Sabato 29 novembre la community “Muri per tutti” si è riunita a Palestrina per esplorare il santuario della Fortuna Primigenia e il foro dell’antica Praeneste. Ci siamo affidati alle pagine di due celebri volumi di Filippo Coarelli: I Santuari repubblicani del Lazio (La Nuova Italia Scientifica 1987) e Revixit Ars (Quasar 1996) e ne abbiamo esaminato le strutture murarie. In questo post troverete un racconto per immagini accompagnato da una sintesi storico-archeologica: le foto sono del nostro archeo-fotografo Giovanni Santi, i commenti di Valeria Di Cola.
Prima di tutto: ritrovarsi
Le esperienze partecipate “Muri per tutti” funzionano così: la community viene a sapere dai social e dalla Newsletter che c’è un evento in una determinata data e si presenta. Ultimamente ci siamo organizzati in una Associazione di Promozione Sociale (Muri per Tutti Aps) e quindi, grazie alla nostra preziosa Alessia D’Agostino, prendiamo le prenotazioni per portare (quasi sempre) il giusto numero di radioline. Ma resta vivo il principio che gli eventi sono lanciati sui social e la community, che non sempre si conosce, partecipa: avventuroso!

A Palestrina, una destinazione a 45 km a est di Roma, ci siamo ritrovati davanti al Museo, sulla cima del Santuario della Fortuna Primigenia. La prima immagine che ci ha accolti è stata questa: la terrazza più alta del Santuario, un sentiero dritto che sembra finire nel vuoto, ampio spazio ai lati, e laggiù, la vista sterminata verso l’orizzonte, verso Anzio e il mare. Con alcuni, ci siamo visti e conosciuti per la prima volta ed è stato particolarmente emozionante.
In Museo: il plastico del Santuario
Da qualche tempo il Museo di Palestrina si chiama Musei e Parchi archeologici di Praeneste e Gabii, ma per praticità continueremo qui a chiamarlo più semplicemente Museo di Palestrina o Museo Prenestino.

Al piano terra del Museo, che corrisponde al portico semicircolare che delimitava anticamente la cavea teatrale – oggi la scalinata per accedere al Museo – è sistemato il plastico del Santuario. Un plastico prezioso perché consente di avere una visione complessiva dell’articolato santuario prenestino. L’ideale è vederlo prima di andare a esplorare l’edificio, per poterne cogliere tutte le parti e le prospettive.
Già solo dal plastico ci si rende conto di quanto sia spettacolare e complessa l’architettura del Santuario e di quanto il fatto che sia uno dei primi impieghi su vasta scala dell’opera cementizia del mondo romano lo renda ancora più incredibilmente affascinante. Il Santuario di Praeneste, come gli altri santuari di età repubblicana del Lazio (Gabii, Fregellae, Tibur, Tarracina, Lanuvium, Nemus Aricinum/Nemi) costituisce un esempio fondamentale della traduzione alla maniera italica dei modelli architettonici a terrazze di matrice ellenistica, che i romani avevano visto ad esempio a Pergamo.

