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I muri raccontano. Un itinerario “murario” sulla via Appia a Roma #1

Se è vero che questo è un blog di archeologia dell’architettura e di storytelling, seppur in senso molto ampio, è giunto il momento di proporvi un altro itinerario “murario”, dopo quello a Villa Adriana (lo trovate qui) e quello a Ostia antica (lo trovate qui).

Questa volta vi porto in uno dei miei luoghi preferiti, la via Appia antica. Come sapete, ho studiato per tanti anni l’Appia e i suoi monumenti, specialmente quelli lungo il primo miglio, e qualche hanno fa ho coronato la mia ricerca dottorale scrivendo un libro su uno dei più famosi, l’arco di Druso (se volete acquistarlo, cliccate qui). L’Appia è un terreno di ricerca molto battuto, ma non per questo necessariamente approfondito. 

Sono quindi più che felice di delineare qui per voi un itinerario che vi porterà a guardare i muri più particolari, con la presunzione (mia) di offrirvi lo spunto di andare oltre e di allargare lo sguardo oltre i confini del muro o dell’edificio, per percepire il contesto

In questo percorso #1 ci concentreremo su quattro edifici compresi tra Circo massimo e le Mura Aureliane. Voglio procedere per gradi, accompagnandovi con lentezza a scoprire le meravigliose e intriganti storie che si nascondono dietro muri spesso brutti e abbandonati. Seguiranno altri itinerari, perché il tempo non ci manca e la via Appia è molto lunga…

INFO TECNICA: Per agevolarvi, ho inserito il link al luogo accanto al nome: dovrete solo cliccare e la mappa si aprirà in un’altra schermata.

PORTA CAPENA, PARCO DI PORTA CAPENA, ROMA

Il rudere della torretta medievale sorta sulle Mura e sulla porta Capena

Non posso non cominciare da qui, da un punto della città in cui tutto vi aspettereste di trovare tranne un tratto delle Mura Serviane. Porta Capena è notoriamente una delle porte che si aprivano nel settore sud delle Mura arcaiche di Roma. Si tratta delle prime Mura di Roma, costruite in prima istanza dai Tarquini nel VI secolo a.C., in tufo granulare grigio del Palatino, noto come “cappellaccio”. Dopo un paio di secoli furono consistentemente restaurate in tufo giallo di Grottaoscura, reso disponibile in seguito alla conquista di Veio, nel 396 a.C. 

La pubblicazione più famosa e completa sulle Mura di Roma è quella di Gösta Säflund, 1932. Poi ci sono stati studi specifici sui singoli tratti.

Di queste mura si conservano pochi e sparsi tratti (il più vasto è a Stazione Termini e ve l’ho raccontato qui). Nel parco di Porta Capena, però, non troverete le Mura perché giacciono a 10 metri di profondità e sono, quindi, sotto i vostri piedi. Così come non troverete la porta, per lo stesso motivo. Trovate però qualcosa che nei secoli è andato crescendo sopra quelle strutture fino a diventare una torretta medievale, che per lungo tempo ha spiccato isolata nel paesaggio di vigne impiantatosi sulle rovine della Roma imperiale e arrivato praticamente intatto fino all’Unità d’Italia e alle devastanti attività di scavo per il riassetto della città posta sotto l’egida umbertina. 

La torretta medievale la conosciamo dalle raffigurazioni settecentesche e dalla fotografia storica e sappiamo che il suo uso principale era quello di residenza fortificata dei fattori che gestivano la vigna, da ultimo i Monaci Camaldolesi di San Gregorio. Ecco, nelle cantine di questa torretta, un bel giorno l’archeologo John Henry Parker – siamo nel 1868 – chiese al vignaiolo di fargli vedere i sotterranei, scoprendo così che la torretta era ben impiantata su un tratto delle Mura ‘serviane’. Parker ne era convinto perché aveva già notato, in superficie, un particolare allineamento tra i piloni di un acquedotto. 

Insomma, Parker apre dei saggi di scavo tutto attorno al rudere che oggi sopravvive nel parco. E scavando, tirò fuori le Mura in grandi blocchi, resti di vari acquedotti, nonché due strade basolate, una più bassa a circa 8 metri di profondità (oggi 10) e una seconda, più spostata verso l’attuale viale delle Terme di Caracalla, un pò più in alto. Come se di lì passasse una strada fin dall’età repubblicana, la quale poi sarebbe traslata lateralmente nei secoli dell’età imperiale.

