Imperdibile: ecco perché
Di mostre che ci hanno dato da pensare o del duro filo da torcere ce ne sono state negli ultimi mesi e, per quanto ho potuto, ve ne ho parlato sia su Instagram che qui sul blog.
Come dico sempre, una mostra va sempre vista, perché i miei occhi non sono i vostri e perché ognuno di noi ha un bagaglio di esperienze di vita e una sensibilità che non posso dirsi uguali alle altre. Dunque val sempre il principio del ‘provare per credere’, eventualmente informati da chi già ha visto e, professionalmente parlando, può darvi qualche suggerimento, se gradito.
La mostra è imperdibile per questi motivi:
- è allestita all’interno del Palazzo del Quirinale, la casa degli Italiani, e dunque vale la pena di farci un giro, in compagnia di Corazzieri, volontari del Touring Club e mediatori culturali dalle maniere cortesi e dal sorriso sincero.
- la mostra costa solo 1,50 euro, prezzo popolare che fa ben pendant con il luogo dell’allestimento. Ma se non portate un documento di identità valido non entrate (per prenotare cliccate qui)
- i pezzi sono pochi ma decisamente significativi, archeologicamente ed emotivamente e ciò è ulteriormente valorizzato da un allestimento focalizzato sul tema dell’acqua sacra che funziona molto bene.

Cosa troverete
Intanto, appena varcata la soglia del Palazzo del Quirinale, sarete rapiti da una architettura maestosa e ariosa che vi sembrerà familiare. Vi sentirete i benvenuti e sarete accolti da sorrisi e maniere cordiali. Molto meglio di certi ambienti museali rigidi e sgradevoli.
Mentre sarete in trepidante attesa che venga il vostro turno di entrare, vedrete passare diverse categorie di persone, dai soldati che marciano ai corazzieri immobili agli impiegati super eleganti che si muovo per il cortile. Un’atmosfera surreale, un ambiente magnifico, l’aria sembra addirittura profumare di buono. Credo che la suggestione derivi da quel profondo senso di “casa” che per molti decenni quel luogo ha avuto, da quando ha smesso di essere residenza papalina e poi savoiarda. Ma magari è tutto merito della mia fantasia.
Sarete accompagnati in una saletta d’attesa meravigliosamente affrescata intanto che arriva il momento di incamminarsi verso l’esposizione. Camminerete sotto i portici, troverete perfino le toilettes lungo il percorso (ricordatevelo per quando sarete di ritorno) e, dopo aver attraversato una serie di sale decorate con statue di imperatori (Vespasiano e Caracalla!) ammobiliate con meravigliosi arredi stile Impero, arriverete in una saletta dove un video introduttivo vi racconterà il sito archeologico di San Casciano dei bagni, il gruppo di ricerca, i ritrovamenti, il paesaggio. Ne uscirete con gli occhi umidi e un opuscolo informativo sul percorso espositivo in regalo.

Il video introduttivo: benvenuti a San Casciano, patria dei giovani archeologi!
Questa al Quirinale non è una vera e propria mostra, dunque non ve la racconterò alla mia solita maniera, per punti e per i giudizi: non avrebbe senso. Preferisco darvi alcune impressioni raccontandovi, per quanto possibile, cosa troverete all’interno. Ma non vi preoccupate, non sarà mai uno spoiler perché l’impatto che proverete voi stessi, individualmente, di fronte al FULGUR o al giovane MARCO GRABILLO che ha offerto in dono il corpo malato alle acque sacre, sarà fortissimo e personale.
Il video introduttivo, dicevo, vi porta a San Casciano, al fianco degli archeologi che conducono questo scavo pazzesco e fin dentro alle vasche nel momento in cui le statue esposte vengono estratte a mani nude dal fango. Vi colpirà la quantità di ragazzi coinvolti nello scavo, ma forse ancor di più la giovane età – immagino siano quarantenni come me, quindi giovani 😉 – degli archeologi che conducono le operazioni. Li vedrete, li sentirete parlare, sono Jacopo Tabolli, funzionario di Soprintendenza e ora docente all’Università per Stranieri di Siena, ed Emanuele Mariotti, archeologo che dirige le operazioni sul campo.
A lasciarmi un segno indelebile sono stati la commozione che percepivo nella voce di Tabolli quando raccontava il senso della missione archeologica in corso, gli occhi infiammati di passione di Mariotti, mentre estrae le statue dal fango, e un profondo senso di euforia e responsabilità negli sguardi di entrambi. Mi rendo conto, perché ci sono passata, che quando sai di star partecipando ad una grande scoperta sei a un passo dal delirio. Mettere le mani nel terreno, nelle viscere e nella sacralità del passato, fa questo effetto, a molti per lo meno. E bisogna stare in guardia, bisogna controllare l’istinto di scavare più in fondo per trovare altre statue, bisogna controllarsi e far prevalere la razionalità necessaria in una indagine scientifica, pur ardendo dentro per l’emozione. E quel che ho visto negli occhi di questi due giovani colleghi e quel che gli ho sentito dire mi è piaciuto. E molto.
L’equipe internazionale dello scavo è un valore aggiunto in questo contesto, così come la supremazia dei giovani. Finalmente, una missione di ricerca intrigante, stratigraficamente ineccepibile e popolata di giovani da tutto il mondo ma anche della stessa San Casciano, e posso solo intuire le forti emozioni che la mia giovanissima collega archeologa Claudia Petrini, social media manager e voce social dello scavo di San Casciano (qui il profilo Instagram) potrà provare ogni mattina in cui si reca a quello scavo pazzesco nel suo paesino natale.
E voglio anche lodare lo stile della comunicazione social, in cui riconosco tutto il garbo e la creatività di Claudia: finalmente uno scavo che con semplicità e candore ti si presenta ogni giorno nel feed, portandoti dallo strato al paese – a vedere gli effetti che questa missione sta avendo sulla comunità – e perfino nel mondo, con le news dalle diverse testate giornalistiche. Una comunicazione ben fatta!