La traduzione italica significa che gli architetti e i muratori del II secolo a.C. hanno lavorato per portare sul suolo italico quell’idea orientale delle architetture monumentali distribuite su terrazze in appoggio ai rilievi naturali; per farlo si sono ingegnati nell’articolare la costruzione affinché sfruttasse in parte il banco geologico – e all’interno del Museo di Palestrina, così come in giro per il paese, si vede come la roccia calcarea affiori in più punti. I muratori, poi, hanno dato prova di saper costruire muri solidissimi con la nuova tecnica dell’opera cementizia, in circolazione da nemmeno circa un secolo e sperimentata tutto sommato non ancora su vastissima scala, a parte i ponti, gli edifici di Alba Fucens in Abruzzo (303 a.C.) e, se la ricostruzione è giusta, nella Porticus Aemilia del 193 a.C. (ne ho parlato qui). Per i santuari del Lazio la cronologia è fissata generalmente alla fine del II secolo a.C. e per questo rappresentano un momento di maturità dei costruttori e della cantieristica al punto che si è pronti per impiantare vertiginose architetture terrazzate quale manifestazione della rielaborazione dei modelli ellenistici. Poi ci penserà Silla, intorno agli anni 80 del I secolo a.C., a radere al suolo o far cadere in abbandono queste immani architetture (Palestrina compresa), nel caso in cui il corpo civico aveva osato schierarsi pro Mario.
Guardando il plastico, quindi, a partire dal basso si leggono:
- il basamento in opera poligonale, posto sopra al Foro (oggi piazza Regina Margherita), alle spalle della Basilica Civile. Da qui partono due ripide rampe a doppia percorrenza, una metà lastricata, l’altra no, forse, quindi, coperta;
- la terrazza degli emicicli, caratterizzata da un’ampia piattaforma divisa in due parti uguali dalla scalinata centrale di accesso. I due fronti però non sono identici, poiché a destra spiccava il monumento a tholos circolare costruito sopra al pozzo delle Sortes (poi ci torneremo), che poi è il nucleo più antico di tutto il santuario se è vero, come dice Coarelli, che la fondazione del pozzo risale al IV secolo a.C. Come se avessero costruito un intero santuario dedicato a Fortuna attorno ad una cavità naturalmente scavata nelle profondità del pendio calcareo dove già si svolgeva un rituale legato all’estrazione delle Sortes, successivamente monumentalizzata.

- la terrazza delle arcate cieche, la cui funzione è soprattutto strutturale e di sostruzione al piano superiore.
- la terrazza della cortina, elemento caratteristico dei santuari ellenistici. Su questa terrazza, forse usata a fini commerciali (non dimentichiamo la vendita di souvenir e ex voto per i fedeli, oltre a bevande e pietanze, immaginiamo), si affacciano portici e ambienti
- il teatro, composto dalla scalinata (cavea) e dal portico, corrispondente alla summa cavea

- Il tempio dedicato alla Fortuna Primigenia, a forma di tholos circolare, oggi perduto.


In Museo: il Mosaico nilotico e la pompè di Tolomeo Filadelfo

Dopo il plastico, la seconda tappa della visita è al Mosaico Nilotico, un manufatto straordinario, eccezionale, che abbiamo analizzato a partire dal testo di Filippo Coarelli intitolato La pompè di Tolomeo Filadelfo e il mosaico nilotico di Palestrina, contenuto nell’indimenticabile raccolta di saggi sull’ellenismo a Roma Revixit Ars (Quasar 1996) . Il saggio punta a collegare la storia dell’epigono di Alessandro Magno, raccontata da Ateneo nella trascrizione perduta del libro Perì Alexandreia di Callixeinos di Rodi. Si tratta di una manifestazione a metà tra il politico e il religioso, dove il re dava sfoggio di tutta la sua ricchezza, attraverso una complessa processione, dall’alto valore allegorico e simbolico, che, come dicono le fonti, era strutturata e finanziata dallo stato, in ogni sua parte. Non era, quindi, una semplice manifestazione spontanea e popolare, ma un preciso programma politico per inculcare nella popolazione la giustificazione del potere regale incarnato da Tolomeo. Il tutto si svolgeva in uno dei regni permeati di ellenismo, l’Egitto, intorno al III secolo a.C. e Coarelli istituisce un paragone tra Alessandria e Pergamo, per quanto riguarda lo svolgimento della pompè e le tappe che toccava via via, ultima delle quali, il palazzo regio e un edificio per il culto dinastico prossimo alla reggia.
Tale cerimonia era a un certo punto diventata di gran moda nei racconti orali e nelle varie traduzioni visuali, come ad esempio su pitture e mosaici. Il tema di Coarelli è: attraverso l’analisi interdisciplinare del testo di Ateneo-Callixeinos e il confronto del mosaico di Palestrina di chiara matrice alessandrina (Revixit, p. 103), si può comprendere meglio il senso e il rapporto tra Palestrina e la cultura ellenistica. Se già il Santuario non bastasse (lo vedremo al punto successivo). Il mosaico non ha a che fare con il Santuario, però, perché secondo Coarelli la parte inferiore del complesso di Praeneste, che comprende il Foro e la Basilica civile, avevano funzioni, appunto, civili, mentre il Santuario in quanto tale era quello a terrazze.
Il Mosaico in origine era infatti steso a pavimentare un’aula la cui parete di fondo a profilo semicircolare riproduceva un ninfeo, con nicchie e incrostazioni alle pareti. L’aula è attualmente visitabile con il biglietto del Santuario e, anzi, è oggetto di un rinnovato allestimento che spiega molto bene le varie fasi della storia monumentale dell’edificio. Che cosa c’entra l’Egitto però? Il collegamento è proprio Fortuna, assimilata a Iside, e proprio da Praeneste viene una dedica a Isithyche, ossia la divinità già assimilata.

