell’archeologo Andrea Grazian, co-curatore, abbiamo esplorato la mostra monografica allestita al museo della Centrale Montemartini. Ne parliamo in questo post!
Una donna dal cranio perfetto al Foro Romano
Se dovessimo riassumere in una immagine il senso e l’importanza di Maria Barosso nella ricerca archeologica romana del Novecento, forse potremmo servirci di questa: una donna minuta, in completo gonna e doppiopetto, armata di carta, matita, metro e acquarelli, in piedi davanti alla Basilica di Massenzio.
Nata a Torino nel 1879, giunge a Roma nel 1905 per collaborare con Giacomo Boni agli scavi al Foro Romano. Della sua biografia non si sapeva granché e neppure i suoi ritratti fotografici erano così diffusi, al punto che per allestire la mostra i curatori hanno pensato di recuperare l’immagine apposta sulla sua lapide sepolcrale al Verano, in attesa di poter utilizzare una fotografia recuperata da conoscenze emerse in corso d’opera. Pare che Boni, prima di assumerla, le abbia chiesto un colloquio, durante il quale, tra le varie, le avrebbe misurato il cranio istituendo poi un paragone tra lei e la dinastia Iulia, la famiglia di Giulio Cesare. Ciò per dire che pure Boni è un personaggio del quale parliamo tanto, ma di cui non conosciamo fino in fondo le stranezze.

Resta il fatto che Maria Barosso, poco più che trentenne, comincia a lavorare agli scavi archeologici da poco intrapresi da Boni al Foro Romano. Ricordiamo che Giacomo Boni è una figura cruciale nello sviluppo dell’archeologia stratigrafica, avendo ideato e diffuso la teoria e la pressi del metodo stratigrafico in un’epoca in cui, in Italia e specialmente a Roma, si sterrava senza troppo pensare al valore storico della stratificazione terrosa. Maria Barosso, quindi, si trova a lavorare al fianco di un visionario, di un investigatore del terreno capace di unire una particolare sensibilità storica ad un rigoroso metodo di documentazione. E la Barosso non fu da meno: ne sono testimonianza le sue decine e decine di restituzioni grafiche e pittoriche del paesaggio urbano di Roma in corso di trasformazione.
Archeologa, pittrice, incisora
Si dirà incisora? Chissà, ma è quel che Maria Barosso fu, tra le altre sue funzioni. Nel corso della sua carriera nell’ambito dell’archeologia romana, fu senz’altro archeologa sul campo, con una particolare vena artistica, messa a frutto tanto nella documentazione grafica tecnica, molto preziosa sugli scavi archeologici, quanto nella restituzione artistica ad acquarello e con incisioni, di quanto riusciva ad imprimere nei propri occhi. Sorprende constatare quanto ricca sia la sua produzione grafica, quasi che ad averla prodotta siano state tre donne in una. Eppure, a quei tempi, era così. Questi archeologi del primo Novecento erano talmente rapidi e capaci di cogliere i dettagli, da produrre centinaia di opere, libri, articoli, mostre e tanto altro, nel volgere di pochi decenni. L’impressione è che tutto il mondo, dopo il 1870, era in preda ad una corsa in avanti, di cui vediamo gli esiti, spesso tragici, distruttivi e violenti, propri negli acquerelli della Barosso.

Normalmente si pensa sempre a Ettore Roesler Franz quando si rievoca la Roma Sparita, la Roma devastata dal piccone post unitario e poi fascista. Ma d’ora in poi, accanto al suo nome, possiamo annoverare anche quello di Maria Barosso, valida e affascinante controparte femminile della narrazione di una Roma in via di disfacimento e distruzione, vista, per altro, con gli occhi di una archeologa attivamente impegnata nelle indagini sul campo. Due ottiche, quindi, assolutamente complementari.
Barosso scopre gli Horrea Piperataria
Se per caso il suo nome di Maria Barosso vi risuona, ma ancora non avete visto la mostra alla Centrale Montempartini, forse è perché avrete letto o ascoltato la storia della scoperta degli Horrea Piperataria al Foro Romano. Con la community Muri per tutti abbiamo fatto un sopralluogo alla nuova area archeologica con animazione multimediale dedicata al magazzino per le spezie costruito in età Flavia ai margini del Foro Romano, presso la Velia, nel punto dove poi sarebbe sorta la Basilica di Massenzio, che, di fatto, li ha distrutti e cancellati (ne ho parlato qui sul blog e qui su Giano News).

Maria Barosso condusse le indagini insieme a Giacomo Boni e fu lei a scoprire quei magazzini così importanti e a documentarli. Il momento, tuttavia, non era ideale e la scoperta, per quanto importante, passò in secondo piano rispetto ai piani del Duce. La Basilica di Massenzio, che sovrastava i precedenti Horrea domizianei, aveva la precedenza, in quanto doveva essere ripristinata nella sua funzione di aula pubblica per usi culturali. Inoltre, la tangenza con il cantiere di Via dei Fori Imperiali, che doveva essere inaugurata nel 1932, impose la copertura del cantiere, attraverso una soletta di cemento, di cui ancora vediamo le tracce nel percorso multimediale da poco inaugurato al Foro Romano. Ecco, quindi, che la “ragion di Stato” pose in secondo piano la scoperta di Maria Barosso.