La torretta così come ancora si conservava al tempo di Parker; in basso le sue scoperte: la via Latina/Appia e le Mura ‘ serviane'(da Parker 1868)

Parker non ha mai trovato una vera e propria porta, questo va detto. Le Mura, però, prevedevano il passaggio della strada più antica, il cui tracciato sembra ricalcare quello della via Latina, che come sappiamo nel tratto iniziale, fu ricalcata dalla via Appia a partire dal 312 a.C., quando il censore Appia Claudio Cieco la inaugurò. All’epoca non era ancora basolata, lo sarebbe diventata più tardi, circa un secolo dopo. Ma il senso è che Parker aveva visto giusto. Lì sotto la torretta medievale ci passavano le Mura e lì si apriva una porta. 

Ecco l’Osteria di Porta Capena, prima delle demolizioni per La Passeggiata Archeologica (da Modolo 2010).

Insomma, non potete perdervi il punto dove cominciava la via Appia!

EDICOLA DELLE TRE MADONNE, PIAZZALE NUMA POMPILIO, ROMA 

L’edicoletta nel bel mezzo dell’incrocio di Piazzale Numa Pompilio.

No, non è una garritta. Molto meglio! L’avrete notata durante l’interminabile attesa del semaforo verde pedonale  all’incrocio con la Cristoforo Colombo. Ve la trovate davanti, in mezzo allo spartitraffico, se cercate di imboccare la via Appia al bivio con la via Latina. Vi capisco se provate smarrimento e non capite il senso di questo elemento al centro dell’aiuola. 

Eppure un senso l’ha avuto e per molti secoli. E il fatto che sopravviva nel traffico urbano è esso stesso elemento di riflessione. Partiamo dalla fine. Perché sta ancora qui? È a tutti gli effetti un relitto. Il relitto di un trivio che qui aveva il suo punto di incontro cruciale, il relitto di un segnacolo dal valore sacrale posto a protezione dei viandanti. E anche il relitto di quel senso di colpa che ha, seppur timidamente, animato le coscienze di chi brandiva il piccone demolitore fascista ai tempi dell’apertura di Via dell’Impero nel 1938 (oggi via Cristoforo Colombo). 

Insomma, è un’edicoletta sacra, detta “delle tre Madonne” che marca sul terreno il punto dal quale partivano le strade dirette alle tre porte delle Mura Aureliane: Appia, Latina e Metronia. Si trovava a pochi passi dal muro di cinta della chiesa di San Sisto vecchio, che ancora esiste dal lato opposto dell’incrocio. Fu fatta in epoca medievale e la sua presenza si può spiegare, come scrive Daniele Manacorda, con la presenza di un intenso traffico di uomini e animali (Manacorda 2017), forse sul luogo di un più antico compitum di età romana, vale a dire un piccolo sacello posto a protezione degli incroci e dei passanti, dal momento che qui si estendeva una fitta rete di vici. Esattamente come nei vicoli del centro storico di Roma trovate ancora oggi le edicole delle Madonne a proteggere gli incroci. 

L’edicola prima del 1938 quando anora Via Dell’Impero non esisteva ancora. Il muro della tenuta di San Sisto è stato demolito e tutto sembra un altro mondo.

Un relitto del genere fa pensare. Non passa inosservato e per questo meriterebbe che un pannello, o qualcosa di simile, racconti la sua storia. Io, da studiosa del primo miglio della via Appia, provo a farlo così. 

SEPOLCRO DEGLI SCIPIONI, VIA D PORTA SAN SEBASTIANO 9

Il complesso degli Scipioni, con l’ingresso alla tomba a sinistra, altre tombe della necropoli, l’edificio religioso di età imperiale poi trasformato in fortezza in età medievale (da Volpe 2014).

Procedendo lungo la via Appia – che dopo il bivio prende il nome di via di Porta San Sebastiano – e facendo attenzione a non essere investiti dalle macchine che sfrecciano a tutta velocità, vi consiglio di fermarvi a guardare, anche se attraverso la recinzione, il sito del sepolcro della più illustre famiglia della Roma repubblicana. Generali intrepidi, cultori del mondo greco e promotori della cultura ellenistica, gli Scipioni vantano un curriculum degno delle migliori famiglie aristocratiche della media repubblica che ha fondato la propria fortuna sull’attività bellica. 