Non si deve dimenticare, infatti, che presso il mosaico furono scoperti anche i frammenti di un obelisco egizio, che oltre a suggerire l’ipotesi di un complesso santuariale isiaco, racconta come gli italici di Praeneste fossero in contatto da tempo con l’Egitto e le sue tradizioni, tanto è vero che il culto di Fortuna Primigenia si diffuse presto nel Mediterraneo orientale – spiega Coarelli – probabilmente grazie ai movimenti dei mercanti italici: presso il santuario di Delo, dove si riunivano i mercanti di tutto il mondo antico a chiedere protezione, c’è un edificio dedicato da un abitante di Praeneste. Il mosaico si data, per stile e relazioni con le architetture del Foro e del Santuario, agli ultimi decenni del II secolo a.C. (Revixit, p. 121).
Il Mosaico rappresenta una veduta in prospettiva obliqua, da nord a sud, dell’Egitto (Revixit, p. 122): area mediterranea, Delta, cateratte e, in alto, le zone più selvagge della Nubia e dell’Etiopia abitata da fiere più o meno reali. Il momento ritratto è la piena del Nilo, con tanto di nilometro in azione, presso il margine sinistro della fascia inferiore, accanto al tempesto. Ricordiamo che il mosaico anticamente veniva guardato da sotto i piedi, essendo un pavimento. Tenetelo a mente, mentre riguardate la scena.


Nella scena che vediamo in dettaglio, tratta dal quadrante un basso a destra del mosaico, si osservano: un’insenatura, interpretata come il porto di Alessandria; a sinistra un grande edificio su colonne, agghindato da ghirlande, dal fronte del quale pende un grande tendaggio; si intravvedono oggetti (vasi, quadri) e un tavolo, un gruppo di soldati con gli scudi rotondi a terra; oltre l’insenatura, un altro edificio, sembra un tempesto, dal quale parte una processione. Coarelli cita al proposito il passo di Strabone, l’unico che ancora riporti la descrizione di Alessandria d’Egitto (Strab. XVII, 1, 9):
All’ingresso del Grande Porto, a destra, sono l’isola e la torre di Faro, dalla parte opposta di si trovano degli scogli e il promontorio di Lochiàs, su cui è situata una reggia. Per chi navighi all’interno, a sinistra è la reggia interna, che segue senza interruzioni a quella di Lochiàs, dotata di molti e svariati padiglioni e boschetti: sotto questi è il porto artificiale e nascosto, proprietà privata dei re… Al di sopra è il teatro.
A parte il riferimento ai “padiglioni e boschetti” – che fa subito venire in mente la reggia di Nerone chiaramente ispirata ai modelli ellenistici – Coarelli applica questa descrizione al mosaico, per cui vede: in alto a sinistra, la “reggia interna”, una villa con padiglioni e giardini chiusi da mura; la grande torre che si intravede a sinistra, dice Coarelli, potrebbe essere una sorta di osservatorio astronomico del tempo di Tolomeo IV Filopatore (un sovrano della dinastia dei Tolomei, che ha regnato dal 222 a.C. fino alla morte, n.d.r.). e Sempre nella foto di dettaglio potete vedere le aperture ad arcate sul bordo sinistro del molo: sarebbero i neoria, alloggiamenti per navi militari, come riporta Strabone, oltre alla corrispondenza con la rappresentazione di una nave militare e di una commerciale. È il Grande Porto. E allora quell’isolotto che si vede in basso a destra, con una grande palma, è l’isola di Faro, che Ovidio chiamava palmifera dice Coarelli.
C’è un problema: non c’è il faro vero e proprio: Coarelli lo risolve proponendo due soluzioni, una è che non fosse ancora stato costruito, l’altro è che sia rappresentato un modo semplificato. Questo permetterebbe di datare il modello del mosaico agli anni subito dopo il 280 a.C., al tempo del Filadelfo.

