Un libro piccolo di formato ma cospicuo per il messaggio e per il valore comunicativo: lo ha scritto un’archeologa astigiana, Valentina Cabiale, medievista di formazione, per la collana “Le vie Maestre” della casa editrice Edipuglia. Il tema è il rapporto tra il passato e la sua narrazione. Ve ne parlo in questo post.
Archeologia a teatro
Questo libro mi ha intrigata fin dalla sua copertina: una donna con cappello di paglia immersa nella stratificazione terrosa. Capelli scuri annodati in una lunga treccia, sguardo assorto. Cromie rilassanti, sui toni del marrone caldo, tabacco e cioccolato. Terra quasi buona da assaggiare. Mi sono immedesimata, lo confesso. Potrebbe somigliare a me, ho pensato.
Del libro mi ha intrigato il formato: di quei tascabili da portare con sé nei viaggi pendolari quotidiani, sapendo che alla prima buona occasione lo si possa estrarre ed immergervisi con un gesto agile. In questo, i tascabili Edipuglia della collana “le vie maestre” sono davvero sfiziosi. Tra gli ultimi che ho letto ci sono Il tesoro di Dorak di Enrico Giannichedda, una storia vera di un presunto tesoro scoperto in Turchia, e Il braccio di marmo di Sergio Fontana (arriverà la recensione a breve!).

In tutta onestà, però, del libro mi ha intrigato soprattutto il tema: archeologia a teatro. Da archeologa ex attrice amatoriale, ho pensato che fosse geniale l’accoppiata. Pur non conoscendo personalmente l’autrice, Valentina Cabiale, ho avvertito una immediata curiosità e un imminente desiderio di leggere il libro.
A che cosa serve il teatro per l’archeologia ? Ce lo spiega l’autrice nell’introduzione :
Terra è il limite dell’archeologia. Però, dipende anche da come la pronunci. Se a quella parola dai il tono di meraviglia, di gioia, di sollievo insperato di un marinaio che dopo mesi di navigazione scorge un possible approdo, Terra!, essa vale mille cieli e non rimpiangerai di averla anteposta all’aria. Come si dicono le cose, per raccontare vicende, è uno dei punti fondamentali di queste pagine (p. 5)
Il tema del libro è quindi il rapporto tra oggetto della narrazione e il modo in cui esso viene raccontato: un campo ancora tutto da arare per quanto riguarda l’archeologia divulgata.
Temi archeologici trattati come drammi teatrali sono invece molto rari, e lo stesso dicasi per gli archeologi che scrivono per il teatro (p. 8)
E a tale riguardo l’autrice cita l’archeologo genovese Tiziano Mannoni (1928-2010) e il suo “archeo-dramma in tre atti e un finale” Il fantasma di Ripa scritto nei primi anni Novanta in seguito alla distruzione delle strutture del porto antico di Genova, la sua città. Per gli archeologi è un vero Maestro, con la emme maiuscola.
Quattro lezioni, quattro viaggi
Il libro raccoglie quattro lezioni di archeologia che l’autrice ha scritto in forma di monologhi, illustrati da poche e selezionate immagini, nell’ambito del progetto “Lezioni recitate” della compagnia teatrale “Lo stagno di Goethe” ideato nel 2011 da Gabriela Cavaglià, Leonardo Casalino e Marco Gobetti.
Ciascun monologo racchiude una storia, una storia che in realtà è un grande tema dell’archeologia e che l’autrice, con profonda umanità, umiltà e metodo, propone al pubblico. La versione di ciascuna storia è resa con un’ottica molto personale, un valore aggiunto ad una narrazione garbata.
Non sono semplici cronache o resoconti di fatti accaduti – per quanto siano tutti fatti veri: si tratta semmai di intime visioni del mondo contemporaneo, attraverso il filtro dell’archeologia, dove un occhio esperto e una vita passata a studiare si traducono in un linguaggio gentile ed esatto, in ottiche innovative e rigorose e in considerazioni, profondamente umane, ma non per questo inopportune.