Nel mondo romano, almeno nei secoli iniziali della storia di Roma, aristocrazia fa decisamente rima con guerra. Gli Scipioni, dunque, eleggono la via Appia a luogo per la loro dimora eterna, costruendo, poco dopo la sua inaugurazione, la propria tomba di famiglia. Una tomba rupestre, un tipo raro e soprattutto molto antico, che rimonta ai secoli iniziali dell’età repubblicana, quando le necropoli non erano ancora così affollate di sepolcri. Gli Scipioni, infatti, grazie all’intraprendenza del figlio del capostipite Lucio Cornelio Scipione Barbato, costruì il sepolcro di famiglia portandoci il sarcofago del padre, un capolavoro di stile greco classico dal sapore romano, oggi conservato ai Musei Vaticani poco prima dell’Apoxyomenos. 

Così Carlo Labruzzi alla fine del Settecento poté ritrarre il sarcofago di Barbato prima del suo trasferimenti ai Vaticani.

Il sito è gestito dal Comune di Roma ed è accessibile su prenotazione (060608), tuttavia merita una sosta anche dall’esterno. Intanto per il luogo. Poi per la sua stratificazione, ben visibile anche dall’esterno. A me interessa portare la vostra attenzione sulle fasi di vita moderne di questo edificio. Ben presto dimenticato dagli antichi, infatti, è rimasto sepolto fino a quando, per un caso, nel 1781 i fratelli Sassi, proprietari della vigna che insisteva sulla tomba, ci sprofondarono dentro. E mica lo sapevano che nel sottosuolo c’era la tomba dei fondatori della Repubblica! E dunque attrezzarono un percorso per portare i visitatori nelle viscere del sepolcro, esigendo un obolo. 

Nulla di cui sorprendersi: siamo alle origini del Turismo con la T maiuscola, è l’epoca del Grand Tour e immaginate quante damine in corsetto hanno percorso il tratto di strada dove ora vi siete fermati. E pensate a quante di loro, col cuore in gola per l’emozione, hanno superato quel delizioso portale con colonne di recupero e percorso quella scalinata bassa che i fratelli Sassi avevano allestito per accogliere i loro “ospiti”. E quante saranno svenute una volta entrate nel sepolcro a lume di candela. 

L’ingresso allestito dai fratelli Sassi nel 1780 dopo la scoperta fortuita del sepolcro. Ora confrontate questa immagine con la precedente e capirete dove era posizionato Labruzzi per disegnare il sarcofago!

Queste immagini non mi abbandonano più da quando ho studiato la storia di questo sepolcro, ma soprattutto dopo che ho condotto, lì dentro, un centinaio di visite guidate nei giorni della riapertura del sito tra il 2011 e il 2012, grazie alla tenacissima funzionaria archeologa Rita Volpe. Lavoravo alla didattica per Zétema all’epoca e mi sentivo una privilegiata a poter calcare quella terra per sei visite al giorno. Sì, sei. A raffica. Ma chi la sentiva la stanchezza, mai una volta che la gola in fiamme mi avesse fatto traballare! Era così emozionante, così stupefacente poter raccontare al pubblico quelle storie, quei personaggi, anzi no, quelle persone del passato, antico e recente. 

Ecco per voi la mappa dell’area archeologica edita dalla Sovrintendenza Capitolina (da Volpe 2014)

E poi il Fascismo. Lo sterro tra il 1926 e il 1929 fatto per restituire l’area al pubblico, sbancando in fretta e in furia la vigna dei fratelli Sassi. Nel frattempo, sulle strutture della tomba erano stati costruiti edifici legati ai riti funerari nel III secolo, poi una torretta in epoca medievale (al solito), in seguito ampliata da una loggia in epoca rinascimentale. Il tutto, dopo i fratelli Sassi, ha subìto la stessa sorte della torretta sopra a Porta Capena, fino agli sterri del Ventennio.