Seguendo la fascia più bassa della rappresentazione, a sinistra del grande edificio con il tendaggio, c’è quella Coarelli definisce una pergola arcuata, che interpreta come Canopo, poiché è ben corrispondente alla descrizione che, di nuovo, ne dà Strabone. La scena è meravigliosamente vivida: ci sono dei musici in azione, l’acqua che scorre, i fuori e una foto vegetazione ricopre l’incannicciata.

E a sinistra di Canopo, si scorge una imbarcazione nilotica da diporto, detta thalamegos, caratterizzata da una prora e una poppa fortemente rialzate e sopra i cacciatori intenti a scagliare dardi agli ippopotami. In realtà è una nave prestigiosa – guardate la cabina con quell’architettura a colonnine così raffinata – e infatti la usava pure il Filopatore, ma evidentemente, dice Coarelli, doveva essere usata anche per la caccia all’ippopotamo.
Proseguendo in senso bustrofedico, cioè a S verso destra, si vede un grande complesso con edifici imponenti, che Coarelli definisce un tipico tempio faraonico e lo attribuisce alla città di Memphis, seconda grande città della Valle del Nilo in età Tolemaica. Accanto, una nave con una grande vela quadrata spiegata, che attesta lo svolgimento di attività commerciali, per via del carico e dei marinai al lavoro ancora riconoscibili. A sinistra del grande tempio, al centro del mosaico, si scorge una città cinta da mura merlate, costellata di uccelli bianchi: è Hermoupolis Magna, la città il cui santuario era celebre per il culto delle Ibis. E ancora a sinistra, un tempio con una scena di azione (dettagli che secondo Coarelli rappresentato un alto valore simbolico nell’economia della rappresentazione): si tratterebbe del tempio legato alla presenza del nilometro di Elefantina, un pozzo in opera quadrata che consentiva di misurare la crescita del fiume e uno dei sacerdoti, detti episcopountes da Strabone, che lo descrive in dettaglio, segnalavano al resto dei tecnici il livello facendo un gesto con la mano e le dita aperte. In alto, siamo nell’area oltre le cateratte verso l’Etiopia.

Ripropongo questo dettaglio del mosaico di Palestrina perché nella parte finale del saggio, Coarelli, con la sua celebre abilità dialettica, dopo aver dimostrato che siamo ad Alessandria d’Egitto e che oltre ad essa sono rappresentate altre città importanti del tempo dei Tolomei, torna su questo quadrante per affermare che la scenda rappresentata in primissimo piano, insieme a quella ambientata dall’altro lato del molo, presso un tempio, sono scene tratte dalla descrizione della pompè di Tolomeo Filadelfo, per le quali offre puntuali riscontri. E si domanda in conclusione perché mai non si sia ancora dato peso a questa lettura, che sembra così chiara. Quale sarà stato il legame tra questa rappresentazione e la città di Praeneste? La risposta è un edificio dedicato con ogni probabilità a un culto egiziano, sovrapposto all’Erario, il tesoro pubblico, e connesso al soprastante santuario di Fortuna, già assimilata almeno dal II secolo a.C. a Iside; il modello forse proviene dal Tychaion di Alessandria (Iside/Tyche) e questo in ultima analisi, potrebbe chiarire il motivo della presenza di un mosaico siffatto a Palestrina.
In Museo: il monumento a Verrio Flacco a Praeneste
Il Museo di Palestrina è ricchissimo, ma non era il focus del nostro approfondimento, tutto puntato sulle architetture, la tecnica costruttiva e quel che riguarda il Santuario e gli edifici civili del Foro. Ci siamo quindi soffermati rapidamente anche alla sezione che accoglie il più importante calendario del mondo romano, i Fasti Praenestini, un manufatto dell’età augustea curato da Verrio Flacco, un retore di estrazione libertina divenuto celebre per aver ricevuto incarico da Augusto di educare i suoi nipoti, Gaio e Lucio, presso la sua scuola trasferita per l’occasione nella casa già di Lutazio Catulo sul Palatino, poi occupata dal princeps (ve ne ho parlato qui). Suetonio – la sola fonte che abbiamo su Verrio Flacco – ci dice che il retore era noto per aver posseduto una statua presso un’esedra di forma semicircolare sulla quale erano incisi su lastre di marmo i Fasti (Coarelli, Revixit, p. 455 ss.).

