Passeggiando per le strade dell’Esquilino con la mia amica Cristina ci siamo fermate a meditare davanti a un muro tanto imponente quanto “famoso” agli occhi di studia topografia di Roma. È la parete in mattoni di via in Selci, che racconta ancora molto della Roma antica, medievale e moderna. Provo a riassumerla in questo post.

C’era una volta un colle

L’Esquilino è fra i colli più vasti di Roma. Nelle sue terre sono state scavate le prime sepolture dell’età del Ferro (fine IX-inizi VIII sec. aC) e ha ospitato il più esteso cimitero di Roma antica. Nelle sue terre è stata scavata la trincea di fondazione delle mura arcaiche. Nelle sue terre sono state poi rimosse entrambe – le tombe e le mura – e vi è stato allestito il primo Hortus aristocratico di età augustea, quello di Mecenate, del quale ricordiamo l’auditorium in via Merulana.

L’Esquilino, però, è anche il colle prescelto dalla borghesia romana post unitaria per risiedere in sontuosi palazzi e ampi appartamenti luminosi. La vista era, ed è, mozzafiato : San Giovanni, Colosseo, Trofei di Mario.
E ancora oggi l’Esquilino, con i suoi saliscendi, le sue pendenze e i suoi nomi delle strade “parlanti”, mostra la sua lunga storia di camminate faticose tra edifici pubblici e privati.
Via in Selci

La topografia antica di Roma sull’Esquilino si può ricostruire discretamente bene. Ad esempio, ipotizziamo che nell’area intorno a Santa Maria Maggiore ci fosse la famigerata Porticus Liviae. Sembra essere certo, poi, che la via in Selci corrispondesse all’antico Clivus Suburanus, quello cioè che collegava la sommità dell’Esquilino con la valle, con il popoloso quartiere della Suburra, con il Foro, i Fori e infine il fiume Tevere.
Di questo vicolo ce ne parla il poeta Marziale nei suoi Epigrammi (X, 20):
Questo libretto, non abbastanza dotto e poco serio, ma tuttavia non privo di garbo, va’, mia Tullia, portalo all’ eloquente Plinio: non ci vuole molto a superare il tratto in salita, dopo aver attraversato la Suburra. Ti balzeranno agli occhi dapprima un gocciolante Orfeo, che sormonta uno scivoloso uditorio, delle fiere incantate e l’ uccello regale che ha rapito il giovane frigio per portarlo al Tonante; là v’è la piccola casa del tuo Pedone, di cui è scolpita un’aquila con minore apertura d’ali. […]
Il “gocciolante Orfeo”
Leggere le fonti, specialmente Marziale, è un’esperienza bellissima. Bellissima perché ci porta nei vicoli di Roma, tanto nei luoghi bui e sconvenienti, quanto accanto agli imperatori. Ed è da lì che dobbiamo partire se vogliamo conoscere gli abitanti di Roma che ci hanno preceduto.
E lo ribadisco: per come l’ho imparata io da Daniele Manacorda, che ricordava a ogni lezione il pensiero dello storico Marc Bloch, l’archeologia, come la storia, studia gli uomini del passato attraverso le tracce che hanno lasciato. Gli uomini e le donne attraverso le loro “cose”. E questo approccio fa la differenza, se vogliamo azzardarci a fare quel salto che dalla materialità ci porta alla “spiritualità” della ricerca storica. Niente di esoterico, ovviamente, semmai di impalpabile ma scientificamente analizzato. Non ritroveremo mai i loro volti, il colore dei loro occhi, le fibre dei capelli di Tullia o la stazza di Pedone, ricordati da Marziale. Ma potremo però imparare a scorgere nella città attuale le forme e gli spazi di quella che loro hanno frequentato nel I secolo.
E proprio all’inizio di via in Selci, tra le torri medievali dei Capocci e dei Cantarelli (che ovviamente Marziale non poteva vedere), i topografi collocano la fontana di Orfeo, quella, appunto, descritta da Marziale. E questa fontana sarebbe da riconoscere nei tre cerchi affiancati rappresentati sulla Forma Urbis severiana: tre cerchi per tre bacini di acqua.

Oggi quel punto è segnato da un incrocio trafficato. Ma d’ora in poi, se ci passerete, ricordatevi di Orfeo e della sua fontana gocciolante.
Il muro “in Selci”
Ora posizionatevi davanti alla vasta parete che si snoda lungo la ripida via in Selci.
Guardatela prima da una certa distanza: partite dal basso, macchine permettendo.
Noterete subito degli ampi archi in laterizi, qualche pilastro in travertino allineato in basso, e sopra, una seconda fila di archi più piccoli.

A forare il tutto, varie finestre, una porta “sospesa” incorniciata da montanti in travertino, poi chiusa da una tamponatura. Sotto, un’altra porta, anzi, un portone, con la mostra in peperino a sezione semicircolare alla quota attuale, a contatto, là sulla sinistra in alto, con una porzione di opera saracinesca, in blocchetti di tufo perfettamente squadrati e con i margini arrotondati.
Ecco, la parete originaria era fatta con porte inquadrate da quei pilastri e piattabande, cioè archi piatti in mattoni (se ne conserva una molto rovinata presso l’angolo a sinistra). Gli archi di scarico alleggerivano il peso laddove si aprivano le porte. L’edificio era a due piani, almeno fino a dove vedete la seconda fila di archi di scarico.
La funzione? Forse una basilica civile. La datazione? Probabilmente fine III, inizi del IV secolo. Chi lo dice? Filippo Coarelli nella guida archeologica di Roma. Naturalmente, l’osservazione delle murature e la tipologia dell’edificio hanno suggerito questa ipotesi.
Poi, la basilica sarebbe stata occupata dalla chiesa di Santa Lucia e dalle sue pertinenze, secondo gli studi fin dal VII secolo.
Non vi confondete: la basilica civile è legata ad attività pubbliche come l’amministrazione della giustizia e le transazioni commerciali; la basilica cristiana è un luogo di culto che nasce ufficialmente a partire dal IV secolo con Costantino
Poi c’è tutta la fase medievale, anzi, direi LE FASI medievali: a occhio, c’è una fase carolingia (VIII-IX sec.) con inserti in grandi blocchi di opera quadrata a riempire le porte originarie. Poi c’è la fase di XIII secolo documentata dal portale e dall’opera saracinesca. Tra le due ci mettiamo le torri che a Roma cominciano a comparire dall’XI secolo.
E poi ci sono porte aperte e richiuse, toppe, fori, chiusure, eccetera.
Questo è il frutto della mia lettura a una prima occhiata.




Conto di approfondire la storia di questo frammento di Roma in futuro. Intanto, grazie al prezioso supporto fotografico di Cristina, ho voluto condividere con voi qui alcune prime informazioni di base, sperando così di aver inserito anche questo muro nella vostra lista dei luoghi “muri per tutti” da visitare nelle vostre passeggiate.

Per ora vi saluto e vi ringrazio, sempre, per il vostro costante appoggio e supporto.
Grazie e a presto, Valeria 💜
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È sempre un piacere leggerti. Spieghi meravigliosamente bene e non lasci per scontato particolari che i non addetti ai lavori non capirebbero
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Giulia cara, grazie 💜
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