Conflict archaeology
La prima lezione tocca un tema attualissimo. Si parla dell’archeologia della guerra, quella che da qualche tempo ha preso piede anche in Italia con il nome di archeologia del contemporaneo.
Se, in passato, riconoscere i resti umani e materiali della guerra era un passatempo da collezionisti di cimeli, oggi è un campo di ricerca di cui si occupa l’archeologia. E ciò perché la lezione di un grande metodologo come Daniele Manacorda, per il quale archeologico non è l’oggetto del nostro studio (il vaso antico, per dire) bensì la lente attraverso la quale lo guardiamo, è stata ben recepita. In altre parole, non solo ciò che è lontano nel tempo è ‘archeologico’.
Il tema della Conflict Archaeology è affrontato dalla Cabiale a partire da alcuni reperti che, inevitabilmente, ci riconducono alle persone che hanno riempito le trincee, poi le fosse comuni e i cimiteri, ma poco o nulla la nostra coscienza civile. L’archeologia, con il suo metodo filologico, ne ricompone le membra e le storie, speso restituendogli l’identità perduta attraverso l’analisi delle foto documentarie e la ricostruzione del contesto.
Ecco perché questa lezione riesce particolarmente incisiva: ci riporta all’oggi, agli imbarazzi e ai difficili rapporti che sia la storia che la politica hanno con il passato recente e con la memoria, in un divorzio che ancora non trova la via del ricongiungimento.
Enrica Fiandra
Avete mai sentito nominare Enrica Fiandra ? Forse sì, se siete archeologi o appassionati di archeologia egea e del Vicino Oriente. Altrimenti temo la risposta sia no.
Si intuisce che l’autrice ha un particolare trasporto nel raccontare la storia di una archeologa rigorosa, vulcanica e appassionata e la conferma arriva dalle note bibliografiche nelle quali, alla fine della lezione, si comprende che tra le due ci sono state alcune conversazioni personali.
Tale intimità ha il potere di ammorbidire i contorni della storia, di ingentilire alcune fastidiose dinamiche del mondo dell’archeologia accademica e istituzionale, dove le donne raramente fanno la storia della disciplina eppure sono presenti e determinanti.
Al termine della lettura della intensa vita della Fiandra, ci si commuove. A rendere la lettura della sua vita particolarmente avvincente credo sia il modo appassionato con cui la Cabiale ne tratteggia i contorni con pennellate sapienti, ponendo in risalto la genialità delle sue intuizioni, ad esempio riguardo allo studio sulle cretule, i sigilli in argilla del vicino oriente, le “ricevute” come le chiama la Fiandra, oppure il rigore del metodo e la passione nel tracciare percorsi di ricerca.
Per tutta la vita.
Pompei
La terza lezione si occupa di un tema quantomai attuale: la morte a Pompei. O forse, sarebbe meglio dire i morti a Pompei.
Le immagini fornite a supporto della lezione comprendono, ovviamente, un calco in gesso di quelli inventati da Giuseppe Fiorelli, in particolare quello di un uomo seduto che si copre il volto con un panno. Ed è inevitabile la riflessione su che cosa guardiamo quando abbiamo davanti il calco di un ex essere umano disintegrato per il calore.
Nonostante sia un tema molto discusso e per quanto tuttora si rifletta sul come questi corpi siano esposti e con quali criteri e presupposti, la Cabiale riesce a trovare un canale nel quale convogliare la riflessione. Intanto se ne traccia un percorso, con le sue diverse diramazioni (dalla morbosità alle fantasie letterarie, fino al dark tourism), ma poi scatta la molla dell’umanità, espressa con le parole di un finissimo intellettuale, l’archeologo Giuseppe Pucci (1948-2021):
Ci è difficile stabilire, a livello emotivo, se ciò che abbiamo davanti è una statua o una persona, un reperto archeologico o un doppio: e questo, mentre ci turba, ci intriga e seduce (p. 96).
