Capitolo 2🏛️

Questo progetto, che con l’archeologo Alessandro Mortera abbiamo voluto chiamare “Muri e Marmi”, ci ha portati finora sul Celio e al Museo della Forma Urbis, poi ad Ostia antica una prima volta, per esplorare il settore che va dalla necropoli alle terme del Foro, e una seconda volta ieri, martedì 14 maggio 2024, per esplorare l’area del Foro e i suoi dintorni.
Questo secondo capitolo è stato ancora, se possibile, più speciale del primo, perché abbiamo voluto aggiungere altre voci al nostro coro già polifonico, per arricchire ulteriormente il racconto, in chiave archeologica, della storia di Ostia antica.
È stato a dir poco rivelatore e profondamente emozionante ritrovarci al Capitolium e cominciare una nuova esplorazione della città, girando attorno alla grande mole del tempio dedicato alla triade capitolina, analizzandone ogni aspetto, dal progetto al cantiere costruttivo, dalla decorazione marmorea all’approfondimento geologico sulla natura dei marmi.
Un’esperienza pazzesca e me lo dico da sola! L’aspetto forse più bello è stato questo: direttamente dalla community sono venute fuori le voci che hanno preso la parola in questo secondo capitolo.
E ora vi racconto chi sono e cosa fanno nella vita. E cosa hanno fatto per noi ieri.
Il focus su Ostia in età Flavia

Il programma iniziale era di partire dal Capitolium e di spingerci fino ai confini del Parco. No, non ci siamo riusciti. Ma per un’ottima ragione.
L’ottima ragione è che ci siamo totalmente “persi” nell’ascolto di tante microstorie tradotte per noi dagli archeologi esperti di decorazione architettonica che hanno preso la parola in questo secondo capitolo.
Il primo ad ammaliarci (e non uso questa parola a caso) è stato Emanuele Pullano, fresco di specializzazione alla Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici presso l’Università di Matera ed esperto di decorazione architettonica di età Flavia.
E voi direte: va bene, ma che cosa significa? Vi accontento subito. Significa che Emanuele, cogliendo la palla al balzo lanciata da Alessandro Mortera, che ci aveva appena dimostrato come i capitelli del Capitolium siano di età adrianea ma decorati con uno stile “alla flavia”, cioè non proprio al passo coi tempi, ci portati a guardare con i nostri occhi in che modo si possa dire che un capitello sia effettivamente stato scolpito in età flavia.

Emanuele ci ha raccontato che in età Domizianea (Domiziano è il terzo e ultimo degli imperatori Flavi, esatto, quelli del Colosseo) ad Ostia si procede ad una importante espansione urbanistica e monumentale (purtroppo in gran parte cancellata dalla successiva fase traianea), dopo un significativo rialzamento dei piani di calpestio.
Pare che la responsabilità dei ripetuti allagamenti della città, che, non dimentichiamolo, è molto vicina al fiume Tevere, fosse da imputare a Nerone e alla sua “gestione” delle macerie dell’incendio scoppiato nel 64 d.C. durante il suo principato. Tacito ci dice che gran parte delle macerie furono riversate nelle aree paludose lungo il fiume. Questo ha comportato frequenti esondazioni del fiume e dunque a Domiziano è infine spettato il compito di risolvere il problema.
Cioè per dire che la Basilica del Foro di Ostia antica, la cui forma in realtà è la stessa della Basilica Ulpia del Foro di Traiano, è in realtà decorata da capitelli di fattura Flavia. Vuol dire che forse il progetto è flavio, cioè domizianeo, e che è stato poi completato e inaugurato da Traiano.
I capitelli non mentono mai. E così, Emanuele ci ha mostrato, da molto vicino, quali siano gli elementi stilistici che consentano di dire agli archeologi che quel capitello, pur stando in un edificio che sulla carta è traianeo, sia in realtà più antico.