Sulle orme di Maria Barosso
E qui entra in campo l’equipe di ricerca della Sapienza Università di Roma guidata da Domenico Palombi, docente di Archeologia Classica ed esperto della topografia e della storia urbana di Roma e anche delle personalità di studiosi e archeologi che, nei secoli, ne hanno delineato lo sviluppo. La sua spiccata sensibilità verso la conoscenza storico-archeologica, unita al rigore documentario, hanno riportato in luce non solo la storia degli Horrea Piperataria, ma anche la vicenda umana di Maria Barosso, che oggi, quindi, grazie all’intuizione di Palombi e del suo team, possiamo conoscere e approfondire sia in situ sia in Museo.
Così è nata l’idea della mostra alla Centrale Montemartini. Dal racconto dell’archeologo del team di ricerca Andrea Grazian, infatti, abbiamo compreso come, durante le indagini al Foro Romano, sembrava di aver scovato un vaso di Pandora che, una volta aperto, aveva scatenato la furia di andare sempre più a fondo. Allora, l’equipe di ricerca ha cominciato a battere archivi, depositi, pubblicazioni, ha contattato privati in possesso delle sue opere, ha dato vita, insomma, ad una vera e propria indagine globale. E tale ricerca è ancora in corso e tante altre sorprese riserverà ai ricercatori, questo è certo. E mentre lo studio procede, si è pensato di allestire una mostra monografica alla Centrale Montemartini, proprio con l’obiettivo di cominciare a dare forma alla documentazione, dare un senso ai dati raccolti, avviando, così, una riflessione, fondata su una ricca e variegata serie di documenti utili a tracciare il profilo biografico e professionale di Maria Barosso. A questo, d’altronde, dovrebbero servire le mostre: non ad intrattenere, non a divertire (e basta), ma ad avviare una riflessione, con il pubblico degli specialisti e degli appassionati.
La mostra alla Centrale Montemartini
Inaugurata lo scorso ottobre, e allestita fino al 22 febbraio 2026 – ma confidiamo in una proroga – la mostra monografica dedicata a Maria Barosso è stata allestita al Museo della Centrale Montemartini dalla squadra composta da Angela Maria D’Amelio, Maurizio Ficari, Manuela Gianandrea, Ilaria Miarelli Mariani e Domenico Palombi, con la collaborazione di Andrea Grazian ed Eleonora Tosti.
Lo scopo di questo articolo non è svelarvi i contenuti della mostra ma invitarvi ad andare a vederla, tanto più che è gratuita per i possessori della MIC card. Lo scopo di questo articolo, semmai, è di incuriosirvi sulla carriera di Maria Barosso, di comunicarvi il valore assoluto della documentazione esposta e l’insostituibile pregio della conoscenza diretta attraverso l’esperienza personale.

Per quanto riguarda l’allestimento, l’idea è quella di raccontare in parallelo la “piccola” storia di Maria Barosso parallelamente alla “grande” storia di Roma nel Ventennio. Il pavimento decorato con un pattern che rievoca i sampietrini vuole portare il visitatore nel mezzo degli stretti vicoli di Roma, dove ora qui ora lì compare un frammento del paesaggio urbano, raffigurato in un acquarello della Barosso, oppure materializzato in un reperto tirato fuori dai magazzini.
Catturerà la vostra attenzione uno dei leoni in ceramica dipinta di Luca della Robbia originariamente posto a decorare il cinquecentesco palazzo Silvestri-Rivaldi lungo l’attuale via dei Fori Imperiali. L’opera fa parte di una serie di tondi decorativi con imprese medicee, cioè simboli araldici della famiglia Medici, conservati al Museo di Roma, dove giunsero nel 1957 dal Museo Artistico Industriale. Le opere decoravano probabilmente un ninfeo nel giardino del palazzo del Cardinal Alessandro De’ Medici, futuro papa Leone XI. Il complesso fu demolito intorno al 1933 in occasione dell’apertura di via dell’Impero.


Impressionanti, per la perizia grafica e il dettaglio della rappresentazione stratigrafica del deposito archeologico, sono i disegni della Colonna Traiana, tra i primi che la giovane Barosso ha tracciato. Non solo solo semplici raffigurazioni della colonna, ma vere e proprie anatomie grafiche del manufatto, osservato in chiave documentaria. Fu sempre Boni a scavare per la prima volta attorno alla Colonna, dopo la realizzazione dell’esedra napoleonica, portando in luce un antico tracciato viario e una serie di tabernae, che l’allestimento francese aveva coperto. Era la scoperta di una Roma antecedente a quella imperiale che ossessionava le autorità e che guidava ogni opera pubblica. Boni badava alla stratificazione e così faceva la sua allieva, raffigurando quindi la sequenza degli strati individuati, strada compresa.