Il problema dei Fasti di Verri Flacco sta nella localizzazione. Probabilmente saprete già che si fa per certa la loro sistemazione presso l’edificio denominato G nelle planimetrie archeologiche dell’area, cioè presso il Foro localizzazione sotto piazza Regina Margherita, sul lato destro guardando la facciata della Basilica Civile/Seminario. Ma questa certezza è il risultato di un lungo dibattito sui due Fori di Praeneste – fatto, dice Coarelli, non privo di confronti – la cui conclusione è che l’altro Foro doveva trovarsi nella parte bassa, presso Madonna dell’Aquila, successivamente abbandonata in epoca Medievale.

A questa evidenza, già di per sé eccezionale per Praeneste – tutt’altro che un centro minoritario – va aggiunto il ritrovamento di un rilievo che Coarelli a ragione definisce di una finezza eccezionale trovato nella città bassa e raffigurante una cinghialessa nell’atto di allattare i piccoli in un ambiente agreste. Si tratta di una lastra a sezione curvilinea, in marmo bianco, finemente intagliata e provvista di foro per l’uscita dell’acqua in corrispondenza del muso dell’animale. Il rilievo è stato associato ad altri due di soggetto simile conservati al Kunsthistörisches Museum di Vienna: una pecora con il suo piccolo in un ambiente più civilizzato, con un stalla in lontananza, e una leonessa con due piccoli. Due animali selvatici e una pecora: mancherebbe un quarto animale, domestico, a fare da pendant alla pecora e si è ipotizzato fosse una vacca.

I rilievi conservati a Vienna sono noti anche rilievi “Grimani” – per la famiglia che ne era entrata in possesso – e furono per la prima volta riuniti a Roma in occasione della mostra Augusto allestita alle Scuderie del Quirinale nel 2013: fu una preziosa occasione di vederli montati insieme e in relazione, per la prima volta dopo l’età augustea e la loro dispersione. La cronologia dei rilievi è di età augusta, sono detti leggermente posteriori all’Ara Pacis (del 9 a.C.) ma di fattura qualitativamente affine, esito, quindi, del lavoro di un atelier urbano. Verrio Flacco, del resto, lavorava per il Princeps e avrebbe facilmente avuto accesso alle migliori botteghe artigiane di Roma.
La scoperta del rilievo con la cinghialessa da Palestrina ha immediatamente dato una casa anche ai rilievi Grimani, di cui non si conosceva l’origine: tutti e tre vengono da Praeneste e dovevano decorare la parte inferiore di un monumento a fontana dalla forma a esedra, semicircolare, al di sopra del quale doveva essere inciso il calendario e svetta anche la statua di Verrio Flacco. Coarelli allora riconduce il tutto al ritrovamento di un edificio di dimensioni contenute, da un lato della piazza del Foro civile superiore (Piazza Regina Margherita), in opera cementizia con paramento in opera reticolata e ammorsature laterizie, la cui forma a esedra semicircolare sembra del tutto compatibile, anche per le dimensioni, al monumento a Verrio Flacco.