Prima degli sterri del Ventennio, l’area era così. Un “carciofeto” (Archivio Roma Tre)

Di quell’atto populista, seppur archeologicamente rilevante, resta un muro. Un muro scomodo e per questo negletto. Un muro che supporta l’iscrizione su una lastra di tufo decorata dai Fasci littori, in cui si rievoca la restituzione al pubblico di quell’importante monumento. Una testimonianza che mette in imbarazzo e quindi è stata lasciata deperire. Certe volte adottare un atteggiamento scientifico rispetto alle tracce materiali del passato forse aiuterebbe a farci pace. Senza per questo sostenere atti impietosi e pagine insanguinate. Ma la Storia è un patrimonio prezioso e va difesa. La Storia, non l’ideologia. Sono due cose diverse. Un popolo che non sappia fare i conti con la propria memoria è un popolo indegno. 

Il muro con la targa del 1929 che commemora la restituzione della tomba degli Scipioni al pubblico. Oggi è completamente degradata (Archivio Roma Tre).

ARCO DI DRUSO, VIA DI PORTA SAN SEBASTIANO 13A

Eccomi all’opera mentre racconto la storia del’arco di Druso durante una delle tante attività di Archeologia Pubblica con il gruppo di ricerca @AppiaPrimoMiglio

E arriviamo al mio beniamino, un arco malconcio ma molto, molto vissuto. Nel Cinquecento un fantasioso (ma intelligente) Pirro Ligorio aveva battezzato questo monumento Arcus Drusi, cioè l’arco onorario decretato per Druso maggiore nel 9 a.C., nell’ambito di uno dei suoi ragionamenti paradossali. Paradossali nel senso che non ci credeva ma lo disse lo stesso seguendo un contorto ragionamento basato sulle fonti allora disponibili: monete raffiguranti il monumento e un passo di Suetonio. Piranesi, però, alla metà del Settecento, lo aveva declassato a speco di acquedotto, fra l’altro rettificandone i difetti, e così è stato interpretato anche nei secoli successivi.

L’arco-acquedotto, corretto delle sue imperfezioni (lo speco è disassato nella realtà) nella sua opera sugli archi di Roma del 1756.

Una piccola parentesi si è aperta all’inizio dell’Ottocento grazie all’approccio positivista e scientifico di Luigi Canina e Antonio Nibby, che insieme ai disegni accuratissimi di Luigi Rossini avevano individuato più fasi di vita dell’arco, evidenziando un dettaglio importante: l’arco un tempo era rivestito di marmo ed era poi stato spogliato. E solo in un secondo momento fu riutilizzato per sostenere l’Aqua Antoniniana, cioè l’acquedotto deviato dalla Marcia per alimentare le terme di Caracalla. E infine monumentalizzato nel Cinquecento per agevolare i trionfi che passavano di qua.

Insomma, grazie ad un approccio scientifico, i tre studiosi avevano capito tutto, tutto ciò che la mia ricerca ha ritrovato e ulteriormente documentato e puntualizzato. Punto per punto. Peccato però che quella parentesi fu subito chiusa da Rodolfo Lanciani, che arbitrariamente e sbrigativamente, all’inizio del Novecento, aveva stabilito che l’Arcus Drusi si trovava più su, al bivio tra l’Appia e la Latina. Questo tornava a significare che l’arco vicino a porta Appia non era che un fornice di acquedotto.

Dicevamo, a chi era dedicato l’Arcus Drusi? A Druso Maggiore, figlio di Livia nato dal suo primo matrimonio e poi adottato da Augusto insieme al fratello maggiore Tiberio. Che cosa dicono le fonti? Un arco marmoreo dedicato a Druso è ricordato da Suetonio sulla via Appia, mentre dai cataloghi regionari di età costantiniana sappiamo che si trovava entro il primo miglio, insieme ad altri due, dedicati rispettivamente a Traiano e Lucio Vero.

Ara Pacis Augustae. A partire dalla fessura centrale, dopo la moglie Antonia Minore, c’è Druso, forse già morto al momento dell’esecuzione del rilievo.

Nella mia ricerca ho esaminato attentamente la stragrafia ma anche la tipologia architettonica e ho trovato non pochi elementi per dire che sia un arco di I secolo. Un arco, quindi, compatibile con la dedica a Druso. Io vi dico: guardatelo bene. Si vede benissimo che è un arco stratificato e che l’acquedotto è stato appoggiato sopra tagliandone l’attico! E infatti ho potuto ricostruirlo eliminando le parti strutturali aggiunte successivamente.