Queste considerazioni hanno seminato il panico tra i membri della Community. E quindi, ciò vuol dire che le date sui manuali sono “indicative”? La risposta è sì, in gran parte sì.
È proprio l’esame analitico che gli archeologi compiono sui manufatti a darci la giusta profondità di sguardo rispetto ai cantieri antichi, dove si avvicendavano scalpellini, marmorari e artigiani di vario tipo, i quali avevano una vita di una certa durata e spesso tale durata non coincideva con le date dei principati degli imperatori per cui lavoravano.
Capite cosa voglio dire?
Voglio dire che dobbiamo imparare a concepire i manufatti (tanto singoli capitelli quanto interi edifici) come il frutto di una cultura artistica, certo, ma soprattutto come il frutto di una attività artigianale svolta da persone con età viabili, formazioni e origini differenti, capacità più o meno sviluppate.
Ecco, Emanuele Pullano, con la sua pacatezza e la sua adorabile inflessione calabra, ci ha portato dentro a tutto questo. Ci ha insegnato a guardare ai dettagli senza perdere di vista il contesto generale.

E il nostro Prof. Dario per poco non sveniva per l’emozione !
E dunque: grazie ancora Emanuele, per aver condiviso tanta ricerca e tanta passione con noi. Non vediamo l’ora di ascoltarti ancora!
Il focus sulla moda microasiatica

Accanto, o meglio, dietro alla Basilica, c’è un altro edificio molto grande e forse poco conosciuto: il Tempio Rotondo.
Io, lo confesso, non ero mai salita sul suo podio.
Qui, in questa maestosa cornice architettonica, ha preso la parola l’archeologo (giovane, fatemelo dire!) Alessandro Caneschi, specializzando al primo anno alla Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici a La Sapienza.

Il suo focus è lo stile decorativo dei capitelli corinzi di matrice microasiatica. Una cosa che detta così suona forse un po’ ostica, ma che nella realtà, per noi, ieri, si è tradotta in un meraviglioso viaggio tra le pieghe, le foglie d’acanto e i caulicoli del capitello del tempio Rotondo, che appunto rappresenta uno dei migliori esempi di età severiana.
Alessandro, con maestria e concentrazione, ci ha portato a guardare fin dentro alle punte aguzze delle foglie di acanto, spiegandoci che proprio questo dettaglio, disegnando forme geometriche nel punto di incontro tra le varie foglie affiancate, è l’indizio per identificare la tipologia.
Questa moda viene dall’Asia Minore, un luogo tanto geograficamente lontano da Roma, quanto vicino dal punto di vista delle tendenze culturali e della moda: nei secoli dell’impero dall’Asia Minore sono venuti i più bei progetti architettonici e i più bei marmi che li hanno mai ammantati.
E perfino i capitelli con foglie a punta !
Come ci ha raccomandato Alessandro, la prossima volta che andremo al Colosseo, soffermiamoci a guardare i grandi capitelli corinzi severiani, perché sono tra gli esempi più eclatanti !

Garanzie anche a te, Alessandro, per averci trasportato nel tempo e nello spazio, in un mondo lontano, che però, ora, ci sembra meno irraggiungibile.
Geologia e terremoti

Dalla piazza del Foro ci siamo spostati verso il Piccolo Mercato, alle spalle del Capitolium, per andare a guardare da vicino uno dei punti in cui sembra possibile riconoscere lesioni strutturali imputabili ad attività sismica.
Grazie alla preparazione della geologa e sismologa Patrizia Tosi, una nostra seguace che non sapevamo fosse ricercatrice all’INGV (e non potete capire che sorpresa e che ricchezza per noi!) abbiamo non solo imparato a leggere le lesioni sui muri, ma anche ad ascoltarne i nomi tecnici.

Poi sapete, gli archeologi difficilmente ci riescono, ma i geologi sanno sempre spiegare con parole facili concetti complicatissimi. Io ho sempre ammirato la loro sapienza e da archeologa so che avremmo dovuto e potuto camminare molto più a braccetto nelle nostre reciproche formazioni.
Ma alla fine, le cose belle per fortuna accadono sempre e così Patrizia si è unita al gruppo regalandoci una sessione di storia della formazione del territorio ostiense e delle lesioni da attività sismica che, io almeno, non dimenticherò mai.
Anzi, ne farò tesoro per le mie prossime ricerche ed esperienze di archeologia a Ostia antica e, come me, penso tutti ne faranno tesoro e lo racconteranno.
Patrizia, a dire il vero, ci ha portato anche in altri punti della città: ad esempio dietro al Piccolo Mercato a vedere il “pilastro ruotato”, una evidenza impressionante, a ripensarci!