Tra le storie più memorabili, la scoperta del Compitum Acilium, un sacello di età augustea costruito presso la Velia e spazzato via durante gli scavi per via dell’Impero insieme alla collina stessa. Il Compitum, come ci ha raccontato Andrea Grazian in mostra, era uno dei circa 300 attestati dalle fonti antiche. Ad oggi ne sono stati identificati solo tre. Di questo sacello, Maria Barosso ha eseguito il rilievo, la restituzione grafica e un acquerello dello stato di fatto al momento della scoperta. E in questa mostra si constata come per quanto sia “asettica” e fredda la rappresentazione grafica tecnica al tratto, sono decisamente drammatici, per tutta la potenza narrativa che portano con sé, gli acquerelli a colori.




I curatori, poi, hanno voluto ricostruire il contesto originario, riunendo nella stessa sala anche i frammenti architettonici superstiti dell’edificio, qui ricomposto per la prima volta. La passione con cui Andrea Grazian ci ha raccontato tutto il percorso che dall’età augustea ha ricondotto la memoria del Compitum Acilium alla Centrale Montemartini per la mostra ci ha dato immediata dimostrazione di quanto sia emozionante il mestiere dell’archeologo, specie quando si traduce nel ritessere i fili di storie apparentemente spezzati per sempre.


Strepitosi sono i suoi rilievi degli Horrea Agrippiana al Foro Romano, con l’indicazione delle tecniche costruttive riconosciute sulle strutture, oppure la documentazione grafica della facciata crollata della Basilica Emilia, poi rimontata durante i restauri novecenteschi. Da rimanere a bocca aperta a osservare quali originali così nitidi, così perfetti, così importanti ai fini della documentazione dell’archeologia praticata al Foro Romano tra le due guerre.

La mostra prosegue con il racconto sul lavoro della Barosso, sia a Roma che in Italia, sia come archeologa che come artista. L’allestimento comprende 137 opere, di cui circa 100 tra stampe, disegni, acquerelli e dipinti, oltre a una sezione di opere pittoriche, situata al piano superiore del museo (la sezione “verde” dedicata agli Horti), dedicata agli artisti attivi al tempo della Barosso, quali Mario Mafai, Eva Quagliotto e Tina Tommasini, allo stesso modo coinvolti in forme diverse della rappresentazione di Roma negli anni cruciali a cavallo tra le due guerre mondiali.
Una mostra al Parco dell’Appia antica
Per completare il quadro, citiamo anche la mostra Impressioni dal vero. La via Appia e la via Latina nei disegni di Maria Barosso, promossa dal Parco Archeologico dell’Appia antica presso la sede di Capo di Bove. Inaugurata il 15 novembre 2025 e aperta fino al 12 aprile 2026, la mostra curata da Santino Alessandro Cugno, Matteo Mazzalupi, Mara Pontisso e Ilaria Sgarbozza, approfondisce la storia di due contesti lungo la via Appia e la via Latina, grazie ai disegni di Maria Barosso. Leggiamo dal sito web del Parco dell’Appia antica:
Il titolo Impressioni dal vero riprende una formula che Barosso amava annotare nei suoi disegni per indicare un modo di lavorare “dal vero”, en plein air, che avvicina la precisione del rilievo alla vibrazione emotiva della pittura. Le sue tavole, spesso popolate dagli operai al lavoro, diventano così anche un racconto del mestiere dello scavo e della paziente ricostruzione del passato.
In attesa di un sopralluogo a questo altro allestimento, mi auguro di avervi incuriositi al punto da invogliarvi a pianificare un passaggio alla Centrale Montemartini e al Parco dell’Appia antica, per immergervi nella vita e nelle opere della prima funzionaria della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, archeologa rigorosa, pittrice di talento e voce limpida e determinata della storia di Roma, e dell’archeologia, del primo Novecento.
Fine
Desidero ringraziare ancora una volta il Dr. Andrea Grazian per il suo appassionato e circostanziato racconto della vita e dell’opera di Maria Barosso, augurando a lui a tutto il team di ricerca molte altre emozionanti scoperte. Ringrazio anche tutta la community presente all’esperienza partecipata, sapendo che ora siamo in tanti a custodire la memoria di Maria Barosso, pur consapevoli che le figure di archeologi attivi nel Ventennio non sono sempre facili da accogliere, specie quando implicati con il Fascismo – come d’altronde fu il caso dello stesso Giacomo Boni. L’unica strada da percorrere in questi casi è quella dello studio, per ampliare la conoscenza, allargare l’ottica e comprendere le circostanze storiche. Il giudizio lo lasciamo agli opinionisti.
Grazie a tutte le lettrici e i lettori di questo articolo e al prossimo post! – Valeria
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5 pensieri su “L’archeologa Maria Barosso, dal Foro Romano alla Centrale Montemartini”