Esplorando il Santuario: tecnica costruttiva, struttura, funzioni
Abbiamo già accennato in precedenza, a proposito del plastico del Santuario conservato al Museo, quali e quante strutture sovrapposte costituiscono l’insieme del complesso santuariale di Palestrina. L’aspetto forse più impressionante è che non è un esempio isolato, per quanto a suo modo unico. Va detto, infatti, che i santuari del Lazio costruiti intorno al II- I secolo a.C. sono ben sette (più quello di Pietrabbondante in provincia di Isernia, fuori dai confini dell’odierno Lazio ma ben addentro alla medesima matrice culturale), ma ognuno rappresenta una versione autonomamente elaborata di un modello ellenistico di partenza. E il loro fascino è principalmente questo.

La struttura del Santuario di Palestrina, incredibilmente intatto e ben visibile dalla distanza, allora come oggi, rientra in quella che Paul Zanker, nella sua Arte Romana ha definito la cultura visuale romana, la necessità di esprimersi attraverso la visibilità oltre ogni tempo e confine; e anche lui rafforza il concetto per cui la matrice italica del progetto architettonico sta tutta nella traduzione in opera cementizia di un disegno e di un processo di origine ellenistica. Dietro al Santuario non ovviamo vedere solo architettura, ma anche ritualità e culto, atti e processioni, aspetti certamente molto più sfuggenti rispetto alla solidità e alla durevolezza del conglomerato cementizio.
Coarelli, nel volume sui Santuari del Lazio, riporta il passo di Cicerone dal De divinatione (II, 41, 85-86) nel quale si fa esplicito riferimento al santuario prenestino in relazione alle Sortes (p. 67):
Documenti pubblici di Praeneste affermano che Numerio Suffustio, uomo nobile e onorato, fu indotto da sogni frequenti, e infine anche minacciosi, a scavare la roccia in un luogo determinato. Spaventato da queste visioni cominciò a scavare, tra le risa dei suoi concittadini. Ma dalla roccia frantumata apparvero delle sortes tagliate nella quercia, iscritte con caratteri antichi. Questo stesso luogo, ancora oggi recintato da limiti sacri, è accanto alla statua di Giove Fanciullo, che siede in grembo alla Fortuna e viene allattato insieme a Giunone: il suo culto è celebrato in modo castissimo dalle madri. Si tramanda poi che contemporaneamente, nel luogo dove è ora il tempio della Fortuna, un olivo trasudasse miele: gli aruspici ne dedussero che quelle sortes sarebbero state le più importanti di tutte. Per loro consiglio, con quell’olivo fu costruita una cassetta, in cui furono riposte le sortes, che ancora oggi vengono estratte per ispirazione della Fortuna. Ma cosa vi può essere di sicuro in queste sortes, che per ispirazione della Fortuna vengono mescolate ed estratte dalla mano di un fanciullo? (…) Ma ormai anche questo tipo di divinazione è respinto dalla vita comune. La bellezza e l’antichità del santuario conservano ancora una certa fama alle sortes di Praeneste, ma solo tra il popolo. Quale magistrato o personaggio illustre si servirebbe di esse? Nelle altre località poi le sortes sono praticamente in disuso. E infatti Clitomaco scrive che Carneade era solito dire di non aver visto mai la Fortuna più fortunata che a Praeneste.
Riassumendo i sempre articolati e affascinanti ragionamenti di Coarelli – avrete capito che è lo studioso che più di altri ha dato un contributo concreto alla storia di Praeneste in età moderna – è il caso di soffermarsi su due aspetti: la coincidenza tra quello racconta Cicerone e il Santuario di Palestrina e la localizzazione del tempio di Fortuna, in relazione alle sortes, proprio nella terrazza degli emicicli, quella, per capirci, dove c’è l’antico pozzo decorato con una tholos circolare. Oggi a noi sembra tutto ovvio ed evidente, ma fino agli studi di Coarelli non lo era minimamente, anzi, era ancora in voga l’ipotesi che l’ “antro delle sortes” fosse allestito nell’altra aula semicircolare presso il Foro Civile, quella in forma di grotta artificiale più piccola con il “mosaico dei pesci” a far da pavimento.

