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“Nuova luce da Pompei a Roma”. Una mostra sulla luce, bella e divertente, a Villa Caffarelli.

Finalmente ho riso e mi sono divertita visitando una mostra di archeologia! Non intendo dire che si debba far forza ridere a una mostra, perché dipende dai temi trattati. Ma quando il tema è leggero, perché non poter apprendere divertendosi? Ecco, questo accade alla mostra “Nuova Luce da Pompei a Roma” allestita a Villa Caffarelli, Musei Capitolini, Roma.

Essendo una mostra scientifica a tutti gli effetti, userò la mia abituale lista, per darvi al meglio possibile il mio riscontro su accessibilità, contenuti, ambiente, stile, pannellistica e coinvolgimento, ferma restando sempre la mia solita tiritera: le mostre vanno viste in ogni caso, con i propri occhi e il proprio cuore!

Il modellino della Casa del Poeta Tragico a Pompei, per visualizzare il tema della distribuzione della luce nella casa romana antica

ACCESSIBILITA’: PARZIALE

Se parliamo di accessibilità per disabilità motorie, è tutto sotto controllo, ma se parliamo di altre accessibilità, non ci siamo.

Il costo a prezzo pieno è di 16 euro, perché include d’ufficio il biglietto per i Musei Capitolini + la mostra. Gratuito per possessori di Mic card, cioè i residenti a Roma. Io comincio a pensare che questa faccenda della gratuità andrebbe estesa ai residenti nel Lazio. Io che abito poco fuori Roma, e vado a Roma tutti i giorni, devo pagare pieno. In più ci faccio pure ricerca, perché mai dovrei essere così pensantemente tassata come i turisti occasionali (ma pure su questo avrei da ridire)?

Non esiste una sezione per ragazzi, né pannellistica o attività ad hoc, anche se trovo (come leggerete dopo) molto agile la comunicazione dei contenuti. Peccato, però, perché ci sarebbe di che farli divertire.

Per altre disabilità, come quella visiva, non ci son supporti né espedienti, almeno a vista. Quindi diciamo che non siamo ancora entrati nell’ottica che i Musei siano la casa di tutti. Diciamo che i Musei Capitolini sono ancora esclusivi di parecchie categorie.

IL TEMA: LA LUCE, DALLA PRODUZIONE ALLA PERCEZIONE

Prima di visitare la mostra pensavo che il tema delle lucerne fosse esaurito e quindi, di cosa parlare ancora? E infatti la mostra mica parla della lucerne (come avevo sentito dire), bensì della luce e di tutto ciò che le ruota intorno. Dal rapporto con la luce solare, all’illuminazione della casa romana, dalla produzione di lucerne e candelabri agli aspetti decorativi, dal valore commerciale all’imitazione moderna. Un percorso completo sulla luce.

Il titolo va spiegato meglio: “Nuova luce da Pompei” era il titolo originario della mostra ideata dall’archeologa Ruth Bielfeldt, docente di archeologia classica all’Università Ludwig-Maximilian di Monaco e si incentra sui reperti provenienti da Pompei e zone limitrofe. Portandola poi a Roma, è stato aggiunto nel titolo (in corpo più piccolo) “a Roma”, per cui nel percorso espositivo, troverete una sala (io l’ho vista per ultima ma potrebbe essere anche tra le prime) sui reperti provenienti dalle collezioni romane.

Il titolo spiega l’origine della mostra a Pompei poi portata a Roma. Non chiedetemi cosa c’entra quell’omino blu in alto.

IL RACCONTO: ACCURATO E DIVERTENTE

Cosa ci sarà mai da dire ancora sulle lucerne? Considerando che quelle esposte in gran parte le abbiamo già viste al Museo Archeologico di Napoli, dove sarà la ragione di questa mostra? Questo mi dicevo prima di visitarla.

La mostra nasce da una ricerca scientifica sulla luce nel mondo antico. La luce, elemento vitale, trova alcune delle sue migliori espressioni nella casa romana, la cui struttura planimetrica è elaborata principalmente in rapporto alla luce solare. Sia l’architettura che gli arredi contribuiscono a documentare in che modo gli antichi, specialmente dall’età imperiale, hanno inventato soluzioni, pratiche ma anche artistiche, per illuminare la propria vita quotidiana.

Lucerne da tavolo con scimmie mascherate da gladiatori e statuine con vassoietti per stuzzichini. La luce come protagonista del banchetto.

Attraverso un approccio tipologico, il racconto si snoda nelle varie sale attraverso manufatti concepiti per usi diversi, portando costantemente all’attenzione le parole degli antichi o le loro immagini. In questo modo si segue perfettamente il senso del problema della luce, se ne coglie l’ambientazione e se ne conoscono le molteplici soluzioni.

E’, forse, una storia di parte, che trattando quasi esclusivamente suppellettile di pregio in bronzo narra le vicende umane dell’aristocrazia e dei ceti agiati usi al banchetto. Il candelabrum in bronzo a stelo con zampe di leone ha senso in un tricinio, non certo in una bettola. Ma la ricerca ha inteso mappare a tappeto proprio i manufatti in bronzo, che hanno evidentemente resistito meglio di altri alla tragica fine di Pompei sotto i lapilli incandescenti e che quindi hanno più di altri superato l’ostacolo del deterioramento. Non è quindi una scelta scientifica a priori, semmai un dato di fatto legato all’eventualità storica.

E’ una storia di parte, quella raccontata dalle lucerne in brozo, ma non per questo è meno interessante!