Arco di Druso, la mia ricostruzione della fase originaria (da Di Cola 2019)

Purtroppo gli scavi fatto attorno all’arco, fatti in momenti diversi e purtroppo in modo non estensivo, non hanno dato fiducia alle intuizioni di Luigi Canina e alla lettura stratigrafica degli elevati. Io ho voluto provarci allargando la prospettiva a tutte le fonti disponibili. Mi si dirà che non ho scavato nel terreno, ma credetemi, ho scavato in tutto il resto: architettura, paesaggio, archivi… e credo di aver trovato una quantità di indizi sufficiente a provare che Canina, Nibby e Rossini avevano visto giusto

E poi: sapevate che a un certo punto della sua vita, nel corso del Cinquecento, l’arco fu inglobato nella controporta porta Appia? Così lo vediamo ancora nel Settecento in un acquerello di Carlo Labruzzi. Durante le mie ricerche, ho poi scoperto che fu proprio Luigi Canina, su incarico del papa Gregorio XVI a demolire i muri che lo avevano intrappolato per renderlo di nuovo isolato e visibile. Accadeva tra il 1838 e il 1840.

L’arco di Druso, stretto tra i muri delle vigne vicine, nell’acquerello di Labruzzi redatto mentre era al seguito di un Milord inglese in viaggio lungo la via Appia.

Tutto quanto vi ho detto e molto, molto di più, lo trovate nel mio libro, che potete acquistare a questo link. La ricerca su questo arco stratificato, e incrostato di teorie vecchie e nuove, mi ha insegnato tanto. Ho imparato a guardare meglio, ad andare oltre l’apparenza, a leggere ogni singola traccia in modo analitico ma anche nel quadro più generale del contesto, sia architettonico che paesaggistico.

Insomma: è stata una lezione di vita. Ma d’altronde, la ricerca è maestra di vita

Referenze bibliografiche

Su porta Capena:

  • lo studio diacronico di Mirco Modolo contenuto nel volume “Il pimo miglio della via Appia a Roma, a cura di Daniele Manacorda e Riccrdo Santangeli, 2010 (scaricatelo qui)
  • il mio studio sulle quote della via Appia antica, a partire da porta Capena, contenuto degli atti del convegno “Roma medio repubblicana” svoltosi a Roma nel 2017 a cura di A.D’Alessio, M.Serlorenzi, C.Smith, R.Volpe (scaricatelo qui)
  • Le opere di John Henry Parker, in particolare, “The Archaeology of Rome”, 1874, che trovate facilmente sul web.

Sull’edicola delle Tre Madonne:

  • un ricchissimo articolo di Daniele Manacorda sulla storia del triangolo tra le vie Appia e Latina, nel quale si tratta (seppur rapidamente) dell’edicola e specialmente del suo contesto. L’articolo è negli atti del convegno del 2010 “Vigna Codini e Dintorni”, a cura di D.Manacorda, N.Balistreri e V.Di Cola, 2017 (scaricatelo qui), in particolare a p. 72. Da qui risalirete alla bibliografia specifica, che poi è la guida rionale “Rione XIX Celio”, parte II, di Carlo Pietrangeli, 1987.

Sul complesso degli Scipioni:

  • Imprescindibile è lo studio di Rita Volpe e altri autori del 2014, dal quale potete ricavare la bibliografia precedente nonché la ricostruzione aggiornata della fronte del sepolcro (scaricatelo qui)
  • una recente monografia pubblicata da Michela Stefani, nella quale si analizza tutta l’area funeraria con piante di fase che aiutano a seguire l’evoluzione del sito nel tempo (la trovate qui)

Sull’arco di Druso:

  • qui mi auto cito di nuovo, ma solo perché il mio libro è il lavoro più aggiornato sul tema e contiene praticamente ogni fonte riguardante l’arco (consultate qui l’abstract)

Questo è tutto, per il momento. Seguiranno altri itinerari murari lungo la via Appia, restate connessi! Vi ringrazio se vorrete iscrivervi al blog cliccando sul tasto SEGUI che trovate in fondo alla pagina (servirà registrarsi con un indirizzo e-mail) e se vorrete suggerire la lettura di questo articolo ai vostri contatti.

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