Due sale per conoscere il territorio
Dallo scavo in corso vengono solo alcuni dei reperti in mostra. Ecco perché le sale dalla 3 in poi, quelle che ospitano i bronzi divenuti celebri, sono precedute da due ulteriori sale in cui si tenta di tracciare una storia del contesto per oggetti. Un tentativo apprezzabile ma che secondo me non funziona. Voglio dire che almeno io non sono riuscita a farmi una vera e propria idea del contesto di San Casciano – cioè dei luoghi, delle relazioni tra loro e anche delle popolazioni che vi hanno vissuto nei secoli – solo dai reperti sparsi nelle teche. Forse ci volevano più fotografie, più supporti visuali che accompagnassero la comprensione dei pezzi, pur favolosi ma troppo muti.
Ogni teca offre un QR code dal quale ricavare le informazioni puntuali. Un supporto sicuramente valido e utile per gli approfondimenti, ma – penso – sempre un po’ esclusivo di chi non ha (o non vuole avere) dimestichezza con cellulari e codici virtuali. E dal momento che nella sala del video introduttivo viene distribuito gratuitamente un opuscolo con la sintesi dei contenuti delle varie sale include nel percorso, forse si poteva anche aggiungere qualche informazione sui reperti.
Sei sale per entrare nel vivo della scoperta
Dalla sala 3, dedicata al Fulgur Conditum, comincia l’esposizione dedicata ai ritrovamenti fatti negli ultimi due anni, cioè da quando lo scavo è diventato famoso (diciamolo, grazie al lavoro sui social). La sala del Fulgur, cioè del Fulmine che intorno al I secolo sarebbe caduto sulla vasca sacra, innescando la procedura del seppellimento volontario di tutte le offerte fatte fino a quel momento (ossia le statue in bronzo), con i suoi effetti speciali vi farà entrare nel vivo di quel momento. Gli antichi temevano i fulmini, li ritenevano segnali divini e da quando Augusto aveva attribuito al Fulgur caduto sul Palatino il valore di signum inviato da Apollo affinché lo ospitasse in casa propria, deve essersi scatenata una vera e propria fobia.
Dalla sala 4 in poi sarete a tu per tu con le sculture di bronzo. A questo punto l’esposizione è una sequenza di pezzi, uno o due per sala, al centro dello spazio, circondati dall’azzurro dell’acqua che ha lo scopo di simulare il luogo di ritrovamento. L’orante, Marco Grabillo, il togato, Apollo e infine l’ultima sala con gli ex voto.

Badate bene, ognuno di questi reperti è un dono alla divinità, offerto nella speranza di ottenere guarigione oppure a guarigione ottenuta. Nel contesto di Roma siamo più abituati agli ex voto in terracotta, e recentemente ve ne ho raccontati alcuni dalla mostra “Roma della Repubblica” (ve ne ho parlato qui), ma la scoperta sconvolgente a San Casciano dei bagni sta nel fatto che, in una vasca rituale, riempita dalle stesse acque curative che fin dall’età medicea hanno accolto bagnanti in cerca di ristoro, sono state gettate decine di statue a figura intera di bronzo. E quanto più le statue pesano, tanto più chi le ha donate intendeva omaggiare gli dei delle acque sacre.

Per ciò, su tutti, sarà Marco Grabillo con il suo giovane corpo rachitico a tenervi attaccati alla teca in preda alla commozione e a una strana sensazione di familiarità, di comprensione profonda di quel gesto tramutato in una colata di bronzo dalle fattezze umane. Sarete davanti a una persona del I secolo, vissuta ben prima di voi ma animata dalle stesse speranze di guarigione affidate al divino.

Il sacro persiste. Il sacro non si estingue, bensì permea i luoghi e le cose, per sempre. E la sua forza ci attrae e ci mette in comunicazione con il passato. D’altronde, per me vale sempre la lezione del grande archeologo inglese Sir Mortimer Wheeler, per cui “gli archeologi non scavano cose ma persone”. E dunque quelle persone che si offersero alla divinità nelle acque sacre e terapeutiche di San Casciano tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio di quella imperiale, voi le potrete incontrare.

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