Di sicuro, però, la creatività, in questo caso nutrita dell’approccio scientifico, ha trasformato delle lucerne in bronzo (che alla terza sono tutte uguali) in un divertente viaggio nell’intimità della vita quotidiana degli antichi, dai salotti sontuosi alle buie stanze degli incontri amorosi. Anzi, buie fino a un certo punto, perché proprio di fronte al tipico affresco con scena erotica, si leggono invece le parole di Marziale che confessano la necessità della fiamma, alleata e preziosa guida delle mani e del corpo tutto negli incontri amorosi. Quanta saggezza nelle parole degli antichi!

E finalmente, una scena come questa non vi sembrerà più solo erotica o sconveniente, ma intima e amorosa, grazie all’alleato degli amanti: il candelabrum a stelo (a sinistra)

Quanto al catalogo, esiste, con la sua mole di quasi 600 pagine, peccato sia in tedesco! Al bookshop dei Musei Capitolini mi hanno detto che sarà prevista una versione italiana, ma chissà quando arriverà.

Un corposo catalogo scientifico (in tedesco) accompagna la mostra. Dicono arriverà la versione italiana.

L’ALLESTIMENTO: AZZECCATISSIMO!

Dal colore delle pareti alla struttura dei pannelli fino alla densità degli oggetti: tutto dell’allestimento mi è piaciuto.

La scelta del colore giallo è quasi scontata, ma è il punto di giallo – un giallo girasole, caldo ma brillante – ad essere semplicemente perfetto. Su questo sfondo si stagliano i pezzi in bronzo, scuri e definiti, ma anche i pannelli, su fondo nero, agili, bilingui, con titoletti in gialli e testo in bianco.

I pannelli poi sono tutti numerati per aiutarvi a seguirne la logica sequenza. E veniamo, quindi, all’elemento secondo me vincente di tutta la mostra: lo stile ironico e divertente delle didascalie ! Così si fa! I miei complimenti vanno soprattutto alle traduttrici e ai traduttori dall’inglese, che hanno fatto un lavoro fantastico. A suon di battute entrerete nel vivo della quotidianità degli antichi e quasi non vorrete più uscirne.

La didascalia che accompagna queste lucerne dice “luce dei miei piedi”. Sul momento, vi garantisco, fa ridere di gusto!

Ricordo di musei in cui i porta fortuna a forma di fallo (molto frequenti specie negli ambienti militari) non avevano didascalia per censura. Qui, invece, si impara senza alcuna volgarità che il “tintinnabulum” posto all’ingresso di una bottega (come quella di Adelina a Pompei), con tutti i suoi falli pendenti di dimensioni assortite, erano un ottimo sistema per attirare i clienti dalla strada. E di falli, signore e signori, era pieno il mondo antico come ne è pieno il nostro tempo, dunque non ci scandalizziamo.

Un dotatissimo “tintinnabulum” che un tempo era affisso alla porta della bottega di Asellina a Pompei. Obiettivo: attirare la clientela e portar fortuna.

Ho anche apprezzato molto la scarsa densità dei reperti nelle sale. E’ stata sicuramente trovata la giusta misura che evita il sovraffollamento e lascia spazio ai reperti di particolare importanza (artistica o storica) offrendo ampia libertà di movimento. L’ambiente creato è quindi invitante, confortevole, accogliente. E offre molteplici strumenti di comprensione, dal semplice testo alla planimetria, dalle fotografie storiche al triclinio in 3d dove potrete accendere le lucerne voi stessi!

LE RELAZIONI COL PUBBLICO: AFFIATATE

In questa mostra, che, diciamocelo, non brilla per capolavori o rarità, vince la coerenza delle relazioni. La ricerca scientifica e la sua traduzione per il pubblico dei visitatori sono state perfettamente interate in un sistema di relazioni che dirle affiatate è poco!

La strategia della comunicazione è totalmente coinvolgente, facile e accattivante, sicuramente leggera per il tema trattato (dove più di tanto date, nomi e altre informazioni semplicemente non possono essere fornite), ma efficace. Uscirete dalla mostra che avrete capito molto bene il problema, i vantaggi e le difficoltà legate all’illuminazione nel mondo antico. Quello che gli anglosassoni chiamano “engagement”, quindi, è perfettamente riuscito.

A proposito di “engagement”: ho acceso le lucerne in un triclinio virtuale!

La missione della mostra mi pare altrettanto compiuta. Se doveva essere quella di portare all’attenzione della comunità i risultati di una ricerca scientifica sul tema della luce, dai reperti (noti e ignoti, scovati nei magazzini) allo studio tecnico della distribuzione della luce in rapporto allo spazio, beh, direi che è perfettamente riuscita. Faccio ancora i miei complimenti all’équipe, per la scelta di rendere comprensibile e accattivante un tema di ricerca così puntuale, accompagnandolo, in un certo senso, nel nostro quotidiano. 

IL GRADIMENTO: DIREI ALTO

Premesso che il tema non è che mi facesse impazzire, scoprire qualcosa in più sul tema della luce, e soprattutto – da ricercatrice, concedetemelo – conoscere l’approccio e le scelte metodologiche adottati per condurre questa ricerca, mi ha soddisfatta. E alla grande. 

Vi svelo un segreto: era l’ombra proiettata sul muro a rendere le lucerne necessarie e irresistibili elementi di arredo (oltre che di illuminazione)

Ribadisco, non ci sono particolari novità sul tema (naturalmente dal mio punto di vista), ma per chi non sa nulla di luce e dispositivi di illuminazione nel mondo antico potrà ben abbandonarsi al piacere di scoprirne di più, e per chi un po’ già ne sa, è in ogni caso interessante cogliere lo schema dell’esposizione.

Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti e alla prossima mostra!


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2 pensieri su ““Nuova luce da Pompei a Roma”. Una mostra sulla luce, bella e divertente, a Villa Caffarelli.”

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