L’autrice lo chiama “un disordinato intreccio di emozioni e sentimenti” quello che si scatena quando guardiamo quei calchi. Di fatto, sono l’unica traccia fisica di persone vissute duemila anni fa, per altro colte nel momento del trapasso, agonizzanti. Un miscuglio di emozioni e circostanze che non può lasciarci inerti, ma che tuttavia ci obbliga a domandarci : che cosa sto guardando davvero ?
La scoperta dell’antichità dell’uomo
La quarta e ultima lezione tocca il tema a monte di tutto: l’origine dell’uomo. Il racconto della storia della scoperta dell’antichità dell’uomo ha, per gli archeologi, il valore di un battesimo: se capisci chi e che cosa ha scatenato quella rivoluzione, sarai a cavallo nei tuoi studi.
La Cabiale racconta questa straordinaria vicenda scientifica con uno stile cronachistico (le date giocano un ruolo fondamentale) condito da un pizzico di ironia. E, giustamente, la brevità dei testi impone scelte categoriche: la storia ruota, quindi, attorno al 1859, l’anno che ha rivoluzionato definitivamente la nostra percezione del mondo. Fu allora che si intuì che la datazione biblica dell’origine dell’uomo non reggeva più il confronto con l’evidenza materiale e biologica, grazie all’opera L’origine delle specie di Charles Darwin.
E così, tra dispute accademiche, ostacoli religiosi e scoperte nel terreno, si fa strada il pensiero scientifico per cui l’uomo è molto più antico di quanto la tradizione cattolica consentisse di credere, pur ciò destando una certa inquietudine negli stessi scienziati (Darwin era piuttosto preoccupato per le conseguenze della propria intuizione…).
E si giunge fino a Lucy e alla iconica copertina dell’album dei Beatles “Sergeant Pepper” che ci riconduce al presente, chiudendo il cerchio.
Dare ali alle parole
Non vogliamo svelare oltre di questo volumetto, merita senz’altro una lettura e una riflessione, e anche un uso concreto. Ma vogliamo ribadire che la forza del libro di Valentina Cabiale sta nella “portabilità” delle sue lezioni. Pur trattando temi complessi e impegnativi, la forma agile nella quale sono costruite le rende comunicabili e quindi portabili ovunque.
In un mondo ancora troppo autoreferenziale, quale è quello dell’archeologia, ogni tentativo di aprire una falla nelle dura stratificazione del sapere è sempre positivo, sa di vita, di acqua che scorre e che disseta, idrata, modella le forme disegnando nuovi confini nell’educazione partecipata.
L’esperienza dell’apprendimento non è mai scontata e neppure semplice. La lettura dei quattro ‘viaggi nel tempo’ che la Cabiale ci offre riesce piacevole e coinvolgente, forse perché, come dichiarato nell’introduzione al volume, ha cesellato i testi al punto da “dare ali alle parole”: i concetti si devono afferrare al primo colpo.
E il segreto del suo stile narrativo è senza dubbio l’empatia, una risorsa preziosa per la divulgazione di qualsiasi argomento. Se applicata ai temi dell’archeologia, che in fondo si occupa di ritessere storie di donne e uomini di un passato non necessariamente lontano, riesce ancora più benefica ed efficace alla missione narrativa.
Per questo, le lezioni contenute in questo libro potrebbero essere recitate in qualsiasi luogo vi sia un uditorio curioso: a teatro, certo, ma anche nelle scuole, nelle piazze, ovunque la parola possa volare e poi posarsi. Innestarsi. E, in futuro, germogliare.
In conclusione, ringrazio l’autrice e la casa editrice per l’omaggio del libro. Lo trovate a questo link non affiliato
A presto, Valeria ❤️
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1 pensiero su ““Terra invece che aria”: di Valentina Cabiale (Edipuglia 2025)”