È uscita da poco (2025) una monografia su un edificio gigantesco che 99 su 100 lo avrete visto al Foro Romano domandandovi: è quello che cos’è ? Finalmente qualcuno si è preso la briga non solo di studiarlo, ma anche di raccontarcelo in un libro direi avvincente, che sa di buona ricerca e di desiderio di condivisione del sapere. Ve ne parlo in questo post !
Al Foro Romano: dove?
Entrate al Foro Romano, raggiungete la piazza lastricata fino al punto in cui si apre il Vicus Tuscus, a destra del tempio dei Dioscuri – quello su alto podio con tre colonne in piedi.

Ecco, ora camminate (anche solo con la mente) per il vicolo fino a raggiungere i bagni e le macchinette del caffè. Troverete due panchine, accomodatevi pure e guardate davanti a voi. Lo vedete quel gigantesco edificio in mattoni tutto segnato da fori e tagli orizzontali e obliqui? Ecco, su quel grandioso edificio l’archeologo romano Fabrizio Sommaini ha scritto un libro, dopo averlo studiato durante gli anni di ricerca dottorale.

Dove siamo, dunque ? Il quartiere si lega al nome degli Etruschi, a coloro che per primi, risalendo il fiume Tevere e approdando al Portus Tiberinus, superarono coraggiosamente la palude del Velabrum che infestava il Foro Boario, spingendosi fino alle pendici del Palatino.
Nei secoli della Repubblica qui sono documentate ancora case, per via della tradizionale vocazione residenziale del colle Palatino, legato fin dai primordi alla nascita della città. Ciò finché non vengono costruiti gli Horrea Agrippiana, un imponente magazzino legato al nome del genero di Augusto, Agrippa, con il quale il grandioso edificio di mattoni – di cui parliamo – condivide una parete.

In seguito, grazie a sondaggi e scavi fatti in diversi momenti fino agli anni più recenti, sia da équipe straniere che dalla Soprintendenza, si sono trovate consistenti tracce di fasi costruttive della primissima età imperiale, sempre legate all’uso residenziale, ad esempio: la possibile Domus di Caligola.
Di Caligola avrete sentito parlare per il fatto che, secondo le fonti, aveva costruito un ponte che dal Palatino avrebbe raggiunto il tempio di Giove al Campidoglio, passando sopra al mai trovato Tempio di Augusto. Architetture mirabolanti di cui, tuttavia, restano sparute tracce, anche perché già nel 64 dopo Cristo uno dei più devastanti incendi della storia di Roma avrebbe fatto piazza pulita di certe esuberanti costruzioni.

Tornando al Vicus Tuscus, siamo, quindi, in un’area periferica del Foro, nello spazio compreso tra la piazza, la prima fila di edifici e il Circo Massimo. E se siete ancora seduti sulla panchina, sopra la vostra testa passa via di San Teodoro, sulla quale prospettano alcuni fra gli appartamenti più costosi della città. In fondo, non è cambiato molto rispetto a duemila anni fa, dal punto di vista immobiliare.
Chi e quando?
Sulla base delle analisi dei mattoni usati si può affermare che la grande aula che si affaccia sul Vicus Tuscus fu costruita tra il 92 e il 96 d.C. Pochi dubbi, quindi, sul fatto che l’ideatore e il costruttore di questo enorme edificio sia stato Domiziano, l’ultimo dei tre imperatori Flavi, i rinnovatori della città dopo la tragica esperienza di Nerone, deceduto nel 68 e colpito da damnatio memoriae.

Perché mai costruire una sala così grande in questo punto del Foro, tra un tempio e un magazzino? Bella domanda. È stato proprio questo dilemma ad aver per decenni “paralizzato” lo studio del complesso. Sta di fatto, però, che i bolli impressi sui mattoni, ampiamente studiati in questa zona, non lasciano dubbi sulla paternità del progetto.
Inoltre, a questo ambiente dobbiamo collegarne altri tre, più una rampa, perché al livello planimetrico si legge benissimo il fatto che siano parte del medesimo progetto costruttivo. Gli altri ambienti sono, in particolare, l’aula ovest, l’aula poi oratorio dei Quaranta Martiri, l’aula est poi atrio di S.Maria Antiqua e l’aula della chiesa medesima.


E la rampa è la cosiddetta “Rampa Domizianea”, quel gigantesco dispositivo ascensionale che collegava i diversi piani in cui si articola il progetto edilizio flavio sul Palatino. Tutto questi luoghi, e in particolare la meglio nota Santa Maria Antiqua, sono quasi certamente noti ai vostri percorsi. Quel che invece sono sicura non sia facile cogliere, ad oggi, e l’originaria unitarietà del complesso.

E domanda fatidica: perché ?
Stiamo seguendo l’ordine delle “five Ws”, uno dei criteri di scrittura tipici dal giornalismo anglosassone.
Alle domande where/dove, who/chi e when/quando abbiamo risposto prima; ora bisogna rispondere al what e why, le domande spesso più difficili in archeologia in quanto legate alla definizione delle funzioni.
Andando al sodo, secondo l’analisi di Fabrizio Sommaini, la funzione potrebbe essere stata quella di grande aula di rappresentanza e di ricezione del popolo, strategicamente collocata alle spalle del Foro, in particolare della piazza del Foro, e in diretta connessione, fisica e visiva con il Palatino, cioè il palazzo imperiale ricostruito nello stesso frangente dallo stesso Domiziano.