Ultimi accenni: il Criptoportico, sotto alla cavea e il Foro
La passeggiata è stata lunga e impegnativa, ma non ci siamo fatti mancare due altre evidenze davvero spettacolari: la prima è il criptoportico, sede oggi dell’allestimento del museo epigrafico. A noi interessavano le mirabolanti architetture, in pura opera cementizia magistralmente rivestita di opera incerta, persino nell’intradosso della volta a botte posta a coperta del lungo e alto corridoio di sostruzione.
Il criptoportico è l’elemento che consente di sostenere l’impianto della cavea, costruita in gran parte sul banco naturale, e di passare da un versante all’altro dell’edificio; con il suo prospetto ad arcate separate da semicolonne (in gran parte la struttura è perduta nei rifacimenti medievali e moderni) ricorda vagamente la maestosità del Tabularium al Foro romano (che è “solo” del 78 a.C.).

L’altra evidenza fondamentale per la comprensione del complesso di Palestrina è il Foro civile, che si trova nella parte bassa dell’abitato e come abbiamo detto corrisponde alla piazza Regina Margherita. Sotto al duomo cittadino ci sono i resti del tempio capitolino, di cui si vedono alcuni resti e parte del lastricato della piazza.

L’edificio che però cattura maggiormente l’attenzione è la gigantesca Basilica civile, le cui porzioni architettoniche in tufo e opera incerta traspaiono dai muri del successivo Seminario impiantato al suo interno. La visita alla Basilica avviene anche dall’interno dell’edificio, adibito a sede museale inclusa nel biglietto. Si accede in un ampio spazio rettangolare, corrispondente allo sviluppo complessivo dell’edificio civile e ci si può dirigere sia a sinistra, per raggiungere una delle due aule semicircolari, in particolare quella con il mosaico dei pesci.

Andando dalla parte opposta, invece, si accede all’altra aula semicircolare dove in origine era steso il tappeto musivo con soggetto nilotico, conservato in Museo. Il contesto è mozzafiato. A un certo punto, tutto torna. Tutti i frammenti, le forme, le riflessioni fatte fino a questo momento acquisiscono un senso più compiuto. Si legge nelle decorazioni a metope e triglifi – di indubbio sapore scipionico – la forza e la bellezza della cultura figurativa romana della media repubblica ormai sedotta, soggiogata dalla cultura ellenistica senza possibilità di ritorno.


E la fatica delle scale, della scarpinata per risalire alla quota del museo dove si era lasciata l’auto prima di cominciare, un’ultima occhiata ai reperti, un caffè con il panorama mozzafiato prima di andare via…tutto questo è valso l’impegno di parlare e scambiare opinioni e curiosità per ore ad una Community “Muri per tutti” sempre attenta e reattiva, che conta tanti nuovi arrivati. Siamo una comunità in cammino e in crescita, nel modo in cui l’archeologia pubblica ci permette di farlo.
Sperando che questa sintesi, bibliografia alla mano, possa esservi utile a ripercorrere i temi affrontati, o a incuriosirvene leggendoli per la prima volta, vi ringrazio per il supporto e l’attenzione che riservate con affetto e partecipazione a questo progetto.
Ora, grazie al sostegno della Community e all’impegno di alcuni sostenitori della prima ora che hanno scelto di diventare consiglieri, siamo ufficialmente una APS (Associazione di Promozione Sociale) e da gennaio sarà possibile associarsi e partecipare ancora più attivamente al progetto. Restate connessi!
Un grazie speciale lo rivolgo a Giovanni Santi, un po’ archeologo e un po’ (molto) fotografo, che riesce a cogliere sempre i nodi del discorso quasi presagendo di cosa e in che ordine ne parlerò poi sul blog. Con i suoi meravigliosi scatti, abbiamo ricordi a colori vidi o a tinte forti da conservare. Grazie Gio!

Vi auguro di trascorrere la pausa natalizia in pace e serenità facendo quel che più vi renda soddisfatti. Alla prossima!
– Valeria
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