Secondo i geologi, la rotazione del pilastro è stata causata da un evento sismico ed è stata possibile solo nel momento in cui l’edificio, del quale il portico faceva parte, fosse stato libero dal gravame della copertura.
Che dire, sentircelo raccontare da una geologa (dell’INGV !!!) è stato semplicemente meraviglioso.
L’altro luogo dove abbiamo potuto esaminare una lesione da attività sismica è presso gli Horrea Epagathiana, un edificio la cui funzione è dibattuta: classico magazzino oppure sede di aste commerciali, secondo l’affascinante lettura dell’archeologa Janet DeLaine?
Come che sia, sulle pareti interne all’ambiente che si apre a destra dell’ingresso principale, si conservano le lesioni “a cuneo” testimoni di un’attività sismica che avrebbe causato il distacco del pesante portale di ingresso.

I muri, in questo caso, ci dicono bene quale sia la porzione “riattaccata” durante i restauri novecenteschi. deldove le lesioni a cuneo documentano il distacco della facciata, che infatti è stata poi rimontata durante i restauri novecenteschi.
Muri e marmi alla bisogna
Tra queste importanti analisi di dettaglio non sono mancati vari altri approfondimenti di Alessandro Mortera, decisamente immancabili, e della sottoscritta, su alcune strutture particolarmente interessanti.

Dal mio punto di vista, però, vi confesso che mi è piaciuto stare più in silenzio del solito e documentare con foto e video quanto di meraviglioso ho visto accadere. E ascoltare.

Come ha commentato una follower molto speciale sotto al reel che ho pubblicato su Instagram per ricordare l’evento, “Muri per tutti” è come una Matrioska, contiene al suo interno tante altre realtà, tutte connesse al grande tema, anzi, ai due grandi temi sui quali sto lavorando da anni: l’archeologia dell’architettura e l’archeologia pubblica.
Ne ho parlato di recente, ospite alla seconda puntata di FAN, il podcast di divulgazione dell’archeologia di Giovina Caldarola e Stefania Berutti.
Decisioni importanti

Giunti alle terme dei Sette Sapienti, per vedere la lesione della volta della sala circolare, ci siamo poi salutati e abbiamo preso tre importanti decisioni.
La prima è di tornare a Ostia antica per la sessione #3 durante la quale il nostro focus sarà sulle domus tardo-antiche, se posso dirlo, il mio tema preferito di sempre.
Lo faremo a settembre sperando così di andare a trovare sullo scavo il nostro “pilastro” tedesco Philip, che sarà impegnato nel progetto Ostia Forum Project per l’Università Von Humboldt.
La seconda decisione è che la nostra prossima tappa #muriemarmi sarà al Pantheon. Per forza! Tra progetti architettonici in tandem, muratore, volte strabilianti, decorazione architettonica, marmi e studi astronomici, ne avremo per un bel po’. Spero vorranno intervenire altre voci, ora, appena chiuso questo post, comincerò ad organizzare l’evento.
La terza è forse più importante decisione è che con Alessandro Mortera abbiamo deciso di finalizzare i frutti della generosità della community nella pubblicazione di una monografia scientifica, che avrà la profondità dell’alta ricerca scientifica (se non si fosse capito, non abbiamo fatto altro che studiare nella vita e siamo, di fatto, ricercatori archeologi di professione) e l’agilità di un libro piacevole e leggero.
Il libro sarà ideato e scritto da Alessandro e da me con i contributi di tutti coloro che avranno messo in campo le proprie competenze e la loro voce. lo abbiamo pensato come un libro per/con/della community e raccoglierà le tappe del sentiero che abbiamo non solo tracciato, ma esplorato insieme.
Abbiamo ancora un bel po’ di strada da fare insieme e allora, per ora chiudo qui questo articolo e mi auguro di ritrovarci in tanti al prossimo evento #muriemarmi.
E in chiusura, grazie a tutti i presenti in ordine sparsissimo: Patrizia, Andrea, Fabiola, Philip, Alessia, Vincenzo, Lorena, Emanuele, Alessandro C., Dario, Serafina, Laura.
Siete il cuore dell’archeologia pubblica 💜
A presto! Valeria
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