Domiziano, colui che si faceva chiamare dominus ac deus e che, a quanto pare (ma la cosa e recentemente messa in dubbio) fu dannato dal Senato. La grandiosità dell’edificio e dell’intero progetto architettonico ben si accorda con la politica urbanistica dei Flavi (non dimenticate il Colosseo) e lo scopo dell’aula pare avere senso proprio in rapporto alla propaganda imperiale.
Ma l’interpretazione data dall’autore non esaurisce la lunga e dibattuta storia sul colossale edificio. È infatti vi consiglio la lettura del volume per ripercorrere insieme a Fabrizio la lunga storia delle diverse interpretazioni dell’aula, un viaggio tipico di una ricerca dottorale che se si ha la fortuna di poter vivere o leggere, non resterà inosservata.
Com’era, come è
C’è poi un’ultima domanda alla quale si dovrebbe poter rispondere, soprattutto nell’indagine archeologica: how/come sei fatto?
Questa è la domanda alla quale solitamente rispondiamo noi archeologi dell’architettura (ma non solo noi, ovvio). Si tratta di identificare gli elementi in base ai quali formulare una possibile ricostruzione delle modalità costruttive e dell’assetto architettonico.
E qui, con l’aiuto di grafiche chiare, semplici e leggibili, Fabrizio Sommaini lancia le sue ipotesi ricostruttive, tenendo logicamente conto di tutti gli studi pregressi. Ne viene fuori un edificio con più fasi costruttive, dove la fase originaria, quella domizianea, è ricomposta immaginando un portico colonnato, oggi perduto, nell’area dove oggi ci si siede sulle panchine; questo colonnato girava attorno ai lati liberi dell’aula, quindi ancora oggi se ne vedono le tracce sul lato nord, camminando verso l’oratorio dei Quaranta Martiri.

È davvero impressionante, si vede ancora qualche residuo di semicolonna in mattoni con tanto di rivestimento. E ovviamente, al seguito di Fabrizio, ne abbiamo avuto le prove durante la nostra esperienza partecipata del 5 maggio 2025!
La copertura è un altro tema molto dibattuto. Sempre grazie a una carrellata di grafiche, Fabrizio nel volume ripercorre tutte le varie ipotesi formulate dal Cinquecento ai giorni nostri, optando lui stesso per una copertura a capriate di legno.
Per inciso, durante la successiva esperienza partecipata del 20 maggio, alle Terme di Caracalla, tra i disegni di Francesco Corni esposti in mostra abbiamo riconosciuto proprio l’aula di Domiziano ! Eccola qui sotto :

Dopo Domiziano
La beffa è che pare che l’aula del Foro sia stata completata nel 96 e, quindi, Domiziano non avrebbe avuto il tempo materiale per usufruirne. È la stessa storia della Domus Aurea, del Colosseo: evidentemente, al netto di omicidi e suicidi imprevedibili, gli imperatori romani costruivano soprattutto per lasciare un segno, a prescindere dal fatto che potessero realmente usare quegli immensi edifici da loro voluti.
La fase architettonica dell’aula che oggi vediamo meglio è forse quella adrianea, quella, cioè, in cui il portico esterno viene demolito e sostituito da una fila di tabernae. Sembra che l’intero settore alle spalle del Foro abbia in questa fase, alla metà del II secolo, potenziato la sua funzione commerciale e – dice Fabrizio – forse anche residenziale, se è vero che all’interno dell’aula si sistema una gigantesca insula, cioè un caseggiato.

L’ipotesi è affascinante e tiene conto della storia edilizia del luogo e delle tracce orizzontali delle falde dei tetti. A seguire, l’altra evidente traccia è quella delle falde oblique, relative invece ad una prima fase medievale, con la costruzione di un convento, e poi di un granaio in età moderna.

Del granaio abbiamo visto anche una traccia, leggibile nella porta di comunicazione tra due vani posti ad una quota molto più elevata di quella attuale, corrispondente all’età imperiale. Insomma: con l’autore di questo intrigante studio abbiamo esplorato l’aula in ogni sua parte.

Concludendo
In questo post ho voluto riassumere la storia dell’aula del Foro attraverso il frutto dello studio di Fabrizio Sommaini e gli spunti emersi dalla nostra esperienza partecipata.
Poter conoscere così da vicino e così approfonditamente un tema di ricerca è un’opportunità che ci è stata data grazie alla disponibilità dell’autore, che ringrazio qui ancora un volta: la mattinata trascorsa insieme è stata davvero speciale !

La community “Muri per tutti” galoppa veloce alla scoperta del patrimonio culturale dando ogni giorno forza a questo progetto di archeologia pubblica, partecipata e condivisa che portiamo avanti con la voglia di arrivare ovunque ci sia un muro da raccontare.
Per ciò restate in ascolto e alla prossima avventura archeologica !
A presto, Valeria
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